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4 chiacchiere e un pò di musica con… ROBERTO TOLA

by jazzinfamily 0 Comments
4 chiacchiere e un pò di musica con… ROBERTO TOLA

Molte volte abbiamo condiviso, con voi lettori e ascoltatori, musiche e parole riguardanti il chitarrista jazz Roberto Tola. Pochi coloro i quali hanno ricevuto tanta attenzione da parte nostra. Mai, fin’ora, però, abbiamo realizzato un intervista all’eccellente chitarrista sardo che aiutasse a presentarlo oltre le celeberrime sette note. 

Abbiamo colto l’occasione con la pubblicazione del suo nuovo singolo, “Slow Motion”, che anticipa il suo secondo disco. Lo abbiamo raggiunto durante un suo viaggio verso gli Stati Uniti.   

Chi è Roberto?

D.: Molti nostri ascoltatori hanno avuto il piacere di conoscerti come uno dei migliori musicisti che abbiamo trasmesso nelle nostre puntate. Ma chi è Roberto Tola? Sia dal punto di vista… civile che artistico.

R.: Sono nato Sassari in Sardegna, qui sono cresciuto, un pò isolato dal resto del mondo nel, senso musicale intendo. E’ da più di 30 anni che faccio musica, e tanti anni fa, quando iniziai non c’erano tutte le possibilità tecnologiche che ci sono attualmente, in primis internet, e non circolavano neanche tanti libri o spartiti validi dai quali imparare.. Io, e tanti come me a quei tempi, ci siamo fatti da soli, soprattutto ascoltando i dischi in vinile, le musicassette di altri musicisti famosi, come Wes Montgomery, Joe Pass, Jim Hall, ma anche Miles Davis, John Coltrane, Dexter Gordon, Chet Baker, Jerry Mulligan.. solo per citarni alcuni.. Perciò, tutto quello che ho acquisito musicalmente, in tanti anni, l’ho imparato da solo e con molta difficoltà.

Oggi finalmente, dal 2017 col mio debutto col mio primo album Bein’ Green ho iniziato una nuova avventura che mi vede ora a proporre la mia musica.

Tola, un chitarrista jazz

La front cover dell'album di debutto: Bein' Green

D.: Approfondiamo ancora di più la conoscenza del Roberto Tola artista. Raccontaci del tuo passato, prima di Bein’ Green.

R.: Iniziai ad interessarmi alla chitarra già dall’età 6 anni.

Avevo mostrato un certo interesse per la musica, tanto che i miei genitori se ne accorsero e avvallarono questa mia predisposizione regalandomi la mia prima chitarra. Una felicità immensa, è ciò che ricordo di quel momento.

A 10 anni poi mi iscrissero al conservatorio di Sassari, dove seguivo il corso per violoncello. La mia passione era però la chitarra, e non smisi certo di suonarla, da autodidatta.

Il conservatorio è stato un periodo determinante e fondamentale, nel quale ho potuto imparare la leggere e solfeggiare.

Più avanti, sempre da autodidatta, ho approfondito la scrittura, l’armonia e la composizione jazzistica.

Comporre la mia propria musica è sempre stato qualcosa che faceva già parte di me, prima ancora di iniziare ad approfondire  lo studio della chitarra.

Lo studio serio dello strumento è iniziato dall’età di 14 o 15 anni, circa.

All’età di 18 anni formai la mia prima band chiamata Jazzmania, con alcuni amici e compagni del conservatorio. Una band jazz fusion, nella quale iniziai a sperimentare le mie prime composizioni jazz, fusion e smooth jazz.

Successivamente, dal 1989 iniziai ad approfondire lo studio della chitarra in un contesto orchestrale. In quell’anno infatti, io ed altri amici del conservatorio, formammo la Blue Note Orchestra, poi diventata l’Orchestra Jazz della Sardegna, nella quale suonai per ben 20 anni.

Questa dell’orchestra è stata una importante esperienza dal punto di vista umano ed artistico.  Ho avuto la possibilità di lavorare con grandi musicisti ed artisti come, Bob Mintzer, Carla Bley, Steve Swallow, Tom Harrel, e gli Italiani Maurizio Gianmarco, Paolo Fresu, Bruno Toomaso e soprattutto Giorgio Gaslini, che ha rappresentato tanto per me.. Da lui ho imparato tanto dal punto di vista compositivo. Non ho mai fatto lezione con lui.. ma mi è stato molto utile lavorare con lui ed osservarlo al lavoro.

Nel 2010 ho lasciato l’orchestra, continuando a suonare in gruppi combo e insegnare chitarra moderna e jazz in diverse scuole in Sardegna. Nel frattempo avevo anche ripreso la mia attività di compositore.

Nel 2014 poi, l’incontro con gli Shakatak, una famosa band jazz-funk inglese, che mi ha invitato a registrare nel loro album On The Corner.

Successivamente, nel 2016, la cantate Jill Saward, facente parte della stessa band, mi ha invitato ad arrangiare e registrare nel suo album Endless Summer.

Grazie a queste due esperienze artistiche di grande impatto per me, insieme alle continue pressioni di mia moglie Natalia, ho deciso finalmente di realizzare il mio primo CD, Bein’ Green appunto.

Le influenze musicali

D.: Siamo quello che siamo grazie alle influenze che riceviamo dalle persone e dalla società che ci circonda. Facciamo un gioco: tre dischi (non tuoi) attraverso i quali sintetizzare la tua vita come persona e come artista, e perché questi tre?

R.: Dovrei elencare decine e decine di album di artisti che mi hanno influenzato.

E’ perciò molto difficile per me individuare tre album specifici. Infatti faccio una mia personale distinzione con le influenze che mi hanno formato dal punto di vista jazzistico, e dal punto di vista più moderno, nei generi smooth jazz, fusion jazz-funky.

Dal punto di vista jazzistico credo che album come Full House e While We’re Young di Wes Montgomery, così come Joe Pass plays George Gershwin siano pietre miliari nel mio modo di intendere lo strumento oggi.

Sull’altro versante più moderno, credo George Benson con l’album “Living Inside Your Love”, e poi Yellow Jackets, Steps Ahead, Spyro Gyra, Mezzoforte, ma anche alcuni album di Al Jarreau, Grover Washington Jr.. etc etc…

So di dimenticare tanti, da una e l’altra parte.. Alla fine, le influenze sono proprio tantissime.. e non c’è un motivo particolare.. semplicemente ho adorato e adoro tanti artisti, e più o meno tutti hanno sicuramente contribuito alla mia formazione musicale.

Slow Motion, il nuovo singolo, e Colors, il nuovo album

D.: In questi giorni stai lanciando sul mercato discografico il tuo nuovo singolo Slow Motion e che abbiamo avuto l’onore di presentare tra i primi in Italia. Vuoi descriverlo a parole tue?

R.: Slow Motion è un brano composto originariamente da Celso Fonseca & Ronaldo Bastos, credo nel 2001, se non erro, al quale io sono molto legato.

Nato come una Bossa Nova classica, io ho voluto rielaborare ed arrangiare in uno stile più moderno, mantenendo lo spirito Bossa Nova, che traspare soprattutto grazie alla chitarra ritmica, la batteria e le percussioni. Su questo ho costruito delle atmosfere, a volte dissonanti, della sezione fiati, flauto e flicorno – dissonanze che però collimano perfettamente con tutto il resto dell’arrangiamento.

Il brano è arricchito dalla voce bellissima di un gran cantante come è Darryl Walker, con cui duetto durante il tema e sull’inciso, senza mai prevalere uno sull’altro. Onestamente, all’inizio avevo deciso di proporre questo brano in forma solo strumentale, poi ho cambiato idea, e ho deciso di invitare Darryl, che ha accettato immediatamente.

D.: Slow Motion è anche il singolo che anticipa il tuo prossimo album. Come mai hai pensato ad un brano, originalmente, di Celso Fonseca e Ronaldo Bastos, anziché ad una tua composizione originale?

R.: Ho voluto fare un omaggio a mia moglie, che come me è legata a questo brano per motivi sentimentali.

Inoltre volevo dimostrare a me stesso di essere in grado di arrangiare altro che non fosse farina del mio sacco, e devo dire che sono molto soddisfatto del risultato.

D.: Cosa puoi anticiparci del prossimo album?

R.: Il prossimo album, a parte Slow Motion, includerà brani di mia composizione, composti anche in giovane età, prima e durante l’esperienza orchestra su menzionata. Ci sono anche nuove composizioni sulle quali sto lavorando attualmente.

Come avvenuto nel mio album di debutto, Bein’ Green, anche nel prossimo album COLORS, avrò l’onore di ospitare diversi musicisti di assoluta fama internazionale, che non voglio svelare ora.

I colori, annunciati dal titolo, così come in un quadro, rappresentano anche nel mio nuovo progetto la commistione di diversi generi musicali, come la bossa nova, pop, jazz. Amo fondere i colori, inteso come suoni e ritmi. così da creare delle armonie e melodie piacevoli ed interessanti.

Le guest-star di Roberto

D.: Nelle tue produzioni musicali sei quasi sempre attorniato da guest star statunitensi. Perché?

R.: Lavoro con le persone con cui sto bene. Non mi costringo a guardare solo nel mio giardino solo per appartenenza territoriale. Infatti non è vero che i musicisti sono tutti statunitensi.

Nel mio precedente album hanno suonato anche due spagnoli, un ucraino, due inglesi, un canadese, un Italiano. Nel mio nuovo album ci saranno ancora questi paesi, ma anche Cuba, grazie all’arrivo di un nuovo batterista. Un album internazionale.  Tutti artisti dalla assoluta professionalità, concretezza, rapidità e indiscusso talento.

Darryl Walker
Darryl Fitzgerald Walker

D.: I musicisti italiani. Hai pensato, per il prossimo disco, di coinvolgerne qualcuno? Con chi ti farebbe piacere suonare?

R.: Mentre ho potuto avere l’onore di ospitare assolute stelle nei miei progetti musicali, come Bob Mintzer ad esempio, non posso dire altrettanto con i musicisti di casa nostra, che invitati a collaborare, non mi hanno neanche risposto. In particolare uno, che è fra i più quotati in Italia. Sono rimasto molto deluso da questo. Ma credo che se ne sarà già pentito.

Non voglio fare il nome. Ma Tu sai già chi è.. 😀

La nascita di un brano...

D.: Il processo di nascita delle tue composizioni originali è il frutto di un lavoro di studio o trae ispirazioni da eventi unici e fortuiti?

R.: Sono sempre frutto di esperienze personali. Mai fortuiti. Ovviamente gli eventi intorno a me, possono influenzare la mia ispirazione, e non sempre è possibile comporre.

Bisogna cercare sempre quella tranquillità mentale e spirituale che mi permette di concentrarmi e pensare, osservare le cose e le persone. Bisogna alimentare i propri sentimenti per poter creare qualcosa.. A volte anche i sentimenti meno preferiti, come la tristezza, la solitudine, la malinconia possono essere la scintilla che ispira un’artista.

Occorre possedere un certo grado di sensibilità per poter raggiungere certi livelli di ispirazione, che non è sempre comune fra i musicisti. Chi la possiede, è molto fortunato.

D.: Vuoi descriverci il processo di registrazione della tua musica? Come avviene?

R.: Scrivo tutto su spartito, ogni strumento, ogni battito. Poi lo suono, registrando ogni strumento digitalmente. Questo mi permette di ascoltare ciò che ho creato. Dopo ciò, fornisco le parti ai musicisti, e si registra. Lavoro quindi in modo tradizionale, coadiuvato dalla tecnologia.

Natalìa ed i compagni di viaggio, i tuoi musicisti

D.: Al tuo fianco hai sempre una donna speciale: Natalia, tua moglie. Quanto incide nel tuo processo creativo?

R.: Senza di lei non potrei fare niente. La musica mi costringe a lunghi periodi di assenza, nei quali rimango totalmente concentrato nella musica. Se vicino non avessi una persona che capisce che questa è la mia vita, la mia passione e missione, non sarei qui a parlarne. Inoltre Natalia partecipa a tutte le produzioni, fisicamente ed economicamente. 

D.: Parlaci, anche,  dei tuoi compagni di viaggio. Chi sono i musicisti ed i tecnici che, in pianta stabile o meno, collaborano con te?

R.: In parte ho risposto prima.. I musicisti con i quali suono, sono persone con le quali mi trovo bene, che mi garantisco anche una certa professionalità, concretezza e rapidità. Io sono un perfezionista, e esigo molto anche dagli altri. Se non sei puntuale, preciso, ordinato ed allo stesso tempo equilibrato, coerente e perché no, anche simpatico. allora non potrei mai lavorare con te.

Molti di loro ci ho già lavorato in passato, altri li ho conosciuti nei miei avvicendamenti negli States, altri consigliati da altri colleghi.

Il jazz nel prossimo futuro

D.: Le tue esperienze pregresse ci permettono di chiederti un opinione sul futuro del jazz mondiale. Cosa dobbiamo aspettarci?

R.: Se lo sapessi, e come facessi un terno al lotto…  Diciamo meglio che ho una speranza per il futuro del Jazz Mondiale. Ovvero, che il marketing della musica in generale riavvicini gli appassionati all’acquisto dei dischi, o di qualsiasi supporto, permetta di toccare con mano ciò che ogni musicista produce.

Ho nostalgia di quando sfogliavo e leggevo i libretti inclusi nei dischi in vinile, o nei più recenti CD. Oggi si ascolta e si acquisisce la musica da piattaforme digitali in internet, senza che chi ascolta sappia minimamente chi ha prodotto, arrangiato, masterizzato e soprattutto suonato.

Trovo tutto ciò molto deprimente.

Inoltre, acquistare la musica da tali piattaforme ha impoverito in modo considerevole tutti gli autori e musicisti, visti i compensi da fame che i creatori di tali piattaforme garantiscono agli autori e compositori.

D.: … e in Italia, quale futuro?

R.: In Italia il jazz non è molto seguito, così accade in altri paesi. Tranne qualche raro caso, rappresentato da qualche festival organizzato soprattutto nel periodo estivo, per il resto il jazz qui è poco diffuso. Sono pochissime le radio che diffondono musica jazz, come accade invece negli Stati Uniti, o in altri paesi europei come Francia, Germania ed Inghilterra. Qui in Italia solo poche radio propongono assiduamente tale genere musicale, e spesso sono radio indipendenti, con limitata diffusione sul territorio nazionale, se non solo a livello locale.

Non siamo ancora abituati alle radio globali, o web radio, sparse in tutto il mondo, anche per via della scarsa propensione degli italiani con le lingue straniere.

Un aneddoto...

D.: I tuoi tanti incontri con i tanti musicisti famosi hanno certamente prodotto anche degli aneddoti che puoi rendere pubblici. Qual è il primo che ti viene in mente?

R.: Certo, ricordo una sera, dopo un concerto con Bob Mintzer in Italia, andammo a cena nella mia casa al mare. Una cena informale. Il trombonista alla griglia, il bassista ai fornelli, altri della band impegnati ad apparecchiare. Alla fine, prendo la chitarra ed inizio a suonare arrangiamenti di canzoni italiane in forma jazzistica.. Bob Mintzer però era più interessato ad ascoltare qualcosa di locale.. Così ci ritrovammo anche a cantare canzoni popolari, in dialetto sassarese e lingua sarda.. Conoscendo bene l’inglese, a volte traducevo i testi, che essendo sempre buffi e simpatici, sarcastici come nella vera tradizione della mia città Sassari, ne rimase molto estasiato, divertendosi parecchio.

Quando dopo anni lo ricontattato per registrare nel mio album Bein’ Green, si è ricordato di quella cena e serata. Mi ha fatto molto piacere.

La sua terra: la Sardegna

D.: Con la tua musica cogli sempre l’occasione di promuovere le bellezze della tua terra: la Sardegna. In Inghilterra ti avrebbero già nominato Baronetto.  Cosa pensi di questa Italia?

R.: Il mio primo album Bein’ Green è stato un successo, soprattutto all’estero, che mi fatto guadagnare ben 18 premi, vinti in diversi concorsi internazionali alcuni di assoluto prestigio. Nonostante ciò, per un certo periodo di tempo, sono stato snobbato dalla stampa, o dai media in generale. Attualmente solo la stampa e la TV sarda ne parla di tanto in tanto. Nel resto dell’Italia nessuno se ne occupa, eppure alcuni magazine, ed alcuna stampa specializzata, così come le radio più blasonate è stata informata, ma senza risultati.

Così continuo ad essere celebrato all’estero, come spesso accade anche in altri campi professionali. Poi ci lamentiamo perché molti professionisti o giovani scappano all’estero. Io sto seriamente pensando di trasferirmi definitivamente negli Stati Uniti, visto che le offerte ed il lavoro avviene quasi tutto là. Ci sto pensando. Vedremo!

Winning Awards

 D.: Concludiamo parlando dei tanti riconoscimenti che stai ricevendo per le tue composizioni. Cosa vuoi dirci di essi?   

R.: Come già accennato, ho vinti tanti premi, che hanno confermato la validità del mio progetto musicale.

Ultimamente ho ricevuta la nomination agli Hollywood Music Awards, che m vedono fra i 10 finalisti della categoria jazz di questo prestigioso contest musicale. Fra i finalisti partecipano anche Randy Brecker, Alfonso Johnson, Winnie Colaiuta ed altri. Un roster di assoluto rispetto. Questo mi emoziona non poco! Stiamo parlando di stelle assolute nel jazz internazionale. Io mi presento con Bob Mintzer, non sfiguro certamente, ma senz’altro non sarà semplice.

Oltre a ciò, a metà novembre ho saputo di essere stato ammesso ed aver superato la selezione per la corsa ai Grammy Awards. Una etichetta discografica di Richmond ha presentato uno dei miei single, Lullaby of Christmas, che ora concorre a tutti gli effetti alle nominations. Non mi illudo, sono già felice dei risultati che sto ottenendo col mio lavoro. Ora penso solo al prossimo album.

La musica di Roberto Tola

Partiamo da “Slow Motion”: potete ascoltare il nuovo singolo nel nostro podcast del 15 novembre.

Tutta la musica di Roberto Tola, potete acquistarla ed ascoltarla attraverso Amazon, iTunes, Google Play, Spotify e le migliori piattaforme di streaming. 

Mentre, per restare aggiornati sulle prossime novità continuate a seguirci o aggiungete ai vostri preferiti il sito robertotola.com   

Colpo di Testa – Il nuovo album della Four on Six Band

Colpo di Testa –  Il nuovo album della Four on Six Band
Si intitola Colpo di Testa ed è il secondo album dell’ ensamble milanese Four on Six, pubblicato per la label Irma Records. Abbiamo intervistato Fausto Savatteri, chitarra manouche della formazione. 
Fausto Savatteri ed Alessandro Centolanza alle chitarre manouche, Matteo Prina al contrabbasso, Martino Pellegrini al violino e Arturo Garra al clarinetto.
Domanda di rito, ci racconti il titolo dell’album? 
Il concetto di “Colpo di Testa” inteso come cambio direzionale e controcorrente era un qualcosa che ci accomunava molto, specie durante la fase di composizione dei brani.  Tra figli in arrivo, licenziamenti dal posto fisso, nuove collaborazioni e brani originali (non i soliti standard manouche) ritenevamo fosse il titolo giusto.  L’illustrazione grafica dell’album con Django che si taglia il baffo (icona dei manouchari sfegatati) un modo per provare ad esprimerne il concetto.
L’ eleganza di Rossini. Un pomeriggio a Belleville, seduti ad un bistrot parlando di una notte greca. Un colpo di testa purista, squisitamente gitano. Un salto in brasile ed uno in America. Un giro intorno al mondo in chiave manouche?
Si, sperando che per l’ascoltatore sia un giro del mondo piacevole e non faticoso!  L’omaggio a Rossini vuole essere un tributo alla tradizione classica in occasione del 150°anniversario dalla sua morte, le composizioni sono nate in momenti e luoghi diversi creando dunque sonorità e ritmi non per forza uniformi.
La commistione di generi differenti ha a che vedere con le influenze musicali dei singoli componenti della band o è una scelta stilistica?  
Direi entrambe, ciascuno di noi ha avuto esperienze diverse, ciascuno di noi ha gusti musicali diversi ma quando suoniamo insieme proviamo a trovare un punto comune, proviamo a influenzarci a vicenda.
Quanto c’è delle influenze classiche del gipsy jazz nelle vostre composizioni e negli arrangiamenti?  L’eredità di Django è ancora viva nel manouche contemporaneo? 
Django rappresenta una fonte di ispirazione quotidiana per la capacità e semplicità con cui ha saputo essere virtuoso e melodico allo stesso tempo. Non da meno l’Italia con le melodie cantate che tutti ci invidiano, la musica classica o i grandi maestri contemporanei, come per esempio Nino Rota. Quando suoniamo soprattutto  all’estero, ed in francia, non vogliamo copiare le tradizioni, piuttosto portare un po’ di noi stessi, la nostra italianità ed il nostro essere al centro del mediterraneo.
Da qualche anno quasi tutti i più importanti jazz festival europei dedicano almeno un appuntamento della programmazione al concerto manouche. Secondo voi la risalita in auge di questo particolare genere jazzistico è un fenomeno del momento o si sta consolidando una reale sensibilità destinata a durare nel tempo?
Forse bisogna dire grazie all’eletcro swing, oggi un po’ fuori moda, ed un domani ci sarà l’autotune con il mix di manouche e Trap! A parte gli scherzi facendo rock da ragazzino il noise e l’indie rock erano meno orecchiabili dello swing.  Il jazz manouche mette d’accordo tutti, anche i meno colti; dubito possa riempire gli stadi ma rimane sempre un genere di nicchia che si è fatto spazio nel mondo del jazz fatto solo di BeBop alla parker o fusion.  Di musicisti ed ex metallari passati al manouche ce ne sono molti (qualcuno anche dalla fusion), le formazioni sono spesso in Trio formate da due chitarre e contrabbasso. Di gruppi con strumenti solisti come  fiati, violino ce ne sono molti meno, si fa ancora fatica a trovare violinisti jazz o appassionati al genere. A mio modesto avviso quasi nessuno riesce a suonare davvero in stile, seppur vi sia la tendenza di emulare troppo i veri Maestri come Bireli, Stochelo, Schmitt ecc. che sono cresciuti facendo solo quello.  Ma emulare non è un grosso problema, il punto è che in pochissimi mettono in scena uno spettacolo coinvolgente. Io stesso sono il primo ad annoiarmi se vado a vedere un concerto manouche fatto di soli standard alla Django, scambi e assoli…salire sul palco non dovrebbe essere lo stesso di fare una jam session a Samois. Per i neofiti il ritmo incalzante fa si che possa comunque essere più apprezzato rispetto a un concerto di sole ballad jazz. Penso che i Les Doigts de l’Homme, per me uno dei gruppi di maggiore riferimento, siano gli unici capaci di stravolgere il genere e creare qualcosa di nuovo. 
Progetti futuri?
Dicembre è alle porte e saremo impegnati con il nostro primo tour asiatico tra Corea del Sud e Giappone!  vedremo cosa accadrà, vedremo se io e Matteo, il contrabbassista, entreremo nel letto per intero. Nel 2019 sarebbe bello proseguire sul cammino intrapreso quest’anno… portare in giro la nostra musica e il nostro spettacolo dal vivo in festival e luoghi in cui la gente va per ascoltare la musica , che di questi tempi non è cosa da poco. 
Un album interessante, una fresca ironia che niente toglie alla composizione, curatissima negli arrangiamenti. Gipsy jazz che arriva, immediato, a tutti gli ascoltatori e non solo agli amanti del genere, uno stile davvero personale, un piacevole e assolutamente consigliato ascolto.
Vi ricordo che potete acquistare “Colpo di testa” in tutti i migliori negozi di dischi e stores digitali! 

Emanuele Coluccia ci parla del suo nuovo disco: Birthplace, e non solo!

Emanuele Coluccia ci parla del suo nuovo disco: Birthplace, e non solo!

Tra le nostre attività alla scoperta di nuovi dischi, abbiamo ascoltato Birthplace, il nuovo lavoro discografico di Emanuele Coluccia. La sua musica ci ha suscitato interesse ed abbiamo deciso di contattarlo per farcelo presentare.

A beneficio di chi ti conosce per la prima volta, ci fai una tua breve presentazione?

R.: Sono nato a Galatina, nel Salento, e ho vissuto lì fino a 18 anni. La mia formazione musicale è avvenuta in un contesto ambientale dove tutto è possibile e nulla è scontato, dove se vuoi qualcosa davvero lo devi dichiarare e poi perseguire, superando gli ostacoli della pigrizia e del pregiudizio, approfittando delle tracce di luce lasciate attorno a te dal tuo sogno. Sono quindi cresciuto in un mondo dove in una stessa persona convivono l’amico e il nemico, l’opposizione e il sostegno.

I miei interessi personali più intimi ed appassionati si sono orientati sin da piccolo in due direzioni, a volte corrispondenti, altre volte opposte: l’attività musicale e quella meditativa-interiore. Oggi posso finalmente godere dei risultati prodotti nella mia vita dalla consapevolezza che è possibile fare qualunque cosa, come per esempio suonare, restando con sé stessi in uno stato di ascolto e ricettività, prontezza e disponibilità. Spero di essere stato abbastanza breve!

La front-cover del primo disco
Birthplace è il tuo secondo disco in studio, ma tra i due è passato tanto tempo e c’è tanta differenza. Come commenti tutto ciò?

R.: Una delle manifestazioni peggiori della mia personalità, per molti anni, è stata la procrastinazione causata dalla pretesa di perfezione: finivo col non fare nulla perché mi raccontavo che nulla era mai abbastanza.

I due dischi hanno in comune una cosa: a sottrarmi dallo stato passivo in cui ero adagiato sono stati, entrambe le volte, delle persone che mi volevano bene e che amavano la mia musica, Luca Tarantino la prima volta (ricordo ancora quando è passato a prendermi da casa per farmi “una sorpresa” e mi ha condotto in una chiesa sconsacrata di un paesino del basso Salento, dove c’era un piano a coda, e ha montato lui stesso i microfoni con cui ha ripreso quella musica), Dario Congedo e Luca Alemanno la seconda volta, chiamandomi al telefono da Roma e dicendomi: “ora basta! portaci in studio e registra questi pezzi meravigliosi”.

In entrambi i casi, il contributo decisivo è giunto da Irene Scardìa che ha sempre creduto in me più di me stesso.

Dal punto di vista stilistico, i dischi differiscono in questo: il primo è un piano solo, il secondo mi vede collaborare con la sezione ritmica, il che mi permette di tenere la mano sinistra un po’ meno impegnata. Inoltre, nel primo disco ho improvvisato molto di più, intere tracce sono nate nel momento in cui le registravo.

Birthplace invece è uno studio, una selezione del materiale, orientata da quel che i temi suggeriscono, un lavoro più maturo certamente. Personalmente li amo entrambi! Entrambi mi hanno fatto specchiare nelle note, ed entrambi ti conducono in un mondo di possibilità.

Direi che il primo parla di una continua partenza, un continuo cercare la via d’uscita, la fuga, il viaggio, variopinto ed eccitante, seducente, meravigliosi paesaggi, con il continuo dolore prodotto dall’impossibilità di fuggire da sé stessi. Birthplace si concentra più sull’essenziale, cioè sul fare l’unico viaggio veramente importante per me: quello del ritorno a me stesso.

Il disco sembra una perfetta amalgama di stili ed influenze diversi. Noi ti citiamo alcuni brani ai quali ci darai un breve commento. Concluderai con una tua sintesi dell’intero album. Partiamo con Oceano….

R.: Oceano è nata durante la visione di un video8 degli anni sessanta che contiene scene dal matrimonio dei miei genitori.

La melodia di oceano è letteralmente nata mentre guardavo una di queste scene in cui si intravede il mare all’orizzonte. Le prime note di questo brano, nel mio immaginario, altro non sono che quella striscia azzurra d’acqua che sta tra cielo e terra e il suo bordo superiore dritto, infinito, come una pianura salentina, ma più liscio, perfezionato dalla gravità della terra. L’oceano è dolce e rilassante visto così, da lontano, poi da dentro le cose cambiano, puoi sentirti perso, smarrito, o addirittura in pericolo.

Il brano è una breve uscita in mare aperto, l’incontro con un po’ più di quel che ti aspettavi, un ritorno a casa un po’ più consapevole dei pericoli del “mare” della vita.

Eagle’s wish parte come un brano di piano solo per buona parte della durata, poi cosa avviene?

R.: Il tema di questo brano, come quasi tutti i temi di Birthplace, nasce cantando. Mi sono svegliato di notte dopo un sogno e ho cantato le note del tema registrandomi con lo smartphone.

La mattina poi mi sono dedicato ad armonizzarlo, cercando accordi che lasciassero a quel tema lo spazio che desideravo ma conservando una certa profondità. E’ un tema lungo, lento, che si sviluppa in un ampio raggio, come il volo di un’aquila. L’ingresso della sezione ritmica rivela in pieno la mia giovanile passione per il meraviglioso lavoro del Pat Metheny Group. Nel progetto iniziale il brano doveva essere accompagnato da un’intera orchestra, poi le circostanze hanno reso questa idea un ulteriore motivo di procrastinazione e mi sono risolto a suonarlo così.

Cominciare da solo e poi rifare il tutto con la seziona ritmica è uno stratagemma di accumulo che va nella direzione del suono orchestrale, un segno postumo dell’idea originale che produce un effetto simile a quello di un’aquila che vola per un po’ ad altezza del terreno per poi ritrovarsi in pieno cielo, nell’immediato superamento del ciglio di un canyon.

C’è un brano con un titolo impronunciabile: Oxtlapaltekatl. Cosa significa  e cosa vuoi esprimere con esso?

R.: Ero in Messico nel 2004. A seguito di circostanze eccezionali che sarebbero troppo lunghe da raccontare, mi ritrovai a partecipare ad una danza molto particolare con un gruppo di praticanti di questo rito precolombiano che chiamavano, se non ricordo male, danza del guerriero o danza dell’aquila. Il mio spagnolo era pessimo e non comprendevo tutto ciò che mi veniva detto.

Comunque, prima della danza lunga ed estenuante cui presi parte, il maestro del gruppo si avvicinava a ciascuno dei partecipanti con un incensiere rudimentale da cui proveniva un fumo denso, e passava alcuni secondi di fronte ad ogni persona, lasciando che il fumo ne inondasse il volto, e fissando la persona con una strana occhiata le attribuiva, dopo alcuni secondi, un “nome”; si tratta di una modalità di ammissione a riti sacri che avevo osservato anche in altri gruppi indigeni.

Il nome che attribuì a me era appunto OxTlapalTekatl, del quale chiesi una traduzione. Mi rispose, con esitazione: “Oxtlapaltekatl.. colui che cammina per cammini di colore.. speriamo che incontri un cammino che ti piace”. E’ una parola della lingua Nahuatl, composta da tre parole: Ox, o Oj: colui, egli, lui. Tlapalli: colore (in Messico, ancora oggi, il negozio di colori, vernici e ferramente si chiama “tlapaleria”). Tekatl, che a detta del maestro significa Cammino. Non sono certo della traslitterazione.

Con Lejos, crediamo, che tu voglia esprimere anche un velato senso di influenza, nelle tue radici musicali, di un leggendario brano rock in apertura (Wish you where here dei Pink Floyd) mentre sul finale, con le note suonate dal pianoforte, abbiamo l’impressione di sentire, appunto, il finale di What a wonderful world,  di Armstrong. Ci sbagliamo?

R.: Il brano dei Pink Floyd mi ha emozionato ed influenzato senza ombra di dubbio, ma devo ammettere che solo ora che me lo dici me ne sto rendendo conto! Lo stesso dicasi per le note finali che riportano al brano di Armstrong.

Direi che in questa rivelazione leggo alcuni aspetti interessanti di come in noi si creino delle emozioni per associazione diretta di impressioni e memorie, soprattutto se tieni conto del fatto che le due emozioni che associo al brano sono esattamente queste: la nostalgia (“I wish you were here” è una frase nostalgica) e meraviglia. Il brano parla di lontananza da casa e allo stesso tempo di meraviglia profonda per ciò che si sta vivendo.

 

Bright Red un jazz-samba e Azzurro, uno standard della musica popolare italiana. Cosa ci dici di questi due brani?

R.: La sezione A di Bright Red è nata cantando, chitarra alla mano. E’ una melodia semplice in un tempo 6/8 che si incastra con una clave in 5 grazie ad un’intuizione di Dario e Luca. Alle prove avevo portato il brano solo come “riscaldamento”, ma suonarlo con loro era troppo divertente per non registrarlo. Di fatto poi si è rivelata una delle take più belle di tutta la session e si è guadagnata un posto in playlist!

Azzurro è un brano che vive in me come un eterno monumento vivente ad una emozione specifica di quegli anni. Sembrava che tutto andasse per il meglio e che nulla potesse mai andar male. Eravamo sempre pronti a dimenticare i nostri problemi con una risata e a tornare in piedi dopo una caduta facendo riferimento alla gioia di vivere, alla speranza. Certamente eravamo degli illusi, le cose non andavano affatto bene, e tutto questo era in ultima analisi una forma di cecità. Eppure, nonostante tutto, nonostante tutti questi anni, nonostante la violenza e l’ignoranza abbiano assunto oggi proporzioni tremende nella mondo, nonostante la cecità sia ancora lì, e per di più senza la folle allegria di un tempo, nonostante tutto questo, la melodia di Azzurro si è fatta strada in me, si è rivestita di nuvole blu scuro, di tramonti indaco e di profonda gioia di essere qui ed ora, ed è diventata in me una preghiera, un desiderio profondo di risorgere, di ricordare che siamo stati capaci di tirarci su e provare ad essere migliori quando forse non ne valeva la pena, e di sottolineare che ora, forse, è davvero il momento di tirarsi su dalla condizione di bruta malvagità in cui il sonno ci sta gettando e di risorgere a quanto di meglio abbiamo dentro.

Dobbiamo tornare a parlarci con il cuore, non se ne può più di fuggire al nostro ruolo su questo pianeta.

Il brano a cui sei più legato o di cui vuoi semplicemente aggiungere qualcosa?

R.: Vorrei parlare di Alba. E’ un caso raro di brano la cui composizione è avvenuta per il 99% nel subconscio, e che mi si è poi letteralmente rivelato per intero durante una improvvisazione, producendo in me, simultaneamente, il ricordo perfetto della sequenza melodica e armonica, e l’emozione di innamorarmi di quel che suonavo, sapendo che stavo scrivendo in quel momento uno dei miei brani preferiti in assoluto.

Ho avuto momenti di puro godimento e forti emozioni le decine di volte in cui ho suonato quel brano a me stesso, dicendo e ridicendo più e più volte a me stesso, con la musica, quanto sia buono, bello, vero ed utile essere vivi, qui ed ora.

Nel complesso, una forte influenza classica (jazz classico). Un commento su tutto l’album?

R.: La coesistenza di struttura e improvvisazione, la collaborazione tra mano destra e mano sinistra, l’armonia che nasce dalla flessibilità unita all’orientamento, tutto questo diventa un fatto nel jazz. Diceva qualcuno, di cui mi sfugge il nome: il jazz è uno spirito libero che dice “io posso”. La trovo una definizione felice di come ci si può sentire quando i due emisferi del nostro cervello lavorano insieme. Birthplace mi ha insegnato e continua ad insegnarmi tanto. E’ un modo fantastico questo per imparare: fare, ora, il proprio meglio e poi continuare ad ascoltarne l’eco, restare lì a viverne le conseguenze, pronti ed aperti a riceverne una lezione.

Con chi hai realizzato questo magnifico lavoro discografico e quale è stato il loro apporto professionale e personale?

R.: Dario Congedo e Luca Alemanno sono i primi ad apparire; il loro entusiasmo e la loro capacità tecnica sono un chiaro esempio di coesistenza, di collaborazione tra gli emisferi!

Stefano Manca e Valerio Daniele: se il musicista è un uomo, i fonici sono, o dovrebbero essere, i suoi angeli, e certamente loro lo sono!

Benedetta Longo, disegnatrice: il dialogo con lei è stato ed è tutt’ora fondamentale per il mio benessere. Questa musica ha letteralmente vissuto più di una vita grazie ai suoi disegni, che sono parte integrante del CD fisico.

Irene Scardìa e tutta la Workin Family: sono persone che si innamorano di quel che fanno e fanno ciò di cui si innamorano, una fortuna per chi li incontra.

Luca Alemanno
Dario Congedo
Sulla front -cover del disco c’è una grafica con un segno che sembra mutuato da una lingua dell’estremo oriente (cinese, giapponese…) raccontaci come è nata e se significa qualcosa?

R.: L’idea di utilizzare l’Aleph in copertina è stata di Benedetta, idea che ha trovato immediata risonanza ed accoglienza da parte mia e di Enrico Rollo, il quale ha contribuito in maniera determinante al progetto grafico.

Sui significati attribuiti alla prima lettera dell’alfabeto ebraico lascio la parola all’onnipresente Google, che vi assicuro essere più che esaustivo.

Di tutti i significati, certamente quello più importante per noi è quello che connette questa lettera simbolicamente all’idea di origine, ma anche l’idea di sentiero tra cielo e terra, sentiero diagonale capace di unire queste due parti di noi stessi.

Guardiamo al futuro! Birthplace è un disco fine a se stesso, ma che aprirà ad altre esperienze e sperimentazioni,  o è un capitolo di una storia appena iniziata?

R.: Non so dire bene cosa sarà dell’industria dei CD. Ormai sono in pochi a comprare l’oggetto. Credo che fra non molto non se ne sentirà più l’esigenza. Del resto, non credo sia questo l’aspetto centrale della questione.

Birthplace è decisamente un inizio, perché in questo primo periodo di tour mi sono già accorto di cosa sta facendo la differenza: è il live la cosa che conta di più. Il concerto live è contatto, possibilità, influenza, relazione. Molti aspetti dell’industria musicale stanno cambiando definitivamente ed in maniera radicale, e non ho al momento una posizione chiara in merito poiché sono un novellino in questo campo.

Molti aspetti della vita di ogni giorno stanno cambiando in maniera radicale e molto più profondamente di quanto noi ci si accorga della cosa. La relazione, per quanto più rara ed inconsapevole, è la chiave del futuro, il momento di svolta della giornata, della stagione, della vita, del mondo. Se ci salveremo sarà grazie alla relazione, e il concerto è una relazione orientata. Bisogna farne tanti, e andare a viverli. Bisogna che ci diciamo bene dove stiamo andando!

Emanuele Coluccia
La domanda che mai nessuno ti ha fatto ma che avresti voluto che ti facessero?

R.: Non ci crederai, me l’hanno fatta da piccolo, ed era: cosa vuoi fare da grande? Purtroppo, dopo un po’ di tempo, evidentemente spaventati dalle mie risposte, le stesse persone che me l’hanno fatta si son sentite obbligate a darmi anche le risposte, ed è stato l’inizio della fine!.. Oggi ho recuperato la domanda, che è diventata: ora che sono grande, cosa voglio davvero?

Forse ho divagato, magari per domanda intendevi qualcosa di più correlato alla musica.. Vedi il punto è questo, la musica non è separata dalla vita, non può esserlo. La musica vive della vita. Keith Jarrett disse chiaramente in una intervista: “Le persone credono che la musica venga dalla musica, ma non è così. La musica non può venire dalla musica, la musica viene dalla vita”. Concordo completamente con questa narrazione. Sono un amante della musica in sé, adoro il suono e le sue forme, sono sedotto dalle mille forme di questa arte ed oggi abbiamo tanto di cui godere in questo senso.

Il mio obiettivo non è questo. Questo è il mezzo. L’obiettivo è risorgere dalla condizione di paura e stress in cui l’umanità rischia di sprofondare, e tornare a vivere, tornare a parlarci con il cuore.

Il MIO obiettivo è tornare a me stesso, tornare a stare col mio cuore, con la mia intelligenza più profonda e capace, per riuscire a stare con te per davvero, qui ed ora.

La conclusione di questa nostra chiacchierata ci lascia soddisfatti per le curiosità iniziali che avevamo ma ci spalanca la porta per una nuova amicizia e, sopratutto, alla profondità di Coluccia. Oltre la musica, bella, un incontro di cultura e spiritualità forte.

La musica di Emanuele Coluccia potete acquistarla nei migliori negozi di dischi e sulle più importanti piattaforme di streaming. 

 

Red & Blue – Il primo album firmato S.d.B Project

Red & Blue – Il primo album firmato S.d.B Project
Simone Di Benedetto è un giovane compositore e contrabbassista italiano, improvvisatore, narratore d’ immagini sonore. 
Lo abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del suo primo album,  Red & Blue, edito per la label Improvvisatore Involontario.
Red & Blue, il tuo primo album da compositore, da dove nasce il titolo, quali sono le suggestioni che hanno ispirato la stesura dei brani?
Grazie a Red & Blue ho avuto l’occasione di confrontarmi con la mia visione del jazz e la tradizione jazzistica, e questo per me è stato molto importante. Quando si parla di tradizione in ambito jazzistico, si è sempre su un terreno scivoloso: da un lato si rischia di passare per “nostalgici”, dall’altro per musicisti che fanno “altro” perché non conoscono abbastanza le origini del jazz. Talvolta si dà più importanza al voler dimostrare di conoscere un linguaggio, che al proporre qualcosa di proprio.
 Penso che il disco si divida in due facce, una “Red” ed una “Blue”. Da un lato la tradizione del jazz europeo ed in particolare scandinavo, in brani come Ballata scandinava, Fiordi, Homage a Haydn o ancora Shardik; dall’altro al free jazz e le sue derivazioni, con autori come Ornette Coleman, Keith Jarrett o l’Art Ensmble di Chicago per brani quali Bei denti sto demone, The big wuedra in the sky, Red&blue e Just say it.
In quest’ultimo brano, ad esempio, l’ispirazione è stata il blues arcaico, di cui Ornette aveva riportato alla luce sonorità che durante l’era be-bop erano passate in secondo piano.
Quali brani, secondo te, meritano attenzione speciale e perché?
Non saprei dire quali meritano un’attenzione particolare, posso dire a quali sono più legato.
Ballata Scandinava è un brano molto vecchio, che scrissi dopo un primo viaggio in Svezia diversi anni fa: è una melodia popolare svedese, di cui avevo trovato una registrazione che mi aveva affascinato, e che ho deciso di ri-armonizzare seguendo i molteplici spunti che una melodia così semplice forniva.
The Big wuedra in the sky è un omaggio a Jarrett e alla mia adolescenza, un brano che mi rende felice tutte le volte che viene suonato.
Un altro brano a cui sono molto legato, l’unico non originale del disco, è Vashkar di Carla Bley: ricordo che comprai il disco Jaco quando avevo circa 14 anni, all’epoca suonavo il basso elettrico ed ovviamente… stravedevo per Pastorius! rimasi molto colpito dalla traccia, la prima del disco. Negli anni ne ho riscoperte molte versioni, lo ho studiato a fondo e ho deciso, dopo averlo sentito dal vivo suonato dalla stessa Carla Bley, di provare a darne una mia versione, partendo dalle tante che avevo trovato negli anni.
Ci parli dell’incontro con gli altri musicisti?
Achille Succi e Andrea Burani sono musicisti più grandi di me e ho pensato di coinvolgerli per imparare dalla loro esperienza.  Achille è un musicista formidabile e poliedrico, affermato a livello internazionale, e Andrea per me è sempre stato un po’ un mito. E’ stato il batterista del mio primo insegnante che da ragazzo vedevo come “inarrivabile”! oltre ad essere un grande conoscitore della tradizione a 360 gradi, e sapevo che poteva aiutarmi nello studio che stavo affrontando.
Giulio Stermieri, che ormai si sta affermando nella scena nazionale come uno dei migliori giovani pianisti in circolazione, è in realtà un amico di vecchia data. Ci siamo conosciuti alle superiori ed è stato il primo musicista con cui ho cominciato a suonare jazz. Negli anni abbiamo sempre affrontato tanti repertori e sfide nuove insieme, per cui non avevo dubbi sul fatto che un musicista e una persona come lui avrebbe saputo cosa stavo cercando musicalmente in quel momento.
Un giovane musicista come vive oggi la scena jazz italiana? 
Bianco e nero.
Da un lato c’è una scena molto viva e ricca, piena di stimoli e di musicisti interessanti con cui lavorare.
Dall’altro, per motivi culturali, economici e forse anche politici, temo non ci sia la giusta attenzione e il giusto spazio. Le opportunità non mancano, ma a volte sono poche, soprattutto per una piazza così ricca di proposte.
Da compositore, qual è il tuo rapporto con l’improvvisazione?
Penso che la risposta migliore a questa domanda sia la mia tesi di laurea, che ho intitolato appunto, “Composizione e improvvisazione – due facce della stessa medaglia”.
Personalmente, credo che l’improvvisazione e la composizione siano la stessa cosa, fatto salvo per il fattore tempo: un compositore può impiegare settimane o mesi (nel caso di Beethoven, sappiamo anni) per comporre anche pochi secondi di musica; l’improvvisatore deve comporre in tempo reale.
 Quando scrivo e quando improvviso non penso in maniera diversa, cerco semplicemente di sfruttare il fattore tempo a mio vantaggio in entrambe le situazioni, “ragionando” di più quando scrivo e seguendo di più “la pancia” quando improvviso.   Ovviamente il fattore tempo non è irrilevante e condiziona fortemente le scelte operate, ma le tecniche che si utilizzano sono spesso simili se non identiche.  Il principio intervallare che guida improvvisatori come Ornette Coleman o Wayne Shorter non è per esempio lontano dal modo di pensare una serie dodecafonica, specie nel caso di Webern. 
 Un altro aspetto importante risiede nel fatto che, nel jazz, compositore ed esecutore coincidono in un’unica figura, mentre nell’ambiente classico queste spesso sono divise. Non bisogna dimenticare che molti grandi compositori del passato erano formidabili improvvisatori come Bach, Mozart, Chopin o Liszt.  Nel ‘900 molti compositori “classici” si sono avvalsi di tecniche improvvisative. Cage nella scelta del materiale (aleatorietà), Boulez o Stockhausen lasciando agli esecutori un margine di manovra arbitrario. Molto spesso l’universo sonoro che si andava a creare era simile a quello dei musicisti della New Thing che stava prendendo vita a New York. 
Una parte consistente del tuo lavoro artistico è rappresentata da collaborazioni con attori, narratori e festival delle parole. Come coniughi questi due mondi? 
Musica e parola sono sempre state unite, la musica nasceva come accompagnamento alla danza ed alla poesia, per cui, da un certo punto di vista, per me è qualcosa di abbastanza “ancestrale e naturale”. Lavorare con attori poi mi dà spunti che difficilmente troverei lavorando solo con musicisti, e anche questo è un aspetto molto affascinante delle collaborazioni che sto portando avanti.
Molto spesso ho grande libertà nella scelta dei materiali da utilizzare. Questo mi permette di muovermi tra l’improvvisazione e la scrittura. Con alcuni attori scrivo da zero le musiche per gli spettacoli; con altri, invece, avendo concordato già prima le linee generali della narrazione, creiamo performance in cui improvviso liberamente. È un lavoro che mi piace molto a cui mi dedico da già 5 anni, e che spero possa durare ancora a lungo.
Progetti futuri?
Sono molto felice perchè in questo momento ho la possibilità di suonare tanta musica, differente e con vari artisti, che mi permette di avere sempre stimoli nuovi. A novembre uscirà il primo disco di un altro quartetto di cui faccio parte, Archipelagos, per l’etichetta UR records.  A febbraio 2019 uscirà il disco in solo, registrato quest’estate in Danimarca, e per ultima la registrazione del secondo disco del progetto DST, in duo col clarinettista Alberto Collodel. Inoltre, ci sono alcuni progetti giovani che spero possano vedere la luce l’anno prossimo, tutti con musicisti stimolanti e con cui sono felice di poter condividere idee ed esperienze.
Vi ricordo che potete acquistare l’album Red & Blue in tutti i migliori negozi di dischi e store digitali. 

Lunea Il nuovo album di Mauro Mussoni

Lunea Il nuovo album di Mauro Mussoni
Si intitola Lunea, è stato pubblicato dall’etichetta discografica AlfaMusic, ed è il primo progetto discografico da band leader di Mauro Mussoni.
“Ascoltando il CD di Mauro Mussoni, ho avvertito un grande impegno riguardo la composizione.
Brani originali scritti e arrangiati con le sue preziose  mani, essendo un contrabbassista.
Condivido la scelta di musicisti con i quali collabora spesso.
Ritmica affiatata e compatta.
Tre fiati: trombone, sax e tromba eccellenti nelle parti tematiche e solistiche.
Mauro ha realizzato questo suo primo progetto, con umiltà e sincerità.
Solo e ancora buona musica, qualcosa di nuovo da scoprire.
La musica è arte vera, pura e cristallina. Ti arriva diretta al cuore e ti emoziona.
La musica è una grande passione che non ti abbandona.”
Flavio Boltro
Cosa significa Lunea?
Pensa ad un pianeta bellissimo come la Terra ma con un lato oscuro come quello della Luna. Pensalo come se fosse la concretizzazione del tuo essere ed al viaggio (odissea) che dovresti fare per visitarlo e conoscerlo. Unisci le due parole Luna ed odissea…
Sono tantissime le tue collaborazioni professionali, tante le esibizioni e le partecipazioni in album di altri musicisti. Quando hai avvertito per la prima volta la volontà di dar voce ad un tuo lavoro musicale? 
Fare musica significa anche ascoltare. Sapere ascoltare gli altri e sapersi ascoltare. 
Le collaborazioni, le esibizioni e le partecipazioni, oltre ad influenzarmi e ad insegnarmi tanto, sono servite a maturare l’esperienza necessaria per sapere cosa dire. 
Dopo aver ascoltato tanto ho capito cosa volevo dire e negli ultimi due anni ho avuto la necessità di farlo. Non è facile rendere concrete le idee e spesso ci si riesce solamente in parte o a volte per niente. Tuttavia le esperienze ti danno la forza e la spinta necessaria per provarci. Tutte le esperienze, positive o negative, ti fortificano e ti fanno crescere. Dobbiamo ricordarle e ricavarne qualcosa da raccontare, perché la musica è comunicazione… e bisogna avere qualcosa da dire.
LUNEA è un album che riassume queste mie esperienze; esperienze di musica e di vita. Le une sono strettamente connesse con le altre dato che faccio musica per vivere. 
Se potessi scegliere un solo brano? ce ne parli?

Sinceramente non riuscirei a sceglierne uno… sarebbe come scegliere tra essere cieco o sordo; scegliere tra non vedere o non sentire. Sarebbe come chiedere ad una madre di scegliere un figlio ed escludere gli altri. Come si fa?! Si vuole bene a tutti…Oppure scegliere fra un braccio ed una gamba… Non saprei! Ogni brano fa parte di un intero: E’ vero che nell’ album ci sono dei brani dei quali sono più soddisfatto rispetto ad altri. E’ normale. Comunque ogni brano mi ha dato qualcosa e apprezzo i lati positivi di tutti. Quindi parlare di uno solo sarebbe come escludere gli altri e mi farebbe sentire in colpa … 

Un album in quintetto che vanta nove elementi, ci racconti la scelta della formazione e le featuring?
La formazione principale è quella in quintetto con sax soprano, trombone, pianoforte, contrabbasso e batteria. Questa era la timbrica che volevo. 
Sapevo che i musicisti erano quelli giusti. Collaboro con loro da tantissimo tempo e in tante situazioni diverse. Quindi ero sicuro del risultato.
Durante il lavoro mi sono accorto che alcuni brani avrebbero potuto essere proposti anche con una timbrica più classica (tromba e sax) unita alle percussioni. Questo avrebbe potuto arricchire il sound dell’album oltre che soddisfare il mio attaccamento al quintetto jazz classico. Le percussioni inoltre avrebbero impreziosito la ritmica…
 
Quindi che fare? Rimanere al sicuro o fare il salto nel buio? Il salto nel buio comportava molto lavoro in più…Non ne ero sicuro ma valeva la pena provare. Un’idea va sempre assecondata se possibile!
Ho pensato che un gruppo già rodato con cui stavo lavorando avrebbe fatto al caso mio e quindi ho sperimentato questa soluzione.
 
Dopodiché ho pensato di fondere dove possibile le ritmiche ed i fiati delle due formazioni nei brani per creare ancora più contrasto e per cercare un’ulteriore svolta sonora. In questo modo ho tentato di unire la timbrica che avevo scelto in partenza (più particolare) con quella più tradizionale ma sempre attuale. 
E’ stato un esperimento deciso all’improvviso. Come una deviazione inaspettata durante il viaggio. Intuisci la direzione ma non sai di preciso dove ti porterà la strada o se il panorama sarà migliore. Mi sono detto: “Se non provi…”Quindi ad oggi non saprei dire cosa sarebbe stato meglio o peggio ma sono contento di aver seguito un’idea repentina. Potevo prendere una strada diversa e l’ho presa, succeda quel che succeda. Sono contento di essere stato coraggioso ed incosciente! Lo rifarò.
Sono tanti i palchi sul quale ti sei esibito, in italia ed all’estero, trovi che ci siano delle differenze nell’approccio che il pubblico ha con il jazz?
Che dire…l’Italia è il paese dell’Opera, di Puccini, di Rossini, di Paganini… Culturalmente le nostre radici affondano lontane dal jazz. Nonostante ci siano musicisti fortissimi in ambito, il jazz rimane un terreno ancora poco esplorato dalla maggioranza.
Se ascoltiamo la produzione artistica attuale di gruppi sconosciuti stranieri (senza fare citazioni) oppure guardiamo le programmazioni dei festival e dei club all’estero, ci rendiamo conto della differenza di tendenza nella ricerca e nelle proposte.
 
In Italia c’è tanto pubblico e tanti musicisti, discografici, giornalisti, bloggers, organizzatori ed addetti ai lavori che si prodigano con fatica per ascoltare, fare e divulgare musica jazz diversa. Tanti che si interessano, che ascoltano e che non smettono di cercare. Basta fare l’esempio dei ragazzi di Alfamusic – Fabrizio Salvatore, Alessandro Guardia e Anita Puxeddu – che hanno creduto nella mia musica e mi hanno dato la possibilità di pubblicarla. Li ringrazio moltissimo per questo. 
 
Al momento il circuito del jazz italiano si sostiene a fatica grazie all’interesse, l’attenzione e la buona volontà di eroici appassionati come questi ultimi citati. 
Questo è già tantissimo e per fortuna esiste! Purtroppo forse ancora non basta. 
Credo che all’estero le cose vadano meglio per il fatto che il pubblico sia meno distratto, più abituato e meno diffidente verso le novità. 
Si dovrebbe cercare di ampliare la varietà di proposte nei festival e nelle rassegne e dare più respiro anche ad artisti nuovi ed innovativi senza aver paura di risposte negative da parte del pubblico. 
 
Quando ci sarà più coraggio nelle proposte, il pubblico risponderà sicuramente in maniera positiva anche in Italia perché oggi il jazz è talmente vario che può piacere a tutti; è denso di commistioni: musica etnica, pop, rock ecc. Non si parla più esclusivamente di jazz tradizionale, quindi davvero tutti possono trovare nel jazz qualcosa di vicino ai propri gusti. 
E’ vero che il jazz tradizionale è rassicurante ma ricordiamoci che siamo un popolo di esploratori…
 
Quindi armiamoci di coraggio ed insistiamo. Le idee ci sono…
E qual è il tuo rapporto con il jazz?
Da piccolo i miei genitori avevano un giradischi e sul piatto facevo girare con pari frequenza i Beatles, Louis Armstrong e Frank Sinatra. Rimanevo colpito già a quei tempi dalla musicalità del jazz ed ancora oggi spesso mi trovo stupito dalla sua potenzialità espressiva. È una musica che non finisce mai di sorprendere, capace di sposarsi felicemente con tutti gli stili e di uscirne rinnovata. 
Mi sono dedicato allo studio del jazz diversi anni dopo ed in seguito il mio rapporto con lui è diventato quotidiano. Mi accompagna ovunque. 
Il jazz è uno stile di vita e come la vita ha tantissime sfaccettature, infinite possibilità e soluzioni diverse per ogni situazione. Per questo merita di essere coltivato.
Siamo in simbiosi!
Idee in fermento?
Tantissime! Cominciano in questo periodo nuovi progetti e alcuni includono anche mie composizioni. Inoltre sto collaborando con musicisti veramente forti. Ci vorrà un po’ di tempo prima che le cose prendano forma ma nonostante la fatica e l’impegno sono carichissimo ed impaziente. Preferisco non anticipare nulla al momento sia per scaramanzia sia per fattore sorpresa… ma tanta roba bolle in pentola!
Mauro Mussoni contrabbassista, bassista, compositore, arrangiatore. Musicista. Ci accompagna nel mondo unico del viaggio di ogni uomo alla scoperta della propria meta. Lunea non è il punto di partenza, né di arrivo, ma il punto di osservazione del primo traguardo. Un disco molto energico ed allo stesso tempo maturo e ben arrangiato.
Vi ricordo che potete acquistare Lunea in tutti i migliori negozi di dischi e digital stores.
Formazione
Mauro Mussoni contrabasso, composizioni ed arrangiamenti
Emiliano Vernizzi sax
Beppe Di Benedetto trombone/euphonium
Massimiliano Rocchetta piano
Marco Frattini batteria e percussioni
Featuring
Giacomo Uncini Tromba
Alessandro Fariselli sax tenore
Fabio Nobile batteria
Luca Mattioni percussioni

43° Parallelo Il Nuovo album di Paride Pignotti

43° Parallelo Il Nuovo album di Paride Pignotti
Si intitola 43° Parallelo, è stato pubblicato dalle Emme Records Label, ed è il disco d’esordio del talentuoso chitarrista Paride Pignotti. 

“Ho trovato in lui delle doti rarissime, un senso melodico naturale e un senso musicale molto raffinato, doti che hai e che difficilmente puoi costruire o inventarti.”  Bebo Ferra

Come è avvenuta la transizione da studente ad artista pronto a presentarsi al mondo del jazz? 

In realtà penso non sia mai avvenuta, come musicista e soprattutto come jazzista, cerco ogni giorno di rimanere uno studente e di studiare il più possibile la musica dei miei predecessori e dei nuovi musicisti . C’è sempre molto da imparare e bisogna cercare di reinventarsi e di migliorare, è proprio questo il bello di fare un lavoro come il musicista. Una transazione importante che mi ha permesso di capire molte cose è stato quando, 3 o 4 anni fa ho deciso di dedicare molto più tempo alla scrittura di composizioni originali e alla ricerca degli artisti che mi piacciono di più, anziché concentrarmi su altri aspetti più tecnici dello strumento.

Ho notato che all’interno del disco sono presenti composizioni originali suonate sia con l’elettrica che con la chitarra acustica, come concili questi due suoni così diversi? Ci sono differenze tecniche sostanziali?

E’ molto difficile conciliare questi due strumenti. Nonostante siano due strumenti identici sotto il punto di vista didattico, cerco di creare una distinzione netta tra questi , e di suonarli in maniera completamente differente.
Sono sempre stato affascinato dalla chitarra acustica e dal tipo di risposta che ha questo strumento al tocco delle dita. Suonare con la chitarra acustica mi ha aiutato moltissimo anche nello sviluppo del suono della chitarra elettrica.
Con la chitarra elettrica cerco il più possibile di avere un bel suono pulito e di curare successivamente il suono “effettato”. Sto ancora sperimentando molto sui suoni, in particolare su quello dell’elettrica, correndo anche a volte qualche piacevole rischio!

Quanto c’è di “sincero” e ispirato all’interno delle tue composizioni e quanto invece è frutto di anni di studio e sacrifici? 

Ogni mia composizione è stata scritta per ricordare e rivivere in musica qualche avvenimento della mia vita che mi ha particolarmente colpito. Lo studio e gli anni di sacrificio aiutano a cercare il miglior modo di rendere al massimo il proprio messaggio musicale e poetico. A volte alcuni brani sembrano scriversi da soli in pochissimo tempo, altre volte invece sono un po’ più “macchinosi”, vengono abbandonati incompleti nel cassetto per essere poi ripresi dopo qualche mese o anno ed essere conclusi quando si trova la giusta ispirazione. In questo disco ho cercato di inserire quei brani ai quali ero più sentimentalmente legato, che sentivo potermi rappresentare al meglio e che erano stati scritti un po’ più di getto ed in maniera più spontanea e sincera.

Come hai scelto i tuoi compagni di viaggio?

 Sono molto contento di aver potuto registrare il mio primo disco con musicisti di questo livello.  Il quartetto è composto da alcuni dei musicisti che più stimo sia musicalmente che umanamente e che ritengo essere i più adatti ad interpretare il pensiero estetico dell’album. Sono Seby Burgio al Piano, Alberto Fidone al contrabbasso e Alessandro Marzi alla batteria.

Con Seby ci siamo conosciuti al conservatorio di Roma e fin da subito è nato un bel legame. Per me è come un fratello maggiore, mi ha aiutato moltissimo e continua tutt’ora a farlo e gliene sono molto grato. Appena ho avuto l’idea di registrare un disco in quartetto ci siamo visti nel suo studio ed abbiamo organizzato le prove con gli altri. 

Alberto l’ho incontrato ad una jam session in un locale romano e poi abbiamo avuto modo di suonare insieme alcune splendide serate in duo. Ho avuto fin da subito una bellissima impressione sia umanamente che come musicista ed il suo aiuto alle prove e in studio è stato per me fondamentale.

  Alessandro l’ho conosciuto in occasione delle prove del disco, lo conoscevo di nome e lo avevo già ascoltato più volte in vari locali romani. Nei giorni della registrazione, aveva alcune date con Nate Birkley (trombettista americano), cosi abbiamo deciso di coinvolgerlo nel brano “How Deep Is The Ocean”. Con lui sto suonando anche in altri progetti e sono molto contento che tra tutti noi si sia creato un bel legame musicale e umano.

Quanta importanza ha per te avere un linguaggio musicale personale in un periodo di forte omologazione diffusa alla quale il jazz non è immune, c’è una ricerca dei suoni da te utilizzati?

 Penso sia uno degli obbiettivi fondamentali per un musicista ed è anche una delle cose più difficili da raggiungere. A volte, per esigenze lavorative, noi musicisti siamo costretti a dover spendere molto tempo per progetti che non ci riguardano direttamente o a dover insegnare davvero molto, sacrificando cosi energie per la ricerca su sé stessi e sulla propria musica, è purtroppo un problema comune a tutti noi musicisti ed in particolare a quelli che abitano in città grandi e costose.

Ho cercato in questo album di trovare un linguaggio improvvisativo e compositivo che mi rappresenti il più possibile, che sia coerente e che mi identifichi; lo stesso tipo di lavoro ho provato a fare con i suoni. Sto ancora lavorando su questi due aspetti che, penso debbano essere continuamente in evoluzione.

Che rapporto hai con la musica “contemporanea”? Ascolti ciò che le radio trasmettono?

Mi capita spesso, soprattutto quando sono in macchina, di sentire la radio. Sono un grande amante della musica cantautoriale italiana che si rifà ad artisti come Lucio Dalla, Pino Daniele, Fabrizio De Andrè ecc.… oggi nelle radio è un po’ difficile trovare artisti che riescano ad avere lo stesso spessore di questi personaggi, ma sono sicuro che qualche nuova proposta interessante c’è ed è per questo che continuo ancora ad ascoltare la radio e ad informarmi sulle nuove proposte musicali italiane, in particolare quelle giovanili.Per quanto riguarda la musica contemporanea sono sempre molto curioso di ascoltare nuova musica!

Cosa ti aspetti in termini di riscontro da questo disco? Come pensi che l’ambiente del jazz italiano reagirà al tuo lavoro?

 Al giorno d’oggi, con il mercato dei dischi in forte declino, non posso aspettarmi di certo di avere un riscontro economico da questo lavoro, non è sicuramente nato per questo scopo. Spero di avere un piccolo riscontro pubblicitario che possa crearmi uno spazio maggiore, come chitarrista e compositore, all’interno di festival o rassegne in Italia ma anche all’estero.

Non so come l’ambiente del jazz italiano possa reagire, spero bene, mi auguro che all’ascolto di questo disco si possa comprendere il mio tentativo di fare la musica che più mi rappresenti sia come musicista nato in Italia ma soprattutto come persona, senza alcun tipo di pregiudizi nei confronti di generi musicali, stili o barriere di questo tipo. Se questo tentativo è riuscito o no, non spetta a me dirlo, ma incrocio le dita!

Come ti vedi tra dieci anni?

È una domanda difficile, in questi anni la vita mi ha riservato grandi sorprese di anno in anno, belle e brutte. Ho da poco trascorso un mese in Africa, grazie ad un bando dell’associazione MIDJ, che mi ha cambiato moltissimo sia come persona che musicista ed è stato molto entusiasmante. Spero di riuscire a viaggiare ancora di più e di continuare a conoscere nuove persone e musicisti e di fare tanti altri dischi! 

Certi di ritrovare presto Paride Pignotti qui, nella Family del jazz, per raccontarci nuovi incontri, nuovi progetti e buona musica. Vi ricordo che potete acquistare 43° Parallelo nei migliori negozi di dischi e nei maggiori store digitali.

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