Jazz in Family - Il luogo dove le varie anime del jazz si ritrovano in famiglia

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Intervista a Filippo Bubbico e presentazione di Sun Village

Intervista a Filippo Bubbico e presentazione di Sun Village

Nei giorni scorsi ho avuto modo di conoscere, seppur solo telefonicamente, un giovane musicista e compositore pugliese. L’occasione scaturiva in seguito alla pubblicazione del suo disco d’esordio: Sun Village. Sun Village è prodotto da una casa discografica, la Workin’Label, prevalentemente specializzata nella produzione jazzistica. Ma, attenzione, Sun Village è un disco che di jazz, in senso classico, ha ben poco, se non niente. Per questa occasione sfrutto la licenza del klaim di introdurre… in family… una delle sue tante anime.  

Volevo concordare con questo giovane musicista un intervista è, man mano che parlavamo, mi son fatto una certa idea su di lui, anche come persona. Lui è un giovane di 25 anni e si chiama Filippo Bubbico. 

Il Filippo Bubbico, che presentiamo in questa intervista è meno noto, secondo Google, rispetto ad un suo omonimo politico. Noi pensiamo che Google si stia sbagliando e, dunque, chi è questo Filippo Bubbico?

“Sono un essere vivente al quale piace tanto la musica, gli amici, il mare, i viaggi, le avventure! Nella vita faccio il musicista e producer”.

Con la prima domanda ricevo una risposta semplice, come quella di una persona tra tante.

Sei al tuo esordio discografico. Il  titolo dell’album è Sun Village, da dove nasce?

“Sun Village nasce dall’omonimo villaggio (Villaggio del Sole) situato nella campagna di Lecce a 5km dalla città e 4km dal mare dove è situata casa mia e dove tutta la musica che ho scritto (o comunque gran parte) nasce”.

Mi viene subito da porre una domanda provocatoria: l’idea di intitolare al proprio luogo d’origine e di residenza ad una musica così diversa, forte e al contempo innovativa, può nascondere un desiderio di evasione.

Un forte legame con le tue origini, il tuo territorio, ma una forte spinta in avanti nelle tue composizioni musicali. Sembrerebbe esserci un contrasto, una sorta di amore/odio…?

“Assolutamente solo amore; Sono cresciuto a Lecce e subito dopo il liceo ho vissuto 2 anni a Milano e 4 a Bologna: sono stati anni di grande formazione che, una volta rientrato a Lecce, mi hanno dato tanto per la realizzazione di questo disco e non solo”.

Il tuo disco ci fa ascoltare delle sonorità prevalentemente basate sull’elettronica e sulla sperimentazione d’avanguardia. Un groove molto potente intriso di atmosfere oniriche. Parlaci un po’ di Sun Village e fino a che punto possiamo dire che esso sia un disco jazz?

“Sun Village cerca sicuramente un contrasto tra la trasparenza della musica elettronica, i suoi potenti kick in 4/4 di base e la ricerca armonica e di incastri ritmici di quello che lontanamente può essere definito mondo del jazz. Tutto quello che di jazz vedo nel mio primo disco non è nient’altro che il modo di porsi alla musica: cercare soluzioni originali e mai adoperate prima di quel momento, operare con l’intento di cercare continuamente cose nuove”.

Gli undici brani del disco sono tue composizioni originali, ma dal punto di vista dei testi essi, in buona parte, sono opera di tua sorella, Carolina, una brava vocalist, ma non solo, presente in quasi tutti i brani e con un suo personale disco all’attivo. Buona parte sono in lingua inglese e qualcuno in italiano. Cosa ci dicono?

“I testi sono stati scritti da Carolina Bubbico, Vincenzo Destradis ed io; posso certamente descriverti l’approccio al mio processo compositivo del testo che riguarda molto il connubio tra impatto emotivo del paesaggio sonoro ed impatto emotivo della scelta dei vocaboli nel voler esprimere qualcosa in una frase. Il mio obiettivo è quello di evocare un sentimento all’interno di chi ascolta, me in primis!”

Qual è il brano che in assoluto ti rappresenta meglio, è perché?

“Non riesco a rispondere a questa domanda in quanto tutti i brani del disco mi rappresentano largamente; ogni brano rappresenta un periodo degli ultimi due anni della mia vita: un pezzo magari riguarda un mese, un altro riguarda un giorno in particolare, ma a loro modo tutte le canzoni parlano della mia visione della vita, o comunque di una visione della vita (io sono finito in mezzo a tutta questa storia)”.

Noi siamo quello che siamo grazie alle esperienze vissute e alle cose e alle persone che hanno fatto un pezzo di strada con noi. Così anche la tua musica è frutto di questi incontri. Chi è cosa ha plasmato le tue melodie, i tuoi ritmi? Quale musica e quali compositori ascoltavi prima di incidere Sun Village?

“Certamente non posso che citare Louis Cole e Russell Ferrante come grandi influenti della mia musica, ma anche i Verdena e Bjork hanno dato un grosso contributo insieme a tantissimi altri”.

Vuoi parlarci di quanti hanno collaborato alla realizzazione di questo disco? Oltre i ruoli ufficiali chi ti ha aiutato maggiormente e come?

“Nel disco troverete 9 musicisti, dal mio punto di vista, fuori dal comune e straordinariamente eccellenti. Ognuno di loro per me è importante ed ho avuto la fortuna di condividere con loro un pezzo della mia vita al di fuori della musica: questo ha fatto sì che le cose potessero andare nel migliore dei modi nella realizzazione di un lavoro musicale”

Ho letto che, forse a differenza di molti altri, Sun Village è partito con un tour prima della sua pubblicazione ufficiale. Quali saranno i prossimi passaggi promozionali, oltre ai live che hai già in calendario?

R.: Essendo il mio primo disco mi sono permesso di suonare questi brani durante quest’estate ma il vero tour è iniziato il 20 Settembre con la presentazione ufficiale del disco e prosegue da Ottobre in poi!

Come e dove vedere queste date e come e dove ascoltare ed acquistare “Sun Village”?

R.: Potete trovare tutte le date sulle varie pagine social in particolare sulla pagina di Facebook e sul sito http://www.workinproduzioni.it dove potrete inoltre acquistare una copia fisica del disco; alternativamente potete acquistare una copia digitale di Sun Village su tutti i canali di distribuzione digitali: Bandcamp, Spotify, Itunes, Deezer etc. etc.

Nel tirare le somme di questo nostro “incontro” con Filippo, ritengo di aver conosciuto un giovane educato ed equilibrato, come persona. Sicuramente il frutto di una famiglia sana dove la musica è un tratto caratteristico. La madre di Filippo è una musicista e donna intraprendente, mentre il papà è colui che più di tutti ha trasmesso la conoscenza del jazz a Filippo. Ho ascoltato un musicista dalle idee chiare, fresche ed in grado di far sintesi sulle musiche che lo hanno influenzato. Insomma, il giovane promette bene!  

FULL BAND LINE UP:

Filippo Bubbico – tastiera, batteria, voce
Carolina Bubbico – voce
Emanuele Coluccia – sax
Giacomo Ferrigato – chitarra
Claudio Filippini – pianoforte, tastiera
Federico Pecoraro – basso
Dario Congedo – batteria

Intervista a Mauro Carboni del Natìa Quartet

Intervista a Mauro Carboni del Natìa Quartet

Abbiamo raggiunto telefonicamente Mauro Carboni, il sassofonista e flautista del Natìa Quartet.

L’articolo, qui di seguito, è una sintesi della nostra telefonata, che raccoglie ed esprime il pensiero, del musicista altoatesino, sullo stato dell’arte del jazz e della sua emozionante formazione.

D.: Mauro, come è nato il vostro quartetto?

R.: E’ nato dall’humus musicale jazz umbro, fatto di persone, musicisti, band, che partecipano a concerti, progetti e jam, e che in questo modo si incontrano e vivono molte opportunità di scambio e collaborazione. In particolare ho incontrato Max (Massimo) Pucciarini (pianista) ad una jam (inverno 2015) e mi ha colpito il suo modo di suonare e la sua notevole esperienza come improvvisatore e accompagnatore. Abbiamo presto cominciato a lavorare in Duo con una repertorio che rielaborava in forma jazz molte canzoni d’autore italiane, oltre a lavorare su standard americani come di consueto. Il sound era accattivante e gli arrangiamenti adatti a situazioni di intrattenimento come jazz-brunch e aperi-jazz, ecc.

Fino a quando non ho scritto l’arrangiamento di Guarda che Luna (che è nel CD) , un brano che ci ha fatto scoprire le potenzialità creative jazz del progetto che poi è diventato I Colori dell’Anima. Siamo diventati consapevoli di poter fare artisticamente di più.

A quel punto Max (2016) ha deciso chi dovevano essere gli altri componenti, prima Luca Grassi al contrabbasso (con cui avevo già collaborato in altre formazioni) e poi  Mauro Giorgeschi alla batteria (anche con lui avevamo avuto alcune precedenti collaborazioni).

Abbiamo cominciato a provare ed organizzare i nuovi arrangiamenti che avevo preparato e, dopo la preparazione di alcune demo (nello studio del nostro fonico di fiducia Gabriele Dolfi) e quindi di una serie di concerti nell’estate 2017, siamo approdati alla realizzazione dell’album I Colori dell’Anima a fine novembre del 2017 (prodotto da Mauro Giorgeschi, anche con il supporto di alcuni sponsor da lui trovati).

Il Natìa Quartet

D.: Siete tutti umbri, terra nota per importanti festival jazzistici.  Ma quanto importante per i musicisti residenti di jazz? 

R.: Per ¾ la band è umbra, io sono un altoatesino (Bolzano-Bozen) che vive in Umbria da 22 anni e che ha sposato una danzatrice e danzaterapeuta di Perugia.

In effetti l’ambiente musicale umbro è un crogiuolo di artisti ed idee, nel jazz come nel blues e nel pop-rock. Una realtà che non viene però valorizzata come dovrebbe dai vari Top Manager del Jazz di alto livello, che infatti preferiscono il business e gli artisti stranieri.

Esiste però una rete di piccoli locali e di gestori che mantengono viva questa incredibile realtà musicale. Infatti, a Perugia e dintorni è possibile assistere (e partecipare) a musica live di ottimo livello quasi tutti i giorni.

D.: Il primo punto fermo nella vostra attività d’ensemble è il disco  “I Colori dell’Anima”.  Il disco è certamente il frutto di un lavoro, particolare, di ogni componente, che va al di là del contributo tecnico musicale. Qual è stato il ruolo di ognuno di voi?

R.: E’ vero, il progetto e l’album è il frutto di un lavoro collettivo e organizzato. Io sono il “creativo”, quello che scrive gli arrangiamenti e porta le nuove idee alla band, tutti poi collaborano alla realizzazione definitiva di ciascun brano. Max Pucciarini, in particolare, svolge un importante ruolo di supervisore stilistico. Luca Grassi e Mauro Giorgeschi lavorano in tandem nella costruzione del tessuto ritmico. Giorgeschi infine svolge anche funzioni di Manager (attività che ha anche svolto professionalmente a più riprese nel corso della sua carriera).

D.: Invece, sotto l’aspetto più tecnico, più musicale?

R.: In senso musicale tutti sono partecipi e pienamente coinvolti nella realizzazione dei vari brani e del groove di ognuno di essi. Non a caso siamo tutti musicisti con una lunga esperienza professionale in ambito jazz e blues (ma anche pop e rock). A volte gli arrangiamenti che scrivo vengono appena ritoccati, altre volte vengono completamente trasformati dalle varie proposte. Io stesso mi trovo a ripensare e a riscrivere un brano proprio sulla base delle proposte degli altri.

D.: La tracklist è composta da 9 brani strumentali del repertorio nazional-popolare. Il vostro è un lavoro di riproposizione sotto forma di cover o di trasformazione in standard? Vogliamo chiarire, semplicemente, la differenza tra cover e standard?

R.: Le cover sono, nel migliore dei casi, una riproposizione quasi filologica di un brano musicale (solitamente pop e rock), altrimenti sono rifacimenti di scarsa qualità e di poca o nessuna creatività.

Una rielaborazione e arrangiamento, come quelli che si fanno in ambito jazz, solitamente ricontestualizzano, in senso armonico e ritmico (swing), il brano originale. Nei migliori casi (Paolo Fresu, Danilo Rea, Enrico Rava, …e anch’io con il NATia Quartet), il materiale musicale è lo spunto per una completa riscrittura e un profondo lavoro di scavo in senso improvvisativo, fino ad arrivare ad un prodotto sonoro e stilistico completamente diverso e quindi …originale!

I nostri nove brani sono esattamente il frutto di questo lavoro.

D.: Il titolo del disco, invece, fa facilmente intuire la volontà di toccare le corde delle emozioni. Cosa volete esprimere e quali emozioni suscitare nell’ascoltatore?

R.: Sarò sintetico, da una parte l’affetto e l’intimità suscitata dal piacere della memoria che recupera i vissuti personali in rapporto ai vari brani e dall’altra lo stupore del cambiamento e della novità che suscita curiosità, interesse e partecipazione. Nei fatti ogni brano lavora su una tavolozza di colori sonori e di emozioni diverse, …ascoltare per credere.

D.: Una traccia su tutte che, per te – o, meglio ancora, per tutto il gruppo, si riveste di una significativa importanza: quale e perché?

R.: Come ti ho già detto, Guarda che Luna è il brano che ci ha aperto la via.  Attualmente credo che L’Immensità sia il brano rappresentativo della band, proprio perché costituisce un viaggio vero e proprio nel materiale musicale completamente rinnovato, e soprattutto nella nostra personale ricerca espressiva. Non a caso è un brano di ampio respiro che dura circa 8 minuti.

D.: La buona riuscita di un lavoro discografico è data, principalmente, dalla musica scritta e interpretata dagli artisti, ma dietro di loro ci sono tante altre professionalità. Vuoi parlarci del resto del vostro team?

R.: Certamente da soli si fa poca strada. Innanzitutto Gabriele Dolfi (di Sansepolcro) è diventato il “quinto elemento” della band. Gabriele è il fonico che ci accompagna sempre, sia in studio che nei live. Con il suo lavoro ci mette nelle condizioni di esprimere al meglio le nostre idee e in molti caso ci ha portato a ripensare il sound dei brani.

Poi c’è Tiziano Minciotti (di Città di Castello -fotografo e video maker) e Vinicio Drappo (di Perugia – fotografo professionista). Grazie a loro il nostro progetto sonoro ha preso forma in termini di immagini.

D.: Come vi state muovendo nella promozione del disco?

R.: La nostra azione si svolge su tre livelli promozionali:

      1. regionale e territoriale locale,

       2. nazionale e internazionale,

       3. via web, tramite i vari social media.

D.: Attività nell’immediato e obiettivi futuri?

R.: Intensificare l’attività concertistica a tutti i livelli, portare l’album e il progetto musicale sulle piattaforme online (Spotify, Amazon, ecc.) e quindi avere una più ampia visibilità internazionale, infine arrivare a rientrare in studio per registrare il successivo album e progetto (già in cantiere!). 

Noi abbiamo avuto il privilegio di ascoltarlo è ci sentiamo di consigliarlo!  Il nostro sistema di notifiche vi avviserà appena il disco sarà disponibile sulle piattaforme on-line, basta semplicemente accettare la loro ricezione. Per i più impazienti, il disco è disponibile nei migliori store fisici ma se riscontrate difficoltà nel trovarlo vi basterà contattare noi di Jazz in Family.

Tracklist

Black Tammuriata (Tammuriata Nera)

L’immensità

Amara terra mia

Pietre

Il cielo in una stanza

Un’estate al mare

Guarda che luna

Montagne verdi

La canzone di Marinella

RADICI – Il nuovo album di Antonino De Luca

RADICI – Il nuovo album di Antonino De Luca

Abbiamo incontrato Antonino De Luca, giovane fisarmonicista di origini siciliane che ha dato prova di talento nel suo ultimo disco “Radici” edito dell’etichetta Barvin Jazz.

Ho sentito il bisogno di provare a dare una risposta alla domanda “perché non suoni ciò che sei?”,e per poterlo fare, mi sono semplicemente rivolto indietro, a riscoprire quelle pagine che hanno accompagnato i miei primi passi da musicista”            

Perché la fisarmonica? Qual è il legame con questo strumento?

“È una domanda facilissima, perché mio padre è stato il mio primo insegnante. Anche se, devo ammettere, all’inizio quando ha cercato di darmi lezioni, avrò avuto circa sei anni, non ne ho voluto proprio sapere!

Poi ho cominciato a prendere lezioni una volta al mese a Spoleto dal maestro Renzo Tomassetti, che è stato l’insegnante di grandi fisarmonicisti come Luciano Biondini. Lui mi ha preparato per entrare al conservatorio dove ho poi conseguito la mia prima laurea.

Ho studiato, poi, con Alessandro Mugnoz ed adesso con Riccardo Centazzo, con cui sto per prendere la seconda laurea al conservatorio di Fermo. Perché la fisarmonica? È stato un virus trasmesso da mio padre!

Tra l’altro ho avuto la possibilità di studiare con un fisarmonicista molto importante del calibro di Frank Marocco”. L’occasione nasce in modo fortuito, e De Luca ci racconta la sua avventura con Marocco: “c’era da sostituire Frank in dei concerti, quando mi ha chiamato la Victoria Accordion, la casa che costruisce le fisarmoniche che usiamo sia io che Marocco, pensavo fosse uno scherzo! Non lo era, e qui è cominciata la mia avventura. Marocco per ringraziarmi di questa sostituzione, cominciò a darmi lezioni. Per ringraziarlo, mio padre ed io organizzammo l’unico concerto che Marocco tenne in Sicilia. La mia esperienza con lui, ha sicuramente segnato la mia formazione, cerco di avere delle cose che appartengono sia a Marocco che a Richard Galliano, come anche a Luciano Biondini e Simone Zanchini e Vince Abbracciante amico fraterno e fonte di ispirazione”.

Secondo te è uno strumento desueto o il panorama musicale giovanile è in crescita?

 “Per me non è assolutamente uno strumento desueto, anzi, la mia “battaglia” consiste proprio nel far vedere che le possibilità della fisarmonica sono a 360 gradi.

Io comunque suono anche musica d’avanguardia, musica classica.

Basti vedere delle realtà un po’ più lontane rispetto alla nostra come quella brasiliana in cui la fisarmonica è in pianta stabile, non solo come strumento popolare ma è anche dentro le discoteche ed in assoluto è lo strumento principe che accompagna i cantautori, fino ad arrivare al jazz, quindi sempre più ragazzi cercano di farsi una nuova visione della fisarmonica”.

Ogni atto creativo nasce dalla volontà di esprimere delle suggestioni, da dove nasce “Radici”?

“Sostanzialmente per caso!

In passato non avevo avuto chissà quale bisogno di portare nella mia musica le mie origini, anzi, probabilmente è sempre stata una cosa lontana da me. E più mi avvicinavo all’America e più si allontanava la mia “mediterraneità”. Così ho realizzato che le cose che suonavo da piccolo potevano essere parte integrante del mio repertorio, brani per me profondamente significativi come “Si maritau Rosa”, “Vitti Na Crozza”, “U Sceccu”. E da qui l’innovazione, la volontà di rileggerle attraverso il mio background e tutto quello che ho imparato fino ad oggi.

In alcuni brani, ho usato un meccanismo dello strumento con cui riesco a suonare la mia fisarmonica con un effetto “moderno” uscendo fuori dai soliti canoni. Come fanno sperimentatori come Simone Zanchini. Questa tecnica particolare mi ha aiutato a imitare ancora di più il verso caratteristico dell’asino, raglio che è contenuto nel brano di tradizione popolare siciliana “U Sceccu”.

Poi ho scelto delle cover un po’ più particolari come ad esempio “Sicilia Antica” grande canzone di Gianni Bella, ed un’altra reinterpretazione, “Mafia” di Domenico Modugno, estratta dalla pellicola girata da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia in occasione del loro primo film, ovviamente girato nella mia bellissima Sicilia. Questo brano è stato arrangiato con un connotato dai toni funk diversamente da tutte le altre tracce del disco, e nella parte conclusiva ho voluto inserire una sezione suonata in liscio, come la fisarmonica tradizionale ha sempre fatto.

Altro brano degno di nota è “E vui durmiti ancora”, sicilianissima serenata per eccellenza”.

La scelta dei brani ha sicuramente un legame con il tuo vissuto, con la tua Sicilia. Ed i brani originali? Sono stati appositamente composti per il disco?

“Sì, i brani originali sono stati pensati per il disco”, dalla title-track a Timeless Castle, un brano dedicato ad un luogo molto particolare per De Luca, tappa immancabile durante i soggiorni siciliani. Ci racconta di un castello che in altura sovrasta le nuvole, e di That old River, dedicata affettivamente alla sua Fiumedinisi.

Chiude il disco la traccia “Evviva Maria”, un perla di antica tradizione popolare. Non esistendone registrazioni edite, lo stesso De Luca è stato impegnato in prima persona nella raccolta delle testimonianze di chi sapientemente ne ricorda ancora parole e melodia: “non esistono registrazioni di questo brano se non fatta eccezione per qualche piccolo frammento in filmati che mostrano la processione. E da quello che io ricordo di quell’esperienza, ho tirato fuori il brano per arrangiarlo e l’ho fatto suonare ai flauti Andini di Javier Girotto, che è la grande special guest di questo album.

Questi sono senza dubbio anche i tre brani di “Radici” a cui sono più legato, per ragioni diverse che spaziano dalla sperimentazione alla ricerca, all’affetto che mi lega alla Sicilia.”

 L’incontro con gli altri musicisti.

“Ho parlato prima di Javier Girotto che è la Special guest del disco e che probabilmente rappresenta il musicista della scena jazzistica contemporanea che più seguo, che più mi ispira. La sua musica la sento veramente molto vicina alla mia.  Gli altri musicisti che hanno preso parte al disco sono i due componenti del mio trio, Emanuele Di Teodoro, un amico di vecchia data a cui sono legatissimo e Massimo Manzi che abbiamo deciso di coinvolgere nel progetto proprio perché veterano del Jazz italiano di grande talento e professionalità!”.

Cambieresti qualcosa?

“Non cambierei sicuramente niente perché sono molto soddisfatto del lavoro, fotografa benissimo quello che io sono in questo momento, la musica che faccio in questo momento.

Probabilmente fra 2 o fra 3 anni, non so, cambierei qualcosa così come è successo per il mio primo album, riascoltandolo adesso compirei sicuramente alcune scelte diverse.  Ma per quanto riguarda Radici sono molto molto soddisfatto perché, come dicevo prima, fotografa perfettamente la musica e il mio essere attuale”.

 Progetti futuri?

“Nel cassetto ne ho tantissimi di sogni e di incontri con musicisti con i quali vorrei collaborare.

Nel prossimo futuro ho in cantiere di realizzare dei progetti discografici che riguardano le cose che più amo e che sono sicuramente la musica brasiliana di Hermeto Pascoal ed il jazz del grande pianista Michel Petrucciani. Vorrei, magari, rivisitare la loro musica come ho fatto per la musica siciliana, con la mia chiave di lettura.

Porto avanti molti altri progetti oltre il Trio con il quale ho la libertà di esprimermi attraverso le mie composizioni, faccio attualmente parte del Quartetto del grande violinista italiano Luca Ciarla con cui sto praticamente girando il mondo perché mi ha dato la possibilità in due anni di visitare e di suonare in quasi 20 paesi del mondo.

Poi c’è Roberto Gervasi, un ragazzo della mia età molto molto bravo, di Palermo, con cui condivido un piccolo progettino che si chiama Criminal Duo, proprio perché siamo entrambi fisarmonicisti. Lui suona tantissimo in America, in Francia ed in altri paesi, ed allora abbiamo deciso di fare questa cosa insieme: “la battaglia” della fisarmonica nel jazz”.

L’entusiasmo sincero di Antonino De Luca, l’amore per lo strumento, la sperimentazione coraggiosa, la ricerca.Sono tutte peculiarità che, di certo, apprezzerete già al primo ascolto di quest’album, che parla del lato più intimo dell’artista, il luogo nascosto dentro i ricordi più cari.

Vi ricordo che potete ascoltare ed acquistare RADICI in tutti gli store digitali e nei negozi di dischi!

TRACK LIST

Vitti ‘Na Crozza (Tradizionale) – 4:38

E Vui Durmiti Ancora (G.E. Calì – G. Formisano) – 4:20

Timeless Castle (A. De Luca) – 4:06

Sicilia Antica (A. Bella – G. Bella) – 4:24

Si Maritau Rosa (Tradizionale) – 5:11

Musini (A. De Luca) – 2:11

That Old River (A. De Luca) – 3:49

U Sceccu (Tradizionale) – 3:10

Mafia (R. Pazzaglia – D. Modugno) – 5:09

Radici (A. De Luca) – 4:39

Bonus track – Evviva Maria (Tradizionale) – 3:36

 

Claudio Quartarone Changes (Workin’ Label – 2018)

Claudio Quartarone Changes (Workin’ Label – 2018)

Sono in uno di questi caldi pomeriggi di questa strana estate del 2018. La voglia di pensare e di fare qualcosa è lontana anni luce.

Meglio ascoltare un pò di musica, ma cosa e di che tipo non riesco a deciderlo: puntiamo su qualcosa da scoprire. La scelta ricade sul nuovo album di Claudio Quartarone: Changes (Cambiamenti). La musica dell’album si dipana, interamente ed esclusivamente, sulla chitarra del protagonista. Terminato l’ascolto, mi vien voglia di approfondire un pò di cose e, decido, di contattare Quartarone e scambiare due chiacchiere con lui.

Riesco a raggiungerlo in una mattinata dove la voglia di chiacchierare e fare qualcosa è ancora più bassa del giorno precedente. Nonostante il caldo, penso che non riuscirò a… “sciogliere il ghiaccio”.

Per quanti di voi non conoscono ancora Claudio Quartarone, eccovi una breve bio.  

Chi è Claudio Quartarone?

Claudio Quartarone, musicalmente versatile ma strettamente ancorato alla tradizione classica di cui ha esteso i confini, inizia lo studio della chitarra classica all’età di otto anni.

Giovanissimo si esibisce regolarmente in chitarra solo, vincendo numerosissimi concorsi musicali, tanto da essere considerato nell’ambiente della chitarra classica un enfant prodige.

Quartarone vive un esperienza musicale in quel di Siena, dove viene notato dal trombettista Enrico Rava che decide di coinvolgerlo nella sua band “Special Edition”. Lo stesso Rava elogia il suo talento al Corriere della Sera: “Un chitarrista veramente incredibile, penso non ho mai sentito in Italia uno così, si chiama Quartarone, viene da Catania, come Francesco Cafiso, quella zona sta dando musicisti mostruosi”.

In seguito collabora con alcuni dei maggiori esponenti del jazz italiano, oltre che avere un’intensa attività come compositore. Incide dischi per la Rai e lavora come produttore discografico.

Saltando la cronaca dei convenevoli, il nostro approccio inizia parlando della sua musica, in generale.

Claudio, le tue influenze musicali sembrano fortemente influenzate dalla musica classica dei primi del ‘900…

La mia formazione, fin dall’inizio, si è sviluppata con le tecniche di quel periodo anche se penso che il lavoro di formazione si debba avvalere anche di una  “coscienza storica” della musica, saper inquadrare uno stile da quale periodo proviene. Secondo il mio punto di vista, questa conoscenza porta a sviluppare delle novità, o delle evoluzioni considerevoli, alla musica. L’alternativa resta quella del talento naturale, quella di chi solo perché è lì, senza studi di base – da autodidatta, riesce a dare un contributo notevole come quello che ha potuto dare, ad esempio, Django Reinhardt.

… e tu ti ritieni un talento naturale?

Da parte mia mi ritengo essere più uno che si è formato grazie ad un intenso lavoro di studio, con una forte influenza di quei musicisti classici, cosiddetti “colti”, del primo novecento europeo, attenzione: non jazzisti.  

Ascoltiamo e Parliamo di "Changes"

Mentre leggete di “Changes”, provate anche ad ascoltarlo.

“Changes” è un album di 11 brani quasi tutti composti da Quartarone. Claudio presenta le varie sfaccettature della parola “Changes”.

Quali tipi di “Cambiamenti” ci racconti in questo nuovo disco?

I “Cambiamenti” sono di carattere musicale, tecnico e stilistico, ma anche personale, racconti di una vita, la mia, che, negli ultimi tempi, è cambiata per tanti aspetti e motivi. Qui, certamente, interessa l’aspetto tecnico/musicale. Si dice, anche, “playing the changes”, suonare gli accordi, accordi che cambiano e che sono in divenire ma, anche, un modo di comporre che parte proprio dalla chitarra. Composizioni nate per chitarra, la quale, così strettamente parte di me, permette la creazione di melodie talmente naturali e spontanee che ritengo magiche ed, il più delle volte, ispirate. Solo dopo, la mia razionalità, il mio cervello, continua il lavoro con l’organizzare il “materiale” sonoro. 

Tra una chiacchiera e l’altra, a cavallo di razionalità e credenze mistico-religiose, arriviamo a parlare anche dei brani del disco.

Entriamo nel dettaglio dei brani che compongono “Changes”: partiamo da quello al quale sei particolarmente legato. Qual’è e perché?  

Ti sembrerà strano ma partirei da “528”. Il titolo, e la stessa musica, traggono ispirazione dal suono prodotto dalla frequenza dei 528 Hz, ritenuta come la frequenza dell’amore universale. Sembrerà assurdo che una persona trascorri un intera ora ad ascoltare questo suono, ma è quello che mi è successo. Ascoltandolo più volte mi sono sentito bene e mi sono sentito ispirato dal creare questo tema, questa composizione. Una musica d’amore.

Chissà perchè ritenevo “Honey C” più legato al tema dell’amore?!

E’ il frutto di un momento della mia vita non necessariamente legato all’amore. Anche se ciò che viviamo ci influenza, la musica vive al di la di noi ed è “autonoma”

Tra una composizione e l’altra: gli standards

Prendiamo in mano il capitolo degli standard presenti nel disco.

Ti confido di “riuscire” a suonare solo quelli che per me rappresentano qualcosa. Non sono il tipo di mostrare la conoscenza e la capacità di suonare tutti gli standard del jazz in 500 modi possibili.

Partiamo con Cherokee, brano solitamente dai ritmi elevati e che, qui, diventa quasi una ballad, un pezzo romantico. In realtà per me è quasi come un corale, un pezzo sacro, per la grandissima attenzione al moto delle parti, a come si muovono le voci.

Ritornando al discorso delle ispirazioni, per me è uno uno standard più ispirato al contrario di “Polka dots and Moonbeams”, più razionale. Su questa composizione, che fù magnificamente interpretata da Wes Montgomery, mi sono spinto a sperimentare “il moto contrario”, una tecnica di composizione, un esercizio di stile.

Tornando alle composizioni … originali, un colpo di scena.

C’è un altro brano che ci suscita curiosità, al di là della composizione in sè: “Pietro Calvagna”. Perdona l’ignoranza, forse ci siamo persi qualcuno di importante nella vita, ma, chi è Pietro Calvagna? 

No, non è un personaggio famoso. Pietro Calvagna è il nome di un mio amico, al quale auguro fama e successo, e che è l’autore del tema di questo brano. È un talentuoso amico che conosce e studia la musica ed al quale “gli ho rubato” questo tema. Così una volta che eravamo insieme gli ho fatto ascoltare la mia versione, e per scherzo, ma anche per ringraziarlo, ho intitolato il brano con il suo nome.

Amore, amicizia, …boxe: “Buster Douglas”‘!?

Il tema di “Buster Douglas”, invece, trae ispirazione dal campione di boxe che sconfisse, Mike Tyson all’apice della sua carriera, della sua forza, grazie ad una promessa fatta alla madre, ad una persona importante, e, quindi, ad una ferrea forza di volontà.  Qui intendo sottolineare la grande forza di volontà che spinse, Douglas, all’impresa sorprendente. Una sorta di rinnovamento moderno della sfida e della storia di Davide e Golia. Quando hai la volontà di raggiungere un obiettivo ci riesci sicuramente. E’ un brano… direi… motivazionale. Come quei libri che vanno tanto di moda. Questa è la storia di Buster Douglas, campione di boxe, ma il brano presenta un colpo di scena: nasce come brano d’amore dedicato ad una persona.

Con questo “colpo di scena” parte un dialogo che tocca sempre meno il disco ma che apre ad argomenti diversi, musicali e non, che danno il via ad un lungo momento di condivisione di pensieri, speranze e progettualità: un altro tassello per la costruzione della casa di “Jazz in Family”. Le relazioni solide  e le emozioni positive sono i pilastri fondamentali del nostro agire quotidiano.

Dal vivo

Ci rimane da informarvi solo su quanto ci siamo detti in merito alla fase promozionale di “Changes”. L’album è, chiaramente, in vendita con i classici canali di diffusione ma viene promosso anche  con concerti dal vivo che toccheranno varie parti d’Italia, nella forma della chitarra solo. Claudio Quartarone potete incontrarlo anche con un progetto di concerti nella forma del jazz trio. 

In entrambi i casi, provate a non farvi sfuggire l’occasione di ascoltarlo, ne vale la pena!

Seguitelo e mantenetevi aggiornati sulle sue attività attraverso il nostro sito o direttamente sulla sua pagina web .

Nel frattempo, “il ghiaccio si è sciolto”, l’estate è più calda, ma la musica, di Claudio Quartarone, rinfranca il nostro spirito!

Track List

1. Honey (C. Quartarone)

2. E. (C. Quartarone)

3. 528 (C. Quartarone)

4. Buster Douglas (C. Quartarone)

5. Modal Age (C. Quartarone)

6. Cherokee (B.Powell / R.Noble)

7. Notune (C. Quartarone)

8. Pietro Calvagna (C. Quartarone)

9. You don’t know what love is (Don Raye / G. De Paul)

10.Polka Dots and Moonbeams (J.Van Heusen/J. Burke)

11. Trap (C. Quartarone)

Data di rilascio: 30 maggio 2018

Frank & Ruth – Marco Pacassoni (Esordisco – 2018)

Frank & Ruth – Marco Pacassoni (Esordisco – 2018)

Frank & Ruth - Marco Pacassoni (Esordisco - 2018)

Frank, Ruth, Marco: possiamo usare la classica esclamazione, che trio!?

Per poterci rispondere vi consigliamo di ascoltare, prima, il nuovo disco di Marco Pacassoni ed il suo gruppo. Un album intitolato Frank & Ruth è dedicato a Frank Zappa e, sopratutto, alla sua vibrafonista, Ruth Underwood, ai tempi dei Mothers of Invention.  Parliamo, dunque, di quel decennio che và dal 1967 al 1977.

Frank Zappa e Ruth Underwood

A meno che non siate degli alieni, certamente conoscete questi due grandi musicisti. In caso diverso, documentatevi sui vari servizi tipo wikipedia e, sopratutto, andate a ricercare ed ascoltare la loro musica. Aggiungiamo solo qualche dettaglio sulla Underwood, qui, per agevolare la scoperta di questo disco. 

La Underwood (al secolo, Komanoff) era una vibrafonista, nonché una virtuosa della marimba. Ruth diede un personalissimo tocco alla musica di Zappa, e di quel gruppo, mai più ritrovato nelle composizioni successive di Frank (comunque leggendarie). L’altra peculiare caratteristica è stato il fatto che, escluso quel particolare periodo musicale, la Underwood  non ha mai esibito le sue capacità in nessun altro concerto, disco o evento pubblico. Quali siano stati i motivi di questa drastica decisione non sono mai stati resi noti dalla diretta interessata. Per i malpensanti, sarebbero da escludere motivi sentimentali tra i due in quanto il marito della Ruth era il sassofonista e flautista della formazione: Ian Underwood. 

Marco Pacassoni

Di Marco non possiamo dare per scontato che lo conoscete già, anche se è molto noto nel mondo musicale italiano. Allora, per aiutarvi ad afferrare meglio questo lavoro discografico, abbiamo pensato di scrivervi una sintetica nota biografica del nostro jazzista di turno.

Marco Pacassoni è un vibrafonista, percussionista e compositore, nato a Fano nel 1981. Diplomato al conservatorio “Gioacchino Rossini” di Pesaro con lode e laureato con lode in Professional Music al “Berkeley College of Music” di Boston, uno dei più prestigiosi college al mondo.

Ha studiato e suonato con nomi prestigiosi, sia del jazz che del pop (Gary Burton, Victor Mendoza, Michel Camillo, Horacio “El Negro” Hernandez, Steve Smith, Massimo Manzi, Paolo Belli, Malika Ayane, Bungaro). 

Docente di strumenti a percussioni presso il Liceo Musicale “Rinaldini” di Ancona e “University of Texas” di San Antonio per i semestri italiani presso l’Università di Urbino, tiene anche delle Masterclass di vibrafono in prestigiosi college americani. 

Da leader, con il suo quartetto, ha pubblicato tre album: “Finally”, “Happiness” e “Grazie”, quest’ultimo suonato più volte durante le nostre trasmissioni radiofoniche. 

Il progetto

Veniamo al disco. Per comprenderlo meglio, e fin in fondo, abbiamo voluto scoprire di più raggiungendo telefonicamente, durante uno dei suoi viaggi quotidiani, il nostro protagonista: Marco Pacassoni. 

Marco è stato felice di questa nostra telefonata ed interessamento al suo disco. Ci ha accolti simpaticamente ed è diventato subito un fiume in piena nel raccontarci, prima, di qualche dettaglio personale, che lo mette in condizione psicologica di lavorare al meglio (ma non senza sacrifici), e, subito dopo, della genesi di questo nuovo cd.

Tutto ha inizio dalla collaborazione con Bungaro, circa sei anni fà, il quale presenta a Marco il patron della Esordisco: il francese Pierre Ruiz. Ruiz, coglie subito l’occasione di avere difronte un vibrafonista jazz è suggerisce di lavorare sulle musiche e le canzoni di Zappa e della Underwood. Pacassoni, che conosceva sommariamente queste composizioni, inizia ad approfondirle, ad appassionarsi e a mettere su questo progetto.

Un progetto, certamente con un forte impatto commerciale, ma che, sopratutto, rispetti ed onori Frank & Ruth.

Il Gruppo

Pierre Ruiz mette a disposizione di Marco Pacassoni tutto il meglio della sua organizzazione. Marco, a sua volta, raccoglie intorno a se un gruppo di professionisti per l’incisione che va assolutamente presentato. Partendo dallo zoccolo duro del suo quartetto troviamo Lorenzo De Angeli, al basso, e Enzo Bocciero, al piano e alle tastiere. Il quintetto si completa con Alberto Lombardi (Chitarre elettriche ed acustiche, produttore e specialista del missaggio) e la guest star americana Gregory Hutchinson, alla batteria. E’ il caso di segnalare anche la figura di Matteo Pantaleoni, batterista storico di Marco, che sostituirà, in modo perfetto, Hutchinson, durante alcune date della prossima tournée di presentazione del disco.

Frank & Ruth

L’album è composto da 9 tracce quasi tutte composte da Frank Zappa.

La Bonus track

Partiamo dall’ultima traccia: “Stolen Moments”. Questa è uno standard jazz di Oliver Nelson ed inclusa in “Broadway The Hard Way”. L’originale vedeva Ed Mann alle percussioni e l’introduzione di Sting come voce della successiva “Murder by Numbers”. Fu registrata dal vivo durante l’ultima tournée di Zappa. “Stolen Moments” rappresenta una bonus track  che sfora, che si differenzia dalle altre perché non fa parte della produzione di insieme di Zappa e Underwood. Brano scelto direttamente da Pierre Ruiz, perché più vicino stilisticamente al jazz di Marco e quindi personalizzabile con i suoi strumenti (vibrafono e marimba). Particolare omaggio al genio di Zappa, omaggio di grande difficoltà realizzativa. Il brano è stato registrato, invece, alla fine delle registrazioni, alle dieci di sera. Il risultato, per loro quasi impensabile prima della take, è stato di gran lunga soddisfacente. A tal proposito, Marco, ci racconta che tutto il disco è stato registrato in solo un giorno e mezzo, senza particolari over-dub e quasi tutto in presa diretta.

Gli altri brani

L’album è introdotto da “Blessied Relief”, il brano che rimane più vicino ad uno stile jazz , uno swing in ¾. 

“For Ruth”, dedicato a Ruth è composto direttamente da Marco. Un brano che conferma la fantasia creativa dell’autore ed onora al meglio lo stile e la dedizione verso lo strumento della Underwood. 

“Planet of The Baritone Women” è un altra delle chicche di Zappa e che qui ci viene presentato con la piacevole sorpresa di Petra Magoni. La Magoni mette la sua voce tirandone il meglio, regalandoci un interpretazione che va oltre le capacità canore. 

“The idiot bastard son” e “Peaches en Regalia” sono un pò i cavalli di battaglia di Zappa, brani interpretati da molti ma, qui, altrettanto ben arrangiati da Marco Pacassoni. Altrettanto belli e piacevoli da ascoltare “The Black Page“, forse il brano più complesso scritto da Zappa e massima espressione della sua opera per le percussioni, e “Echidna’s Arf“.

La suite di Napkins

Permetteteci, però di chiudere con un commento su  “Sleep, Pink and Black (the napkins suite)“. Il brano è un medley tra Sleep Dirt e Black Napkins caratterizzato da un arrangiamento delle chitarre di Alberto Lombardi. Ricordiamo che Lombardi ha curato, anche, il mixing e il mastering dell’intero disco. Lombardi salta dalla acustica all’elettrica e realizza due assoli coinvolgenti e mozzafiato. Non contenti di ciò inseriscono, anche, l’assolo di chitarra di “Pink Napkins” trascrivendolo per il vibrafono e riportandolo fedelmente. Una cavalcata di poco meno di nove minuti tra melodie disarmanti e ritmi elettrizzanti. Un brano che, alla fine, ti lascia l’amaro in bocca perché è durato troppo poco.  

La suite di Napkins, secondo noi, è un importante cartina di tornasole. Infatti i tre brani che lo compongono sono estratti di tre diversi album e devono darci l’idea di quanto sia stata attenta e meticolosa la ricerca dei brani da arrangiare e inserire in questo tributo alla coppia artistica. 

Fine del viaggio, fine della telefonata.

Logicamente, la fine della nostra chiacchierata, durata oltre mezz’ora, si conclude con l’arrivo di Marco alla sua destinazione.

Ci lasciamo con una reciproca soddisfazione e dandoci appuntamento ad uno dei prossimi concerti di Marco in giro per la nostra penisola. Vi consigliamo di dare una sbirciata al suo sito per non farvi sfuggire una sua esibizione live. Lo trovate qui.

Insieme, vi lasciamo con i nostri rispettivi saluti. I nostri sono scritti, quelli di Marco sono in voce.

SIATE GRANDI!!!

Frank Ruth Marco

MAGIP – GB Project (Alfa Music – 2018)

MAGIP – GB Project (Alfa Music – 2018)

MAGIP - GB PROJECT (ALFA MUSIC - 2018)

MAGIP è il titolo, nonchè un acronimo, del secondo album, in studio, del GB Project, altro acronimo. 

Andiamo in ordine.

MAGIP è l’acronimo dei componenti la formazione: Michele Iaia (batterista), Alessandro Scala (sax tenore e soprano), Gilberto Mazzotti (piano e Fender Rhodes) e Piero Simoncini (contrabasso). 

GB Project, invece è l’acronimo del nome del leader della formazione: Gilberto Mazzotti.

A questa line-up bisogna aggiungere, uno special-guest davvero speciale, perché sempre presente e perché bravissimo quanto gli altri componenti: Simone Zanchini (accordion/fisarmonica). 

Gilberto
Simone
Michele
Piero
Alessandro

GB Project

I quattro + 1

Il disco è stato pubblicato agli inizi di marzo e, dopo un attento ascolto, abbiamo deciso di scambiare due chiacchiere con il leader del quartetto: Gilberto Mazzotti.

La Telefonata

Al simpatico 56enne pianista e compositore abbiamo chiesto, come prima cosa, quali sono le differenze principali che contraddistinguono MAGIP da IN THE BLOOM?

La novità è che ci sono molte più ricerche ritmiche, da un punto di vista di strutture compositive. Strutture nate dopo la composizione dei brani, idee di Michele, il batterista. Di solito io porto il brano e poi insieme ognuno mette le proprie idee, come un collage. Dove c’è un fulcro sul quale si crea il quadro finale.”

Essendo tu il compositore principale, quali sono le tue influenze artistiche/musicali? 

In questi brani c’è un pò di tutto, melodia, funk, il contemporaneo. In effetti ho sempre ascoltato, nel passato, molta fusion, partendo dai Weather Report, gli Yellowjackets, ma avendo lavorato molto, fin da giovane, nelle orchestre c’è anche il colore della Romagna e anche della musica classica. La musica non ha limiti, non ha frontiere, se una cosa va bene allora va bene.” 

Qual’è il brano principale di questo lavoro?

“Il principale è MAGIP, una sorta di manifesto al quale ho dato per l’appunto un nome composto dall’acronimo di noi quattro e con il quale abbiamo dato il titolo allo stesso cd. Però non lo ritengo, come valore, il pezzo principale in quanto ogni brano ha delle sue caratteristiche ed il suo colore”.

Si, in effetti ogni brano ha una sua caratteristica. Ad esempio, di “Union”, il brano più lungo e meno radiofonico (ma che ci piace molto) cosa puoi aggiungerci? 

E’ un brano che ho composto molto tempo fà quando agl’inizi degli anni ’90 ci fù la costituzione dell’Unione Europea. Un altro brano, che ho composto negli anni ’90, è “In Up” e che quindi risente di una sicura influenza fusion, mitigata dal lavoro del gruppo“. 

In radio abbiamo scelto di trasmettere “Volo”, cosa ci aggiungi su di esso?

“E’ un titolo che ho dato dopo la composizione. Ascoltandolo mi dava la sensazione di un viaggio, di partire ed andare in giro nell’aria, un “Volo“.

“Volo”, brano conclusivo del cd  e brano che noi cogliamo come occasione di augurio affinché il GB Project spicchi il volo del successo.

Il dialogo, poi, si è dilungato sull’importanza della composizione come momento espressivo dell’artista. Nella composizione bisogna trovare un giusto equilibro tra sperimentazione e piacevole ascolto per il pubblico. Non si può pensare a priori di comporre un brano per un motivo o l’altro ma bisogna, dopo, prestare attenzione per evitare il rischio di isolamento. Una musica solo sperimentale, diretta solo agli addetti ai lavori rischia, nel tempo, di far diventare difficile un dialogo con il pubblico. 

Un brano che ci sembra diverso dagli altri, forse più sperimentale, sembra essere “Quintino”, come è nato? 

“Ero al pianoforte a creare questa melodia e vicino alla coda c’era un amico di mio padre, che stava facendo un lavoro di stucco al muro. Espresse una sua opinione di piacere, era estasiato, e pensai di intitolarla come il suo nome: Quinto, da qui “Quintino”. La parte Free è stata aggiunta successivamente proprio su suggerimento dei ragazzi del gruppo, in questo caso da Piero Simoncini, e, facendo venire fuori questa sorta di esperimento, si concretizza il discorso di lavoro di gruppo”.   

La nostra chiacchierata è continuata con accenni alla cura del painting della cover, curata da Mauro Berretti. Abbiamo parlato degli imminenti concerti, la cui prima data utile è per il 17 maggio a Fusignano. Altri eventi sono in fase di definizione e saranno tenuti dal quartetto base, ma spesso, e ben volentieri, con la presenza di Simone Zanchini.    

Tanto altro ancora nella nostra piacevole telefonata. Momenti di ulteriore approfondimento della musica del disco ma, anche, momenti di carattere personale e familiare. Noi, però, non andiamo oltre per non diventare banali o noiosi. Conserveremo, come sempre, tutto gelosamente e con la cura e rispetto. Quello che, poi, merita un rapporto professionale e, perché no, di amicizia.

Ascolta

MAGIP
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