On The Edge: Mattia Basilico mette la tradizione jazzistica alla prova

On The Edge – Mattia Basilico

Data di Pubblicazione: 16 ottobre 2026

Tempo di Lettura:

9 minuti

La cosa più interessante di On The Edge è anche quella che avrebbe potuto diventare il suo limite: un quartetto molto giovane che sceglie di misurarsi con una tradizione ingombrante. John Coltrane, Thelonious Monk, Ornette Coleman, Cedar Walton. Non esattamente nomi da mettere in scaletta per andare sul sicuro.

Mattia Basilico, sassofono tenore, affronta questo repertorio con Alessio Pagliero al piano, Carlo Bavetta al contrabbasso e Bernardo Guerra alla batteria. L’album, prodotto da GleAM Records, sarà disponibile dal 16 ottobre 2026 e raccoglie sei brani per poco meno di quaranta minuti.

La scelta è chiara: non rifare il jazz del passato, ma verificare se quel linguaggio sia ancora capace di produrre musica nel presente.

È una differenza sostanziale. Un tributo può limitarsi alla buona educazione. Qui, invece, il repertorio viene trattato come materiale ancora instabile. E questo rende il disco più interessante di molti omaggi costruiti con eccessivo rispetto per i monumenti.

Basilico ha una formazione partita dalla musica classica e approdata al jazz nel 2020. È entrato al Conservatorio di Torino, ha frequentato la scena jazzistica torinese e ha accumulato esperienze con formazioni e musicisti diversi. Nel 2025 il suo quartetto ha inoltre ottenuto il primo premio all’Abbazie Jazz Contest, il premio come miglior solista e quello del pubblico.

Ma i premi, qui, contano meno della domanda implicita nel disco: quanto coraggio serve per suonare la tradizione senza diventare prigionieri della tradizione?

On The Edge cerca il rischio, non l’effetto

Il titolo è programmatico. On The Edge significa stare sul bordo. E il quartetto sembra trovarsi a proprio agio proprio lì, dove una struttura può ancora aprirsi e dove un’idea musicale può prendere una direzione inattesa.

Il punto di riferimento dichiarato è il jazz dei grandi compositori, ma anche l’attitudine di musicisti come Coltrane, Monk ed Eddie Harris. Non viene cercata la somiglianza stilistica. Viene cercata la loro insofferenza verso l’immobilità.

È un approccio che ha una sua storia precisa. Il jazz ha sempre avanzato così: appropriandosi delle forme precedenti e sottoponendole a una pressione nuova. Charlie Parker lo fece con lo swing. Coltrane con l’armonia e poi con la libertà. Monk con il ritmo, le pause e quelle melodie che sembrano inciampare apposta per trovare un altro equilibrio. Ornette Coleman avrebbe poi messo in discussione persino l’idea stessa di una gerarchia rigida tra tema, tempo e improvvisazione.

Basilico e i suoi musicisti si collocano dentro questa linea. Non la rivoluzionano, naturalmente. Sarebbe una pretesa sproporzionata. La cosa apprezzabile è che non fingono di farlo.

Lavorano invece sull’interazione. Ogni strumento conserva una propria identità, ma il gruppo tende continuamente a modificare gli equilibri interni. Il risultato migliore arriva proprio quando non è immediatamente evidente chi stia conducendo e chi stia seguendo.

Coltrane, Monk e Coleman: tre modi diversi di intendere la libertà

La rilettura di “Song of Praise” di John Coltrane è forse il manifesto più evidente dell’album. Il brano viene trasformato in un blues minore e attraversato da una libertà ritmica quasi free, contrapposta alla solidità dello swing.

Qui Basilico non cerca di ricreare il suono coltraniano. Sarebbe una battaglia persa in partenza. Cerca piuttosto quella tensione tra spiritualità, blues e liberazione che appartiene alla poetica di Coltrane.

La differenza non è sottile. Copiare il linguaggio di un maestro significa guardare indietro. Prenderne il principio creativo significa provare a guardare avanti.

Con “Ojos de Rojo” di Cedar Walton il gruppo cambia completamente passo. Entrano i ritmi latin, le sezioni più dense, gli incastri. La musica richiede precisione ma non diventa meccanica. Il groove tiene insieme il brano e obbliga i quattro musicisti a reagire continuamente l’uno all’altro.

È una delle qualità che emergono con maggiore chiarezza: il quartetto funziona meglio quando il ritmo diventa materia collettiva.

“Teo” di Monk porta questa caratteristica ancora più avanti. Second line e funk spostano il baricentro sul ritmo. Il brano acquista una fisicità evidente, sostenuta da forti contrasti e da un senso di rischio che riguarda soprattutto l’interazione tra i musicisti.

Monk, in fondo, è un maestro difficile da suonare proprio perché non basta eseguire le sue note. Bisogna capire il suo rapporto con il tempo. Basilico e il quartetto scelgono la strada giusta: non imitano la stranezza di Monk, ne raccolgono la libertà ritmica.

“All the Way”: quando il quartetto rallenta

Se c’è un brano che mostra l’altra faccia del progetto è “All the Way”, lo standard di Jimmy Van Heusen.

Qui il quartetto rinuncia alla spinta ritmica dei momenti più energici e lavora sul suono. Ampi spazi, dinamiche sospese, una dimensione più raccolta.

È una scelta intelligente. Un disco costruito interamente sul rischio diventerebbe presto prevedibile quanto uno costruito interamente sulla prudenza. La sospensione serve proprio a dare peso alle accelerazioni successive.

Il brano permette inoltre di capire che il progetto non identifica la libertà con il volume o con l’agitazione. Si può rischiare anche togliendo. A volte soprattutto togliendo.

Ornette e Eddie Harris: il disco trova il suo centro

“When Will the Blues Live” di Ornette Coleman è il passaggio più radicale. Il blues viene progressivamente svuotato della sua consueta scansione temporale. All’inizio ogni strumento sembra cercare una propria direzione; il tempo si apre, quasi scompare. Poi il gruppo ritrova un centro comune e lo swing ritorna.

È una struttura che dice molto sull’idea complessiva dell’album. La libertà non è il contrario della forma. È una forma che accetta di essere messa in discussione.

E qui il riferimento a Coleman diventa particolarmente pertinente. Il suo lascito non consiste soltanto nell’aver liberato il jazz da determinati vincoli armonici. Sta anche nell’aver dimostrato che quattro musicisti possono costruire una logica comune senza dover obbedire sempre alla stessa concezione del tempo.

La chiusura con “Eddie Harris”, composizione di David Hazeltine, riporta invece tutto al groove. È probabilmente il momento in cui il quartetto appare più naturalmente dentro il proprio elemento.

Il sax parte da una figura essenziale e progressivamente si allontana da essa. Il contrabbasso e il piano sostengono un movimento circolare, mentre la batteria acquista sempre più libertà. Le funzioni degli strumenti si spostano: il sax non è soltanto voce melodica, il piano e il contrabbasso partecipano alla dimensione ritmica, la batteria può finalmente rompere gli argini.

È un omaggio a Eddie Harris che ha senso proprio perché non sembra scritto per celebrarlo da lontano. Il riferimento viene assimilato e restituito attraverso il funzionamento del quartetto.

Un disco giovane, ma non ingenuo

Il merito principale di On The Edge non è quello di inventare un nuovo linguaggio. Non ne ha bisogno. È un disco che mostra piuttosto una buona consapevolezza di ciò che vuole fare e, soprattutto, di ciò che non vuole fare.

Non vuole trasformare Coltrane in un santino. Non vuole usare Monk come certificato di qualità. Non vuole Ornette come scorciatoia verso l’avanguardia.

Vuole suonare. E verificare, brano dopo brano, cosa succede quando una tradizione viene affidata a quattro musicisti disposti ad ascoltarsi davvero.

La formazione ha anche un interessante squilibrio generazionale. Basilico è del 2003, Pagliero del 2005, mentre Bavetta e Guerra portano nel quartetto esperienze molto più ampie. Il pianista ha attraversato musica classica, pop, rock, blues e jazz; Bavetta ha alle spalle una lunga attività nel jazz italiano e internazionale; Guerra vanta collaborazioni con musicisti come Stefano Bollani, Enrico Rava e Ambrose Akinmusire.

Non è un dettaglio secondario. Aiuta a spiegare perché il disco non abbia l’aria di un semplice progetto scolastico.

La registrazione, effettuata al Play Studio di Bricherasio l’8 ottobre 2025, è stata curata tecnicamente da Alberto Macerata, con mix e mastering di Elia Lasorsa. La copertina è fotografata da Guido Gangi, mentre le immagini del booklet sono di Stella Taveggia.

Il bordo è il punto interessante

Alla fine, On The Edge convince soprattutto per una ragione: prende sul serio la storia del jazz senza comportarsi come se fosse già finita.

Non tutto, naturalmente, deve essere rivoluzionario. Pretenderlo sarebbe un altro modo di trasformare la tradizione in una prigione. Quello che conta è l’attitudine con cui la si affronta.

Mattia Basilico e il suo quartetto scelgono il rischio, ma senza confondere il rischio con l’esibizione. Cercano il groove, ma non ne fanno una formula. Lavorano sull’improvvisazione, ma non la usano come alibi per rinunciare alla scrittura.

È un disco che guarda ai maestri senza chiedere loro il permesso di essere diverso.

Ed è proprio lì, sul bordo tra ciò che il jazz è stato e ciò che può ancora diventare, che On The Edge trova la sua ragione d’essere.

On The Edge – Mattia Basilico
On The Edge
Mattia Basilico
👁 FIRST LISTEN
Label: GleAM Records Year: 2026 Tracks: 6

Tracklist

1. Song of Praise — John Coltrane
2. Ojos de Rojo — Cedar Walton
3. Teo — Thelonious Monk
4. All the Way — Jimmy Van Heusen
5. When Will the Blues Live — Ornette Coleman
6. Eddie Harris — David Hazeltine

Artists & Instruments

Mattia Basilico — Tenor saxophone
Alessio Pagliero — Piano
Carlo Bavetta — Double bass
Bernardo Guerra — Drums

Liner Notes

On The Edge
Release date: 16 October 2026.
Recorded at: Play Studio, Bricherasio (TO), Italy.
Recorded by: Alberto Macerata.
Mixed by: Elia Lasorsa.
Mastered by: Elia Lasorsa.
Cover photo: Guido Gangi.

Ogni riproduzione è vietata senza linkare la nostra fonte: Jazz in Family

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