The Official Playlist
of Inside Jazz Stories
Indian Summer
La voce di Chet Baker e il pianoforte di Dick Twardzik si incontrano nei concerti olandesi del settembre 1955. Indian Summer restituisce la particolare tensione di quelle esibizioni europee e il valore documentario di una formazione destinata a interrompersi poche settimane dopo.
I’ll Remember April
Registrato alla Sunset School di Carmel-by-the-Sea, Concert by the Sea nasce da una performance che avrebbe assunto nel tempo un’importanza molto più ampia della sua origine quasi casuale. I’ll Remember April ne rappresenta perfettamente l’immediatezza pianistica.
Ceora
La sessione di Cornbread mostra Lee Morgan nel pieno della sua maturità hard bop. Ceora ne offre il lato più lirico: una ballad capace di affiancare alla forza ritmica della formazione una scrittura melodica di grande precisione.
II B.S.
La musica di Charles Mingus porta dentro la composizione il contrasto, l’ironia e la tensione che caratterizzano il suo modo di concepire l’ensemble. II B.S. rappresenta il clima creativo di Mingus Mingus Mingus Mingus Mingus, registrato nel periodo richiamato dalla puntata.
Take Five
Paul Desmond costruisce una delle più celebri composizioni in tempo dispari del jazz moderno. Con Take Five, il Dave Brubeck Quartet dimostra come una soluzione ritmica non convenzionale possa diventare immediatamente riconoscibile anche oltre il pubblico specializzato.
Skarabée
Registrato a Oslo da Manfred Eicher, Afric Pepperbird documenta una delle prime affermazioni dell’estetica ECM. Skarabée mette in primo piano il rapporto tra spazio, timbro e improvvisazione che avrebbe caratterizzato il percorso europeo di Garbarek.
Giant Steps
La complessità armonica di Giant Steps rappresenta uno dei momenti decisivi nella ricerca di John Coltrane. Il brano condensa in pochi minuti quella spinta verso nuove relazioni armoniche che avrebbe alimentato gran parte del jazz moderno.
Compared to What
La registrazione di Montreux mostra quanto il jazz potesse incontrare il soul e una dimensione più immediata senza rinunciare all’improvvisazione. Compared to What è diventato il simbolo di quella serata e di una stagione in cui il pubblico del jazz stava cambiando.
Dream Another
In In These Times, Makaya McCraven rielabora il rapporto tra improvvisazione, produzione ed editing. Dream Another rappresenta una concezione contemporanea del jazz nella quale la costruzione del brano diventa parte integrante del processo creativo.
I Remember Clifford
Scritta da Benny Golson in memoria di Clifford Brown, I Remember Clifford è diventata una delle sue composizioni più riconoscibili. La sua presenza nella selezione restituisce anche il ruolo di Golson come compositore capace di lasciare un’impronta duratura nel repertorio jazz.
Woman of the Ghetto
Con Woman of the Ghetto, Marlena Shaw porta nella selezione una voce capace di muoversi tra jazz, soul e racconto sociale. Il brano appartiene alla stagione nella quale il confine tra jazz e musica popolare diventava sempre più permeabile.
The Creator Has a Master Plan
Oltre trentadue minuti di musica trasformano Karma in uno dei documenti fondamentali dello spiritual jazz. La ricerca di Pharoah Sanders dilata il tempo, il suono e l’improvvisazione, proseguendo una traiettoria che affonda le radici anche nella stagione di John Coltrane.
Oh Snap
La title track di Oh Snap porta il percorso del Soundbook fino alla contemporaneità. Cécile McLorin Salvant continua a muoversi tra tradizione vocale, scrittura personale e forme espressive contemporanee, chiudendo il percorso con una voce del jazz di oggi.
Jacknife
La sessione di Jacknife segna un passaggio importante nella ricerca di Jackie McLean, con Jack DeJohnette alla batteria e una formazione capace di spingere l’hard bop verso territori più aperti. La title track sintetizza quella tensione tra struttura e libertà.
Introduzione
Inside Jazz Stories #24 attraversa una settimana in cui la storia del jazz appare soprattutto come una storia di trasmissioni: dalla performance alla registrazione, da un linguaggio all’altro, da una generazione alla successiva. Tra il 18 e il 24 settembre convivono infatti concerti destinati a diventare documenti, sessioni in studio, nuove forme di contaminazione e figure capaci di raccogliere un’eredità per trasformarla ulteriormente. Il filo non è dunque la semplice successione delle date, ma il modo in cui il jazz conserva ciò che è stato mentre continua a cambiare.
Il punto di partenza è significativo. Nel 1955 il Chet Baker Quartet porta in Europa una musica affidata all’immediatezza del concerto, mentre le registrazioni olandesi acquistano un particolare peso documentario anche per la presenza di Richard “Dick” Twardzik, destinato a scomparire poche settimane dopo. Dieci anni più tardi, negli studi Van Gelder, Lee Morgan trasforma invece l’energia dell’hard bop in Cornbread, con Herbie Hancock, Billy Higgins, Jackie McLean, Hank Mobley e Larry Ridley. Due situazioni differenti, unite dalla stessa necessità: fissare nel tempo una musica nata per essere vissuta nel presente.
È una prospettiva che torna più volte nei sette giorni, fino a John Coltrane e Pharoah Sanders, a Jaco Pastorius e Makaya McCraven, passando per l’Europa di Jan Garbarek e per il lavoro di memoria discografica di Michael Cuscuna. La settimana racconta così un jazz che non procede per compartimenti separati, ma attraverso passaggi di linguaggio, strumenti, luoghi e idee.
La registrazione come memoria: dal concerto alla sala di studio
Dal concerto al documento storico
Il 18 e il 19 settembre mostrano due modi diversi di consegnare il jazz alla memoria. Nel 1955, le esibizioni del Chet Baker Quartet in Olanda documentano una formazione nella quale il ruolo di Twardzik diventa, alla luce della sua imminente scomparsa, parte integrante del valore storico delle registrazioni. Il concerto non è più soltanto un momento irripetibile: attraverso il disco, ciò che accade sul palco può continuare a essere ascoltato e reinterpretato.
Il giorno successivo accade qualcosa di analogo, ma con una traiettoria diversa. Concert by the Sea di Erroll Garner, registrato il 19 settembre 1955 alla Sunset School di Carmel-by-the-Sea, nasce quasi incidentalmente nell’ambito delle Sunset Series di Jimmy Lyons. La registrazione cattura un pianista dalla tecnica fortemente personale, capace di costruire un suono orchestrale attraverso il pianoforte e di sostenere l’improvvisazione con un senso del tempo altrettanto riconoscibile. La successiva pubblicazione Columbia trasforma quell’esperienza dal vivo in un documento destinato a raggiungere un pubblico molto più ampio di quello presente in sala.
Lo studio come laboratorio del linguaggio
Il passaggio dalla dimensione live allo studio diventa ancora più netto con Lee Morgan. Il 18 settembre 1965, al Van Gelder Studio, il trombettista registra Cornbread, circondato da una formazione che comprende Hancock, Higgins, McLean, Mobley e Ridley. L’album mette in equilibrio la complessità armonica del bop e una dimensione ritmica più accessibile, mostrando come l’hard bop potesse mantenere una forte identità senza rinunciare alla comunicazione diretta.
La stessa giornata del 20 settembre permette di arretrare fino al bebop con Fats Navarro, impegnato nel 1949 nella sua ultima sessione in studio, e di arrivare a Charles Mingus, che nel 1963 completa a New York parte del materiale destinato a Mingus Mingus Mingus Mingus Mingus. Sono momenti lontani tra loro, ma entrambi mostrano lo studio di registrazione come luogo nel quale una ricerca musicale può essere fissata, organizzata e consegnata al futuro.
Quando la memoria diventa patrimonio
A questa idea di memoria appartiene anche Michael Cuscuna, nato il 20 settembre 1948. La sua attività di produttore, discografo e storico del jazz, attraverso la fondazione della Mosaic Records e il lavoro sugli archivi della Blue Note, porta il concetto un passo oltre: non basta che la musica venga registrata; occorre anche preservarla, ordinarla e renderla nuovamente accessibile.
La settimana comprende infine un altro passaggio decisivo: il 21 settembre 1959 il 45 giri di “Take Five” del Dave Brubeck Quartet porta un brano in tempo dispari dentro una dimensione commerciale di grande successo. La registrazione non documenta soltanto una scelta ritmica: dimostra che una soluzione musicale non convenzionale può uscire dal circuito specialistico e raggiungere un pubblico molto più vasto.
Jelly Roll Morton
Vi Redd
Michael Cuscuna
Marlena Shaw
John Coltrane
Ray Charles
Nile Rodgers
Quando il linguaggio cambia: Coltrane, l’elettricità e il nuovo spazio del jazz
L’elettricità entra nel linguaggio
Se le prime giornate mostrano come il jazz venga conservato, la parte centrale e finale della settimana racconta come quella memoria venga trasformata. Il 21 settembre, la scomparsa di Jaco Pastorius richiama il ruolo assunto dal basso elettrico nella fusion e nelle nuove possibilità sonore del jazz. Il suo percorso con i Weather Report, le incisioni soliste e il progetto Word of Mouth vengono presentati come tappe di una ridefinizione tecnica, sonora e compositiva dello strumento.
Il collegamento con la scomparsa di Jimi Hendrix, ricordata il 18 settembre 1970, non va letto come una semplice sovrapposizione biografica. Nel quadro della settimana, le due figure permettono di osservare il rapporto tra jazz, amplificazione, rock e funk: l’esplorazione timbrica e armonica di Hendrix viene indicata come una delle influenze sulla nascita della jazz-fusion e sull’approccio di musicisti successivi, tra cui lo stesso Pastorius.
Jimi Hendrix
Frank Lowe
Earl Palmer
Jaco Pastorius
Benny Golson
Pee Wee Ellis
Pharoah Sanders
Un nuovo spazio per il jazz europeo
Un’altra direzione di trasformazione emerge il 22 settembre 1970, quando Manfred Eicher registra Jan Garbarek a Oslo per Afric Pepperbird. Qui il cambiamento non riguarda soltanto il linguaggio musicale, ma anche il luogo dal quale il jazz viene raccontato. L’evento è associato alla definizione dell’identità sonora della ECM: spazi dilatati, attenzione all’acustica, apertura formale e distanza dai canoni dell’hard bop americano. Il jazz europeo assume così una propria fisionomia, senza essere presentato come semplice derivazione di un modello statunitense.
Chet Baker Quartet — Olanda
Erroll Garner — Concert by the Sea
Lee Morgan — Cornbread
Miles Davis — Live at Monterey
Dave Brubeck Quartet — “Take Five”
Jan Garbarek — Afric Pepperbird
Makaya McCraven — In These Times
Da Coltrane alle nuove forme dell’improvvisazione
Il 23 settembre concentra poi due percorsi apparentemente distinti ma accomunati dalla capacità di oltrepassare i confini originari. John Coltrane, nato nel 1926, attraversa il bebop, le esperienze con Miles Davis e Thelonious Monk, la ricerca armonica di Giant Steps e quella spirituale di A Love Supreme, fino all’avant-garde e allo spiritual jazz. Nello stesso giorno nasce Ray Charles, la cui musica fonde gospel, blues, R&B e jazz dando forma a uno dei percorsi fondamentali della soul music. Accanto a loro compare Les McCann, altra figura legata al soul jazz e alla contaminazione tra linguaggi.
La traiettoria di Coltrane trova un seguito particolarmente evidente il giorno successivo. Pharoah Sanders, scomparso il 24 settembre 2022, era emerso nei gruppi della maturità di Coltrane e aveva sviluppato una voce personale nello spiritual jazz e nel free jazz, attraverso armonici, multifonia e overblowing. La sua vicenda mostra con chiarezza come un’eredità musicale possa essere raccolta senza essere semplicemente replicata: il linguaggio ricevuto da Coltrane diventa una ricerca autonoma, aperta anche a una dimensione afro-centrica e globale.
La trasformazione continua
La stessa logica arriva fino al presente con Makaya McCraven e In These Times, pubblicato il 23 settembre 2022. Il lavoro fonde arrangiamenti orchestrali, metriche dispari e tecniche di editing legate all’hip-hop. È un’altra forma di trasformazione: l’improvvisazione jazzistica viene rielaborata attraverso procedure produttive contemporanee, senza perdere il rapporto con la dimensione ritmica e collettiva della musica.
Anche il Monterey Jazz Festival contribuisce a tenere insieme questa costellazione. La manifestazione, inaugurata nel 1958, ritorna tradizionalmente nel terzo o quarto fine settimana di settembre e nel corso dei decenni ha accolto figure come Miles Davis, John Coltrane, Ornette Coleman, Dizzy Gillespie e Sarah Vaughan. Nella settimana compaiono proprio alcune delle sue tracce storiche, dalle esibizioni di Miles Davis e Coltrane fino alla sua funzione di luogo nel quale il jazz viene ascoltato, documentato e tramandato dal vivo.
Conclusione
Tra il 18 e il 24 settembre, la storia del jazz non appare come una sequenza di nomi da ricordare, ma come una catena di trasformazioni. Una registrazione dal vivo può diventare memoria; una sessione in studio può fissare un nuovo linguaggio; un archivio può restituire voce a musica del passato; un festival può trasformare l’esperienza del concerto in documento.
Dentro questa prospettiva, Coltrane e Sanders, Hendrix e Pastorius, Garbarek e McCraven non rappresentano capitoli isolati. Le loro vicende mostrano modi differenti di ricevere qualcosa e portarlo altrove. Il jazz conserva le proprie tracce, ma non rimane fermo su di esse.
È forse questo il dato più interessante della settimana: la memoria del jazz non è soltanto ciò che resta, ma anche ciò che permette alla musica di continuare a cambiare.
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