Ci sono settimane che sembrano contenere un intero secolo.
Tra il 5 e il 12 giugno, osservando alcune delle più importanti sessioni di registrazione, nascite, scomparse e svolte artistiche della storia del jazz, emerge una sorprendente continuità narrativa. È come se in questi pochi giorni si concentrassero alcune delle grandi domande che hanno accompagnato l’evoluzione della musica afroamericana: quanto lontano può spingersi l’innovazione? Quale ruolo può avere la tecnologia? Dove finisce la tradizione e dove inizia la sperimentazione?
Da Miles Davis a John Coltrane, dal lirismo di Stan Getz all’impegno civile di Hazel Scott, questa settimana ci offre un osservatorio privilegiato su un jazz che non ha mai smesso di reinventarsi.
Miles Davis – ‘Round About Midnight
Horace Silver Quintet
Miles Davis – On the Corner
Stan Getz
Miles Davis – Nefertiti
Clifford Brown & Lou Donaldson
Les Paul
John Coltrane – Transition
Gary Burton Quartet
Hazel Scott
Chick Corea
Miles Davis – Ife / On the Corner Sessions
Miles Davis e la trasformazione dello studio di registrazione
Pochi artisti hanno saputo raccontare l’evoluzione del jazz come Miles Davis.
Tre sessioni registrate in questa stessa settimana, a distanza di sedici anni l’una dall’altra, mostrano il percorso che ha portato il jazz dalla modernità del bebop fino alle soglie della musica elettronica contemporanea.
Il 5 giugno 1956 il Primo Grande Quintetto entra nel Columbia 30th Street Studio per registrare parte del materiale che confluirà in ‘Round About Midnight. Accanto a Davis ci sono John Coltrane, Red Garland, Paul Chambers e Philly Joe Jones. È il momento in cui il jazz entra definitivamente nell’era delle grandi etichette discografiche e delle produzioni ad alta fedeltà.
Undici anni più tardi, il 7 giugno 1967, nello stesso studio, il Secondo Grande Quintetto realizza Nefertiti. Qui la rivoluzione non è tecnologica ma formale. Davis e Wayne Shorter rinunciano agli assoli tradizionali, lasciando che siano Herbie Hancock, Ron Carter e Tony Williams a trasformare continuamente il materiale musicale. La gerarchia classica del jazz viene capovolta.
Poi arriva il 1972.
Le sessioni di On the Corner del 6 e del 12 giugno segnano una frattura radicale. Davis assorbe funk, musica indiana, avanguardia europea e cultura urbana afroamericana. Grazie al lavoro di montaggio di Teo Macero, il nastro magnetico diventa uno strumento creativo tanto importante quanto la tromba.
Molti critici dell’epoca considerarono quell’album un tradimento.
Oggi sappiamo che stava anticipando il futuro.
Hip-hop, elettronica, drum and bass e cultura del remix trovano in quelle registrazioni uno dei loro antenati più autorevoli.
John Coltrane e la ricerca dell’assoluto
Se Davis stava trasformando il jazz dall’esterno, John Coltrane lo stava ridefinendo dall’interno.
La sessione del 10 giugno 1965 che produrrà Transition rappresenta uno dei momenti più delicati della sua parabola artistica. È il ponte tra la spiritualità ordinata di A Love Supreme e l’esplosione creativa degli ultimi anni.
Nel quartetto convivono due tensioni opposte.
Da una parte McCoy Tyner mantiene saldo il riferimento armonico e modale. Dall’altra Coltrane, Jimmy Garrison ed Elvin Jones spingono verso territori sempre più liberi, intensi e imprevedibili.
In brani come Transition si avverte chiaramente che il jazz sta superando i propri confini storici.
Non si tratta più soltanto di improvvisare su una struttura armonica.
Si tratta di cercare qualcosa che trascende la struttura stessa.
Questa ricerca spirituale diventerà una delle eredità più profonde lasciate da Coltrane alle generazioni successive.
Quando nasce l’hard bop
Per comprendere queste rivoluzioni bisogna tornare indietro di oltre un decennio.
Il 9 giugno 1953 Clifford Brown e Lou Donaldson registrano una sessione destinata a diventare uno dei documenti fondativi dell’hard bop.
Brown ha appena ventidue anni, ma il suo linguaggio è già maturo. Il suo suono luminoso e controllato rappresenta una nuova direzione rispetto all’urgenza nervosa del bebop.
Accanto a lui, Lou Donaldson sviluppa un fraseggio più cantabile e blues-oriented, mentre la sezione ritmica guidata da Elmo Hope e Philly Joe Jones contribuisce a definire quella miscela di sofisticazione armonica, blues e gospel che caratterizzerà il decennio successivo.
L’hard bop non fu semplicemente un nuovo stile.
Fu il momento in cui il jazz tornò a dialogare apertamente con le proprie radici afroamericane.
I palchi che raccontano il jazz dal vivo
La storia del jazz non passa soltanto dagli studi di registrazione.
Tra il 5 e il 12 giugno emergono anche testimonianze preziose dell’attività concertistica che animava club e festival, luoghi nei quali il jazz continuava a trasformarsi davanti al pubblico.
Il 5 giugno 1959, al Blue Note di Chicago, Horace Silver guida il suo quintetto in una delle esibizioni che consolidano il successo della formula hard bop costruita negli anni Cinquanta. Il pianista porta sul palco quella miscela irresistibile di blues, gospel e groove urbano che avrebbe influenzato generazioni di musicisti.
Pochi anni dopo, il 10 e l’11 giugno 2007, il celebre vibrafonista Gary Burton si esibì al Yoshi’s Jazz Club di Oakland, in California, per registrare il disco dal vivo Quartet Live. Questa performance sancì la storica reunion dello storico quartetto di Burton della fine degli anni Sessanta, richiamando sul palco giganti del calibro di Pat Metheny alla chitarra e Steve Swallow al basso elettrico, coadiuvati dalla batteria di Antonio Sanchez. Il concerto ripercorse brani storici di Carla Bley, Keith Jarrett e Chick Corea, celebrando una continuità stilistica e accademica di rara intensità.
Questi concerti ricordano che il jazz vive soprattutto nell’incontro diretto tra musicisti e pubblico.
Mentre gli studi registrano la storia, i palchi la costruiscono sera dopo sera.
Hazel Scott: quando il jazz diventò una battaglia civile
La storia del jazz non è fatta soltanto di musica.
L’11 giugno ricorre la nascita di Hazel Scott, una delle figure più straordinarie e sottovalutate del Novecento.
Pianista virtuosa, interprete raffinata e innovatrice dello stile “swinging the classics”, Scott fu anche una pioniera della lotta per i diritti civili.
- Pretese cachet paritari rispetto agli artisti bianchi.
- Rifiutò ruoli stereotipati a Hollywood.
- Impose clausole contro la segregazione nei suoi contratti.
Quando venne inserita nelle liste nere del maccartismo, pagò un prezzo professionale altissimo pur di non rinnegare le proprie convinzioni.
La sua vicenda ricorda come il jazz sia stato anche uno strumento di emancipazione culturale e politica.
Una musica capace di trasformarsi in voce pubblica quando la società cercava di imporre il silenzio.
Stan Getz e l’ultimo saluto
Il 6 giugno 1991 si spegne Stan Getz.
Per molti resterà sempre il protagonista della stagione della bossa nova e di Getz/Gilberto. Eppure la sua storia è molto più complessa.
Negli ultimi mesi di vita, già gravemente malato, Getz registra una serie di concerti in duo con Kenny Barron a Copenaghen.
Da quelle esibizioni nascerà People Time.
Non c’è virtuosismo esibito.
Non c’è nostalgia.
C’è soltanto un musicista che continua a cercare la bellezza nonostante il dolore.
Per questo motivo quelle registrazioni rappresentano uno dei testamenti artistici più intensi dell’intera storia del jazz.
Una settimana che racconta un secolo
Osservando insieme questi eventi emerge una verità affascinante.
Tra il 5 e il 12 giugno il jazz racconta se stesso.
Racconta la nascita dell’hard bop con Clifford Brown, la maturità artistica di Miles Davis, la ricerca spirituale di Coltrane, l’energia dei palchi di Horace Silver e Gary Burton, il coraggio civile di Hazel Scott e l’umanità disarmante di Stan Getz.
In pochi giorni di calendario scorrono decenni di trasformazioni estetiche, tecnologiche e sociali.
È la dimostrazione che il jazz non è mai stato soltanto un genere musicale.
È un modo di interpretare il cambiamento.
Ed è proprio in settimane come questa che la sua storia continua a parlarci con sorprendente attualità.
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