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Benvenuto in Find Your Swing, la tua bussola per navigare tra le nuove uscite discografiche di gennaio 2026.
Qui non troverai una semplice lista, ma una selezione accurata dei migliori album, EP e singoli del jazz, scelti con passione e competenza. Ogni brano che ti segnaliamo è accompagnato da un nostro commento, per darti un assaggio autentico di ciò che ti aspetta.
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Dal maggio 2019 ci dedichiamo a selezionare e segnalare la migliore musica del tuo genere preferito.
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Gennaio 2026 – Le uscite discografiche
Settimana dall’1 al 4 gennaio
Rocco John Iacovone e Jason Ajemian – Live at Mountain High
L’album che vi stiamo presentando è annunciato per il giorno
02
Live at Mountain High: L’incontro magico tra Rocco John e Jason Ajemian
In un angolo remoto dell’Alaska, tra le montagne di Talkeetna, nasce Live at Mountain High, un disco che cattura l’essenza più pura dell’improvvisazione e della complicità musicale. Rocco John Iacovone al sassofono contralto e Jason Ajemian al contrabbasso si incontrano quasi per caso, scoprendo fin dalle prime note una sintonia rara, capace di trasformare ogni brano in un dialogo intenso e spontaneo. Registrato dal vivo al Mountain High Pizza Pie nell’estate del 2024, l’album è un viaggio tra composizioni originali che spaziano dal lirismo di Dreams all’energia travolgente di Freedom Theme 1, passando per la malinconia blues di Blue Nights.
La musica dei due, sotto il nome di “Inside Out”, è un’esplorazione senza filtri: ogni tema viene sviscerato, capovolto, reinventato, come se il jazz potesse diventare una conversazione infinita tra due vecchi amici. Non ci sono fronzoli, solo l’onestà di chi suona per il piacere di farlo, in un luogo dove il tempo sembra fermarsi. Un disco che ricorda come, a volte, la magia nasca proprio dove meno te l’aspetti: in un piccolo locale, tra una pizza e un bicchiere, con la musica che vola alta come le montagne che li circondano.
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Gennaio 2026 – Le uscite discografiche
Settimana dal 5 all’11 gennaio
Rabbit Hole: Un Tuffo nell’Immaginario Sonoro di Pauli Lyytinen
Con Rabbit Hole, il sassofonista finlandese Pauli Lyytinen conferma la sua capacità di trasformare la musica in un viaggio onirico, dove ogni traccia diventa una porta verso mondi inesplorati. L’album, in uscita il 7 gennaio 2026 per Eclipse Music, si apre con Hanami, un brano che evoca la delicatezza dei ciliegi in fiore, e prosegue attraverso paesaggi sonori che spaziano dalla malinconia poetica di Mooncat all’energia pulsante di Gunslingerland. Lyytinen, accompagnato da un ensemble di musicisti affiatati, intreccia jazz contemporaneo, suggestioni nordiche e improvvisazione, creando un equilibrio perfetto tra struttura e libertà.
La musica di Rabbit Hole è come un labirinto: ogni svolta riserva una sorpresa, ogni dettaglio racconta una storia. Brani come Reliever e Yozakura dimostrano come Lyytinen sappia fondere lirismo e sperimentazione, regalando all’ascoltatore un’esperienza che va oltre la semplice fruizione musicale. È un disco che invita a perdersi, a lasciarsi trasportare in un universo dove il suono diventa immagine e l’immagine diventa emozione.
In un’epoca in cui la musica spesso si consuma in fretta, Rabbit Hole ci ricorda il valore della contemplazione, della scoperta lenta e consapevole. Un lavoro che, come ogni grande opera d’arte, non si limita a essere ascoltato, ma chiede di essere vissuto.
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Stars Aligned: Quando le Stelle del Jazz si Allineano
Ci sono incontri che sembrano scritti nel destino, e Stars Aligned è uno di questi. Frode Kjekstad alla chitarra, Eric Alexander al sassofono tenore, Roy Powell all’organo e Frederik Villmow alla batteria si uniscono in un quartetto che brilla di sintonia e maestria. Registrato in Norvegia, questo album è un viaggio attraverso il jazz più autentico: temi incisivi, improvvisazioni audaci e un groove che non lascia spazio alla noia.
L’apertura con The Phineas Train è un’esplosione di energia, dove ogni solista si esprime con personalità e vigore. Open Ocean ci culla con una valzer jazzistico, mentre Blues 4u ci riporta alle radici con un blues travolgente. Moon Song è una ballata che avvolge l’ascoltatore in un’atmosfera sognante, e il brano che dà il titolo all’album, Stars Aligned, è un blues in minore che dimostra come la chimica tra questi musicisti sia perfetta.
Ogni traccia è un capitolo di un racconto che unisce virtuosismo, eleganza e spontaneità. Stars Aligned non è solo un album: è la conferma che, quando i talenti si incontrano al momento giusto, la magia accade. Un disco che, come le stelle, continua a brillare anche dopo l’ascolto.
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Connoisseurs of Chaos X – Connoisseurs of Chaos
L’album che vi stiamo presentando è annunciato per il giorno
09
Connoisseurs of Chaos X: Il Caos come Linguaggio
Connoisseurs of Chaos X è l’ultimo capitolo di una serie che celebra il jazz come arte dell’imprevisto. Il quartetto, formato da George McMullen al trombone, Chris Forbes al pianoforte, Phil Sirois al contrabbasso e Tom Cabrera alla batteria, si muove senza reti, trasformando ogni nota in un gesto spontaneo e ogni silenzio in una possibilità. Il caos, qui, non è disordine, ma un dialogo aperto, un susseguirsi di scelte istintive che danno vita a paesaggi sonori sempre nuovi.
Un Viaggio tra Fragilità ed Esplosioni
L’album si apre con Sternum-Part One, una suite di quattordici minuti che esplora la tensione tra minimalismo e densità sonora, dove ogni strumento sembra raccontare una storia diversa, pur rimanendo parte di un unico respiro collettivo. Seguono brani come Mandible e Incus, dove l’improvvisazione si fa più audace, tra scambi serrati e momenti di pura astrazione. Malleus e Radius chiudono il cerchio, portando l’ascoltatore in un territorio dove il jazz si fonde con l’avanguardia, senza mai perdere di vista l’emozione pura.
La Bellezza dell’Istante
Quello che colpisce è la capacità del gruppo di rendere ogni performance un evento unico, irripetibile. Connoisseurs of Chaos X non è solo un album, ma un manifesto: la dimostrazione che la musica, quando nasce dall’ascolto reciproco e dalla fiducia, può diventare un’esperienza trasformativa. Un invito a lasciarsi andare, a scoprire la bellezza nascosta nel caos e a ricordare che, a volte, è proprio nell’imprevisto che si trova la vera essenza dell’arte.
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Gennaio 2026 – Le uscite discografiche
Settimana dal 12 al 18 gennaio
Margherita Fava – “Murrina”: un microcosmo di suoni, emozioni e alchimie creative
Con “Murrina”, la pianista veneta Margherita Fava conferma la sua maturità artistica dopo l’acclamato esordio “Tatatu”. Questo secondo album, registrato a capo di un trio affiatato e arricchito da ospiti d’eccezione, è un viaggio tra composizioni originali e reinterpretazioni audaci: da “Satin Doll” di Ellington a un omaggio a Brahms, fino all’energica “Alter Ego” di James Williams, dove il trio si trasforma grazie all’elettricità del basso di Brandon Ross e ai colori dei sintetizzatori di Jeff Babko e Taber Gable.
Il titolo, ispirato all’arte vetraria muranese, è una metafora perfetta: ogni brano è un frammento di bellezza che contribuisce a un disegno più grande. La title track, dedicata a Tom Harrell, e la sua “Murrina Reprise” (catturata per caso in studio) rivelano l’empatia e la magia che legano i musicisti. “Foreshadow”, con il suo gioco di triadi, omaggia Cedar Walton, mentre “Keep On” brilla per il sassofono dinamico di Bob Reynolds.
“Murrina” è un album che sorprende per freschezza e profondità, un dialogo tra classico e moderno che celebra la musica come arte dell’incontro e della scoperta. Un lavoro che, ancora una volta, posiziona Margherita Fava tra le voci più interessanti del jazz contemporaneo.
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Wes Smith – We, the Funky (Volume 1)
L’album che vi stiamo presentando è annunciato per il giorno
15
Wes Smith – We, the Funky (Volume 1): Un inno al groove e alla comunità
Con We, the Funky (Volume 1), il sassofonista Wes Smith si affaccia come leader di una formazione stellare, celebrando le persone, i luoghi e le storie che hanno segnato il suo percorso. L’album è un ponte tra il jazz, il funk e il soul di Los Angeles: un omaggio vibrante alla scena musicale che ha nutrito la sua carriera, registrato con una “dream band” che include nomi come il batterista Donald Barrett (Lady Gaga), il trombettista Maurice “Mobetta” Brown (Silk Sonic) e il tastierista Sam Barsh (Kendrick Lamar, Anderson .Paak).
Smith definisce questo disco come un tributo alla gioia e alle relazioni che hanno reso speciale il suo viaggio. Tra i brani, Baby Steps cattura l’emozione della paternità, Sunrises incarna perseveranza e fede, mentre la title track è una festa spensierata, un omaggio al ritmo e alla creatività collettiva. Ogni traccia esplora un mood diverso, unita da un filo di ottimismo e autenticità che riflette la vita dello stesso Smith, dentro e fuori dallo studio.
Pur radicato nella tradizione jazzistica, We, the Funky è un album moderno, dove melodia, armonia e improvvisazione si fondono con un groove irresistibile. Un lavoro che, tra riflessioni intime e slanci ritmici, si rivela sia una dichiarazione di gratitudine che un invito a celebrare la musica come esperienza condivisa.
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Live in Chicago: Kenny Reichert e l’energia pura del jazz contemporaneo
Con Live in Chicago, il chitarrista Kenny Reichert si conferma come una delle voci più originali della scena jazzistica americana, offrendo un affresco vivido e senza filtri della sua arte. Registrato al Pro Musica di Chicago con un quartetto d’eccezione – Lenard Simpson al sassofono, Ethan Philion al contrabbasso e Devin Drobka alla batteria – l’album è un viaggio attraverso cinque composizioni originali, dove la melodia si intreccia con l’improvvisazione più audace.
Reichert, già noto per la sua capacità di fondere tradizione e innovazione, guida il gruppo con una chitarra elettrica che disegna paesaggi sonori ora delicati, ora esplosivi. Brani come Poppy Seed e Spheres rivelano una scrittura matura, capace di lasciare spazio all’interplay tra i musicisti, mentre Evening Camel e Eagle testimoniano la capacità del quartetto di passare dalla riflessione intima all’energia travolgente. Il suono, curato da Ken Christianson, restituisce tutta la calda immediatezza di una serata live, dove ogni nota sembra vibrare di vita propria.
Live in Chicago è un disco che non solo documenta un concerto, ma cattura l’essenza stessa della musica come atto collettivo e trasformativo.
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Being: l’essenza umana in musica
Being, il nuovo album del trio danese Human Being Human con il sassofonista americano Chris Cheek, è un viaggio intimo e luminoso nell’anima della musica come atto collettivo. Torben Bjørnskov al contrabbasso, Esben Tjalve al pianoforte e Frederik Bülow alla batteria, già noti per il loro sound nordico e la vitalità ritmica, accolgono Cheek in una collaborazione che trasuda immediatezza e complicità. Registrato quasi interamente in prima o seconda take, il disco cattura l’istante creativo puro, trasformando ogni brano in una riflessione sulla condizione umana.
Dai groove avvolgenti di Human Rights alla delicatezza sospesa della title track, fino al dialogo aereo tra sassofono e contrabbasso in Filia, la musica respira empatia e spontaneità. Cheek, con il suo tono caldo e la capacità di elevare ogni frase, si integra perfettamente nel suono del trio, come se fosse sempre stato parte di questa storia. L’album, nato da una pausa forzata durante la pandemia, diventa così un manifesto di connessione e autenticità: un invito a ascoltare, condividere e riflettere sul nostro ruolo nel mondo.
Being è un disco che parla al cuore, ricordandoci che l’arte è, prima di tutto, un atto di umanità condivisa.
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Ilhan Ersahin – Istanbul Sessions: Mahalle
L’album che vi stiamo presentando è annunciato per il giorno
16
Istanbul Sessions: Mahalle – Ilhan Ersahin e il cuore pulsante di Istanbul
Con Mahalle, sesto capitolo della serie Istanbul Sessions, Ilhan Ersahin ci regala un viaggio sonoro attraverso i quartieri di Istanbul, dove la tradizione si fonde con l’innovazione e il respiro antico della città si intreccia con ritmi contemporanei. Il sassofonista, figura leggendaria della scena underground newyorkese e fondatore del mitico club Nublu, conferma ancora una volta la sua capacità di valicare confini musicali, portando l’energia di New York in dialogo con l’anima di Istanbul.
L’album, in uscita il 16 gennaio 2026, è un affresco musicale che cattura l’essenza del termine mahalle – “quartiere” in turco – e trasforma ogni traccia in una tappa di un percorso emozionale: dalle colline di Yedi Tepe alle strade acciottolate di Karaköy, passando per il fascino senza tempo di Galata. Ogni brano è una fotografia sonora, un omaggio alla ricchezza culturale di una metropoli che non smette di ispirare.
Ersahin, affiancato da Alp Ersonmez al basso, Izzet Kizil alle percussioni e Turgut Alp Bekoglu alla batteria, costruisce un ponte tra jazz, musica orientale e sperimentazione, creando un’atmosfera che è insieme intima e universale. Mahalle non è solo un disco: è un invito a perdersi nei vicoli di Istanbul, a lasciarsi trasportare dalla sua magia senza tempo. Perché la musica, quando è vera, non conosce confini.
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Bjørn Alterhaug Quartet – Blame It on My Age
L’album che vi stiamo presentando è annunciato per il giorno
16
Blame It on My Age: Il Jazz come Metafora della Vita
Bjørn Alterhaug, contrabbassista norvegese dalla carriera leggendaria, torna con un album che è molto più di una semplice raccolta di brani: Blame It on My Age è un viaggio intimo tra memoria, resilienza e la magia dell’improvvisazione. Accompagnato da Erlend Vangen Kongtorp al sassofono, Vigleik Storaas al pianoforte e Tom Olstad alla batteria, Alterhaug ci regala un disco che respira l’anima del jazz classico, registrato in una sola sessione di sei ore, come ai tempi delle leggendarie incisioni degli anni ’50 e ’60.
Il titolo, ispirato a una riflessione personale sull’invecchiamento, nasconde una storia di rinascita: dopo un ictus nel 2017, Alterhaug ha dovuto riconquistare la padronanza delle dita e la fiducia nel proprio suono. Un percorso faticoso, ma che ha portato a questo lavoro, dove ogni nota è una vittoria. Brani come Sogno Misterioso e Stev sono esempi di come la musica possa essere sia contemplativa che esplosiva, mentre Oleo var. 1 e Oleo var. 2 rendono omaggio a Sonny Rollins con un tocco fresco e personale.
Il quartetto, che unisce generazioni diverse, dimostra come il jazz sia un’arte partecipativa, democratica e in costante evoluzione. Blame It on My Age non è solo un album, ma una testimonianza di come la musica possa essere un ponte tra passato e presente, tra fragilità e forza. Un disco che, come la vita, insegna che ogni fase ha la sua bellezza e il suo suono.
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Craig Taborn, Tomeka Reid e Ches Smith – Dream Archives
L’album che vi stiamo presentando è annunciato per il giorno
16
Dream Archives: Un Viaggio Sonoro tra Passato e Futuro
Craig Taborn, Tomeka Reid e Ches Smith si incontrano per la prima volta in trio in Dream Archives, un’opera che rappresenta una delle uscite più attese del panorama jazz contemporaneo. Il progetto, registrato a New Haven nel 2024 e prodotto da Manfred Eicher, si distingue per la sua capacità di fondere idiomi musicali apparentemente distanti, creando un universo sonoro inedito e onirico. Il Hamburger Abendblatt ha definito il loro live del 2025 come “imprevedibile ed esaltante”, un giudizio che trova conferma in questo disco, dove la complessità compositiva si sposa con una libertà espressiva che travalica i confini del jazz tradizionale.
Taborn, recentemente insignito del prestigioso MacArthur Fellowship 2025, si conferma un visionario: le sue composizioni, come Coordinates for the Absent e Feeding Maps to the Fire, sono paesaggi sonori che oscillano tra l’elettronica e l’improvvisazione libera, mentre i tributi a Geri Allen e Paul Motian rivelano un profondo rispetto per le radici, reinterpretate con audacia. Tomeka Reid, al violoncello, alterna con maestria il ruolo di voce solista a quello di fondamento ritmico, mentre Ches Smith, con la sua versatilità percussiva, completa un trio che sembra muoversi tra jazz, musica da camera e sperimentazione elettronica con disarmante naturalezza.
Dream Archives non è solo un album, ma un archivio di sogni musicali, dove ogni traccia è un frammento di una narrazione più ampia, capace di parlare all’ascoltatore con un linguaggio universale. Un lavoro che ci ricorda come la musica, quando è vera, possa essere sia specchio che finestra: riflette chi siamo e ci apre a mondi ancora inesplorati.
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Jussi Lampela Ensemble – Common Ground
L’album che vi stiamo presentando è annunciato per il giorno
16
Common Ground: L’Equilibrio tra Opposti
Con Common Ground, il Jussi Lampela Ensemble ci guida in un viaggio sonoro dove ogni titolo è già una dichiarazione di intenti: Steady-Loose, Sorrow-Comfort, Dusk-Dawn. L’album, in uscita il 16 gennaio 2026, si rivela come una riflessione musicale sulle dualità che abitano l’esistenza, trasformando contraddizioni apparenti in un dialogo armonioso. Lampela e il suo ensemble, con una scrittura che unisce rigore compositivo e libertà improvvisativa, creano un paesaggio dove ogni traccia diventa un ponte tra estremi: la tensione e il rilassamento, il buio e la luce, la frammentazione e l’unità.
Quello che colpisce è la capacità del disco di farci percepire come, anche nella complessità, ci sia sempre un terreno comune da scoprire. Common Ground non è solo un album, ma un invito a cercare l’equilibrio, a riconoscere che proprio nelle differenze risiede la bellezza di un linguaggio universale. Un lavoro che, con discreta eleganza, ci ricorda che la musica — come la vita — è fatta di sfumature, mai di assolutezze.
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The Path: Vent’Anni di Attesa, un Istante di Magia
The Path di Paul Ricci non è solo un album, ma un viaggio che ha richiesto 29 anni, 17 collaboratori e una vita di esperienze per prendere forma. Registrato tra New York, Brasile, Uruguay, Camerun e Mali, il disco è un mosaico sonoro che riflette la curiosità e l’apertura mentale del chitarrista, capace di fondere groove, jazz, ritmi africani e melodie sudamericane in un linguaggio universale. Ogni brano, da Major Look a Lobo — con la voce soave del cantante maliano Abdoulaye Diabaté — racconta una tappa di questo percorso, dove la chitarra di Ricci dialoga con strumenti e culture lontane, creando un ponte tra continenti e generazioni.
Un Incontro di Talenti
Il progetto vede la partecipazione di musicisti del calibro di Anthony Jackson al contrabbasso, Steve Jordan alla batteria, Randy Brecker al flicorno e Hugo Fattoruso alle tastiere, ognuno dei quali contribuisce a rendere The Path un’opera ricca e stratificata. La produzione, curata da Ricci stesso e mixata da David Darlington, restituisce tutta la vitalità e la complessità di un lavoro che non ha paura di abbracciare la diversità, trasformando ogni traccia in un capitolo di una storia più grande.
La Pazienza come Virtù Creativa
In un’epoca di fretta e consumo immediato, The Path si pone come una riflessione sulla bellezza della lentezza, sulla necessità di lasciare che le idee maturino e si intreccino con la vita. È un disco che ci ricorda come la musica, quando nasce dall’incontro e dalla condivisione, possa diventare un’esperienza trasformativa, capace di unire ciò che sembra distante e di parlare direttamente all’anima. Un lavoro che, come un lungo viaggio, ci insegna che a volte la strada è più importante della meta.
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Embrace: Un Abbraccio Musicale tra Tradizione e Innovazione
L’incontro tra il bassista svedese Mattias Svensson, il pianista Bill Mays e il batterista Morten Lund è un dialogo di rara fluidità, dove ogni nota sembra danzare tra la delicatezza di una valzer e l’energia travolgente del jazz moderno. Registrato a Copenaghen nel 2022, Embrace è un album che respira spontaneità, nato dalla complicità di musicisti che hanno trasformato anni di collaborazione in un linguaggio comune.
Le composizioni di Svensson, spaziose e ricche di armonie intelligenti, si alternano a omaggi personali, come il brano Cheddar, dedicato al gatto di Mays, o le rivisitazioni di temi televisivi degli anni ’70, che riportano alla memoria l’infanzia del bassista. Il trio si muove con una grazia naturale, passando dal lirismo di My Toots Toots (For Toots) — un omaggio al grande Toots Thielemans — al groove incalzante di Shagit, dimostrando come la tradizione possa incontrarsi con la freschezza dell’improvvisazione.
Embrace è più di un album: è un invito a lasciarsi trasportare dalla musica come da un abbraccio, dove ogni suono diventa un ponte tra passato e presente, tra memoria e innovazione. Un lavoro che ci ricorda come, anche nei momenti più semplici, la musica sappia parlare direttamente all’anima.
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Fatata: un viaggio tra jazz, elettronica e l’anima di un padre
Con “Fatata”, il trombettista Andrea Sabatino si allontana dalla tradizione jazzistica per esplorare un territorio sonoro ibrido, dedicato alle sue tre figlie. L’album, in uscita il 17 gennaio 2026 per Encore Music, è un mosaico di stili: dal jazz fusion di “For Avishai” al pop strumentale di “10.10.10”, dalla musica da camera di “I Remember Ludwig” al funk elettronico di “Tatta”, fino alla collaborazione hip-hop con Done in “Fafa”. Ogni traccia è un tassello di un racconto intimo e sperimentale, dove la tromba di Sabatino fa da filo conduttore.
Tra i momenti più intensi, spiccano “Hub” e “South”, con due assoli che aprono e intervallano il disco con malinconia e delicatezza, e “Life”, brano cantato, dove la voce soul di Badrya Razem si intreccia con un tappeto di Rhodes e groove. La title track finale, “Fatata”, è un omaggio cinematico alle figlie, con piano e tromba che dialogano in modo solenne.
“Fatata” è un disco coraggioso, che sfida le etichette e celebra la musica come linguaggio universale. Un lavoro che conferma Sabatino come un artista completo, capace di unire tradizione e innovazione con sensibilità e audacia. Un album che invita all’ascolto attento e ricorda come la bellezza nasca dalla libertà creativa.
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Gennaio 2026 – Le uscite discografiche
Settimana dal 19 al 25 gennaio
Forward: un ponte sonoro tra jazz e tradizione carnatica
Forward, quarto capitolo del progetto Acquaphonica della pianista Federica Colangelo, segna una nuova tappa nel suo viaggio musicale tra jazz, classica e tradizioni ritmiche dell’India meridionale. Dopo il tour in India del gennaio 2025, Colangelo si presenta con un trio rinnovato: Igor Legari al contrabbasso, Giovanni Nardiello alla batteria e, ospite d’eccezione, il percussionista carnatico BC Manjunath al mridangam. La sua presenza infonde all’album un’energia ritmica unica, dove il konnakol — l’arte vocale dei ritmi indiani — si intreccia con l’improvvisazione jazzistica.
I brani in anteprima, come Jekov e Resistance, rivelano un sound vitale e sperimentale: il primo è una corsa ironica e travolgente, il secondo un tentativo riuscito di fondere la complessità ritmica carnatica con la struttura del jazz contemporaneo. Il mridangam di Manjunath diventa protagonista, guidando la tensione e il rilascio con maestria.
Forward non è solo un album, ma una dichiarazione di intenti: la musica come movimento, come dialogo tra culture e come forza propulsiva verso l’ignoto. Un lavoro che conferma Acquaphonica come laboratorio sonoro senza confini, dove ogni nota è un passo avanti.
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Maximilian Hering – The Gathering: Un incontro di voci e storie
The Gathering, in uscita il 23 gennaio 2026 per Klangraum Records, è il frutto di un sodalizio artistico nato a Barcellona nel 2018, quando Maximilian Hering riunì alcuni dei suoi musicisti preferiti per un concerto in club. Da quel quartetto iniziale – due fiati, contrabbasso e batteria – è scaturita una chimica naturale, che si è arricchita con l’ingresso del flautista Fernando Brox e, per questo disco, della pianista Lucia Fumero, il cui tocco latino aggiunge nuove sfumature al suono del gruppo.
L’album, che alterna composizioni originali dei membri del gruppo a improvvisazioni strutturate, si distingue per la varietà strumentale: flicorno, clarinetto basso, flauto, sassofono e piano donano a ogni brano una tessitura unica e un senso di spazio. I nove brani raccontano storie intime e giocose: “Moles on her skin” e “519 km is too far for kissing you” esplorano l’amore e la distanza, “Ojo de madera” trae ispirazione da un pezzo di legno che sembrava osservare, “Oliver” omaggia Olivier Messiaen, mentre “Gleisgeflüster” evoca i sussurri notturni dei treni merci e “Route A66” gioca sull’incrocio tra l’autostrada americana e quella tedesca.
La formula senza chitarra né piano fisso definisce l’approccio del gruppo: le melodie e le strutture armoniche offrono un ancoraggio, mentre gli assolo spingono costantemente oltre i confini, regalando un suono libero, lirico e inconfondibilmente personale. Un disco che celebra l’incontro, la condivisione e la magia che nasce quando la musica diventa racconto collettivo.
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Koro Kurt: un omaggio vibrante a Kurt Weill, tra Broadway e avanguardia
Con “Koro Kurt”, il quintetto Koro Almost Brass rende omaggio a uno dei grandi compositori del Novecento: Kurt Weill, figura capace di unire jazz, musica colta e teatro in un linguaggio universale. L’ensemble, atipico per il jazz, sostituisce la seconda tromba con il sassofono contralto di Cristiano Arcelli, che firma anche gli arrangiamenti e tre composizioni originali ispirate allo stile di Weill. Il risultato è un dialogo tra epoche e generi: dai classici americani come “September Song” e “My Ship” al celebre “Mack the Knife” della Dreigroschenoper, fino a brani inediti commissionati a Stefano Bellon, Roberto Martinelli e Mauro Montalbetti.
La scelta di Weill non è casuale: la sua musica, ponte tra Europa e America, incarna la stessa filosofia del gruppo, che sfida i confini tra alto e basso, tra scrittura e improvvisazione. La registrazione, curata da Marti Jane Robertson, esalta la ricchezza timbrica del quintetto, dove ogni strumento — dalla tuba al corno francese — contribuisce a creare paesaggi sonori che oscillano tra malinconia, ironia e swing.
“Koro Kurt” è un piccolo gioiello che celebra la modernità senza tempo di Weill, reinterpretata con freschezza e rispetto da un ensemble che sa fare della contaminazione la sua forza. Un disco che **sorprende, emoziona e invita a riscoprire la bellezza di una musica che, ancora oggi, parla a tutti.
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Naive Melodies: quando i Talking Heads incontrano l’anima nera della musica
C’è un filo invisibile che lega la New Wave dei Talking Heads alle radici afro-diasporiche, al funk, al jazz spiritual e al groove più viscerale. “Naive Melodies”, il nuovo progetto curato da Drew McFadden per BBE Music, non è un semplice tributo: è una rilettura visionaria, un viaggio che svela quanto il sound rivoluzionario della band newyorkese affondi le sue radici nella tradizione musicale nera. Dal dub ipnotico di Pachyman alla reinterpretazione soul di Georgia Anne Muldrow, dalla psichedelia di Astrønne alla profondità di Bilal e Theo Croker, ogni traccia di questo album — in uscita il 23 gennaio 2026 — è una rivelazione.
Ascoltare “Once In A Lifetime” attraverso la lente di W.I.T.C.H. o “Psycho Killer” rivisitata da Astrønne significa riscoprire la musica dei Talking Heads come un dialogo aperto, un ponte tra generi e continenti. Non si tratta di copiare, ma di restituire a questi classici la loro essenza ritmica e spirituale, quella stessa energia che li ha resi immortali. “Naive Melodies” è un omaggio che va oltre la nostalgia: è una celebrazione della capacità della musica di reinventarsi, di unire epoche e culture, e di ricordarci che ogni nota ha una storia da raccontare. Un disco che, tra echi di Fela Kuti e Parliament, ci ricorda che l’innovazione nasce sempre dall’ascolto e dal rispetto delle proprie radici. Un ascolto imprescindibile per chi ama la musica senza confini.
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Julian Lage – Scenes From Above: Un viaggio tra suoni e spazi
Scenes From Above segna il quinto capitolo discografico di Julian Lage per Blue Note, il secondo prodotto insieme a Joe Henry e il primo con un nuovo, affiatato quartetto: John Medeski alle tastiere, Jorge Roeder al contrabbasso e Kenny Wollesen alla batteria. Se il precedente Speak to Me (nominato ai Grammy) era una dichiarazione da leader, questo nuovo lavoro è un’esplorazione corale, dove Lage si pone come membro di un ensemble coeso, pronto a condividere lo spazio sonoro con i suoi compagni.
I nove brani dell’album disegnano un’esperienza aperta e luminosa, dove ogni musicista contribuisce in egual misura, tessendo melodie e improvvisazioni in tempo reale. Dalle atmosfere cristalline di Opal al groove ipnotico di Talking Drum, passando per l’intimità di Havens e l’omaggio a John Martyn in Solid Air, ogni traccia racconta una storia, un momento di condivisione e scoperta.
Lage, con la sua chitarra sempre elegante e inventiva, si lascia guidare dalla chimica del gruppo, creando un suono che è al tempo stesso sofisticato e immediato. Scenes From Above è un disco che celebra la musica come dialogo, come incontro di voci che si ascoltano e si rispondono, in un viaggio che va oltre le note, verso qualcosa di più profondo e universale.
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Fireball: Il Fuoco che Rinnova
Con Fireball, il sassofonista e compositore John Ellis e il suo ensemble Double Wide tornano con un album che incarna la dualità della musica: dolce e piccante, distruttiva e rigenerante, analitica e viscerale. In uscita il 23 gennaio 2026, il disco è un viaggio sonoro che affonda le radici nell’infanzia di Ellis in North Carolina, negli anni formativi a New Orleans e nella lunga milizia nella scena jazz di New York. Il risultato è una musica che invita tanto alla danza quanto alla riflessione, dove ogni brano diventa un capitolo di una storia che parla di rinascita e trasformazione.
Un Ensemble di Personalità Al centro del progetto c’è il sousafonista Matt Perrine, figura storica della scena di New Orleans, affiancato da Alan Ferber al trombone, Gary Versace alle tastiere e Jason Marsalis alla batteria. Ogni musicista porta la propria voce in un dialogo che spazia dal funk al jazz più sofisticato, passando per echi di musica popolare e improvvisazione. Brani come Wash Ya Mouth Out e Top Down scatenano un’energia travolgente, mentre The Whistler e From the Ashes rivelano una profondità emotiva che solo una band affiatata può raggiungere.
Un Disco che Brucia e Rinasce Fireball non è solo un titolo, ma un manifesto: la musica di Ellis e Double Wide è come una palla di fuoco che tutto consuma per fare spazio a qualcosa di nuovo. Un lavoro che ci ricorda come il jazz, quando è vero, sappia essere sia specchio che fiamma: riflette il mondo e, allo stesso tempo, lo trasforma. Un invito a lasciarsi coinvolgere, a ballare, a pensare, e a ricordare che ogni fine è anche un inizio.
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City By the Bay: una lettera d’amore a San Francisco, tra contraddizioni e sogni
“City By the Bay” è il tributo musicale di Sarah McKenzie a San Francisco, una città che l’ha accolta, sfidata e infine conquistata. Registrato ai Capitol Studios con un ensemble stellare (tra cui John Clayton, Jeff Hamilton, Warren Wolf), l’album — in uscita il 23 gennaio 2026 — racconta una San Francisco tra ricchezza e disuguaglianza, innovazione e fragilità.
McKenzie, che ha vissuto un anno nel cuore della città, trasforma le sue esperienze personali in musica: la voce calda, il piano elegante e gli arrangiamenti ricchi creano un paesaggio sonoro che è intimo e maestoso, malinconico e pieno di speranza.
Un disco che celebra la resilienza e la bellezza nascosta di San Francisco, confermando McKenzie come una delle voci più autentiche del jazz contemporaneo. Un album che invita a guardare oltre le apparenze e a trovare la poesia anche nel caos.
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Gennaio 2026 – Le uscite discografiche
Settimana dal 26 al 31 gennaio
“Now More Than Ever: Un Ponte tra Passato e Presente nella Musica di Brian Jackson”
Brian Jackson, con la sua filosofia di collaborazione e innovazione, ritorna con un progetto che riaccende i classici del suo passato artistico. “Now More Than Ever” è un viaggio musicale che unisce leggende come Gil Scott-Heron a talenti contemporanei come Black Thought, Rahsaan Patterson e Moodymann, rielaborando brani iconici degli anni ’70 e ’80.
Prodotto dai Masters At Work, l’album trasforma capolavori come “The Revolution Will Not Be Televised” e “Winter In America” in un suono attuale, mantenendo intatta la loro essenza rivoluzionaria. Disponibile in triplo vinile, doppio CD e digitale, “Now More Than Ever” è un tributo alla resistenza e al cambiamento, perfetto per chi cerca musica con un’anima e una storia.
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N∆BOU: “Indigo”, un viaggio tra metamorfosi e intimità
Con “Indigo”, la trombonista e compositrice belga Nabou Claerhout segna una tappa fondamentale nel suo percorso artistico, confermando la sua voce unica nel panorama jazz europeo. Terzo album del quartetto N∆BOU, il disco — in uscita il 30 gennaio 2026 per Edition Records — esplora i temi del cambiamento, del rinnovamento e delle connessioni umane in costante evoluzione. Al suo fianco, una formazione rinnovata: Trui Amerlinck al contrabbasso, Gijs Idema alla chitarra elettrica e Daniel Jonkers alla batteria, che insieme disegnano un universo sonoro sospeso tra sogno e malinconia, delicatezza e potenza.
Dai tributi commoventi come “Light Blue Shawl (for Stijn)” e “Consent (for Stijn)” alla suite strutturale di “Ruin & Redemption”, ogni brano racconta una storia di trasformazione, dove il trombone di Claerhout — ora fragile, ora avvolgente — guida l’ascoltatore attraverso atmosfere oniriche e passaggi contemplativi, alternati a momenti di energia groove. “Indigo” è un album di passaggi: tra intimità e forza, tra tradizione e innovazione, dove ogni nota sembra portare con sé il peso e la leggerezza delle esperienze umane.
Un lavoro che, con la sua profondità emotiva e la raffinatezza compositiva, non solo consolida la reputazione di Nabou Claerhout, ma la proietta verso nuovi orizzonti, parlando direttamente al cuore di chi sa ascoltare. Un disco che, come il colore che lo intitola, sa essere sia profondo che luminoso.
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Susanne Alt – Dark Horse: L’energia dell’imprevisto
Con Dark Horse, Susanne Alt conferma la sua capacità di trasformare l’improvvisazione in arte pura. Registrato a New York con una freschezza che solo la spontaneità sa regalare, questo album segna una svolta rispetto al precedente Royalty For Real: non più un omaggio, ma una ricerca libera, un viaggio sonoro che abbraccia soul, funk, latin e bop con disarmante naturalezza.
Il titolo, Dark Horse, evoca quel cavallo oscuro che irrompe inaspettato e cambia le sorti della gara. Così la musica di Alt: nasce dall’ascolto, dall’incontro con i musicisti e con la città, e si fa portavoce di un’energia che premia coraggio e apertura. Il suono è caldo, immediato, con una sezione ritmica – James Hurt alle tastiere, Gerald Cannon al contrabbasso e Willie Jones III alla batteria – che disegna groove elastiche e pulsanti, lasciando spazio a ogni sfumatura.
Tra i brani, spiccano l’irresistibile Jazz Biotic, la travolgente Dark Horse e l’omaggio a Charlie Parker in Au Privave, catturato all’improvviso. Non mancano dediche ai compagni di viaggio, come Cannonballin’ e Jonesin’, e momenti di pura energia collettiva, come Kalunga Dance.
Dark Horse è un album che celebra l’inatteso, la musica che nasce quando la tecnica si fonde con l’istinto. Un lavoro che ricorda come, a volte, siano proprio le strade meno battute a regalarci le emozioni più autentiche.
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Stille: la quiete come rifugio sonoro
Stille, quarto album del bassista e compositore danese Jesper Thorn, si conferma come un’intima meditazione sulla ricerca di calma e connessione in un mondo spesso travolgente. Dopo il successo di Boy e Dragør, Thorn torna a esplorare il suono come rifugio, un luogo in cui fermarsi, riflettere e respirare. Il titolo, che in danese significa “quietudine” o “silenzio”, è un invito a guardare oltre sé stessi, verso un orizzonte di serenità condivisa.
Accompagnato da collaboratori di lunga data come Marc Méan al pianoforte, Andreas Bernitt al violino, Cecilie Strange al sassofono e Maj Berit Guassora alla tromba, Thorn tesse una trama sonora dove fragilità, malinconia e bellezza si intrecciano con delicatezza. Le composizioni, registrate tra le mura accoglienti di The Village Recording in Danimarca, si muovono tra jazz nordico e suggestioni elettroniche, creando un’atmosfera al contempo intima ed espansiva.
Stille non è solo un album, ma un’esperienza: un viaggio nella quiete, dove ogni nota diventa un passo verso la comprensione di noi stessi e del mondo che ci circonda. Un promemoria che, anche nei momenti più tumultuosi, la musica sa trovare la strada per la pace interiore.
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Four Freedoms: Dave Douglas e l’arte della libertà musicale
Con Four Freedoms, Dave Douglas torna a esplorare il rapporto tra struttura e improvvisazione, un tema che da sempre attraversa la sua musica. Registrato dal vivo al Getxo Kultura Jazz Festival nel luglio 2025, l’album è un omaggio alle quattro libertà enunciate da Franklin D. Roosevelt nel 1941: libertà di parola, di culto, dalla paura e dal bisogno. Queste idee risuonano nelle nove tracce, dove la tromba di Douglas dialoga con la pianista Marta Warelis, il bassista Nick Dunston e il batterista Joey Baron, creando un equilibrio perfetto tra composizione e spontaneità.
Il disco si apre con Grits, un brano che sembra dipingere con suoni la complessità del nostro tempo, mentre Sandhog e Four Freedoms sviluppano temi ricchi di tensione e speranza. La registrazione, che alterna momenti di energia travolgente a passaggi intimi, riflette la capacità di Douglas di trasformare la musica in un atto di libertà creativa. Ogni nota sembra chiedersi: come può l’arte, oggi, essere faro di luce e libertà per tutti?
Un lavoro che conferma come il jazz, più che un genere, sia una filosofia di vita.
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Nineteen Seventy Seven: Grupo Um e la rivoluzione jazz brasiliana
Nel 1977, in piena dittatura militare brasiliana, quando la censura soffocava ogni forma di espressione artistica, il Grupo Um registrava in segreto un album destinato a rimanere nascosto per quasi cinquant’anni. Nineteen Seventy Seven è quel tesoro ritrovato, un documento sonoro che cattura l’audacia e la creatività di una generazione che, nonostante tutto, sognava in grande. Nato dall’esperienza con Hermeto Pascoal, il gruppo — guidato dai fratelli Zé Eduardo e Lelo Nazario — fonde jazz d’avanguardia, ritmi brasiliani e improvvisazione, creando un suono che è al tempo stesso radicale e danzereccio.
Brani come Absurdo Mudo e Sambapsis sono viaggi sonori dove la complessità ritmica si sposa con una melodia ipnotica, mentre Valsa Cromatica rivela una delicatezza che contrasta con l’energia travolgente del resto del disco. Registrato in fretta nello Studio B di Rogério Duprat, con risorse limitate e la costante minaccia della censura, questo album è la prova che l’arte, anche quando viene messa a tacere, trova sempre il modo di urlare la sua verità.
Un capolavoro che, oggi più che mai, ricorda come la musica possa essere atto di resistenza e libertà.
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Gospel Music: Una Preghiera in Note
Joel Ross, virtuoso del vibrafono, torna con Gospel Music, un’opera che è insieme confessione spirituale e manifesto artistico. Questo quinto album per Blue Note è un viaggio sonoro attraverso la fede, l’infanzia trascorsa in chiesa e la ricerca di un linguaggio musicale che parli all’anima. Con la sua band Good Vibes, arricchita da sassofoni, pianoforte, contrabbasso e batteria, Ross dipinge una narrazione biblica fatta di suoni: dalla solennità di Trinity alla dolcezza di A Little Love Goes A Long Way, ogni brano è una tappa di un percorso interiore.
La musica di Ross non è solo tecnica o improvvisazione, ma un atto di devozione. Il vibrafono, con le sue note cristalline, diventa voce di una preghiera collettiva, capace di trasmettere speranza e riflessione. Gospel Music è un invito ad ascoltare oltre le parole, a trovare nella musica un rifugio e una guida. Un disco che, come ogni vera preghiera, sa essere intimo e universale.
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Pat Thomas & XT – Strata, Act (Joy Contemporary)*
L’album che vi stiamo presentando è annunciato per il giorno
30
Strata, Act (Joy Contemporary): Un Viaggio nell’Improvvisazione Pura
Quando l’improvvisazione diventa arte totale, nascono opere come Strata, Act (Joy Contemporary)*, il nuovo, monumentale lavoro firmato dal pianista Pat Thomas e dal duo XT, composto da Seymour Wright al sassofono e Paul Abbott alla batteria. Registrato dal vivo a Londra e Zurigo nell’estate del 2022, questo progetto si dispiega in oltre due ore di musica, suddivise in cinque tracciati che esplorano i confini tra tradizione e avanguardia, acustica ed elettronica.
Thomas, Wright e Abbott non si limitano a suonare: costruiscono stratificazioni sonore che sembrano emergere da un dialogo profondo con la storia del jazz britannico, richiamando echi di Cecil Taylor, Tony Oxley e Derek Bailey, ma proiettandoli in una dimensione futuribile. Ogni set è un atto creativo unico, dove il pianoforte, il sassofono e la batteria si fondono in un flusso iterativo, complesso e ipnotico. L’album, in uscita il 30 gennaio 2026 per We Jazz Records, è un invito a lasciarsi trasportare in un universo dove l’improvvisazione non è caos, ma una ricerca costante di bellezza e significato. Un’opera che celebra la libertà creativa e la capacità della musica di trascendere il tempo.
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Gratitude: Un Inno alla Bellezza delle Piccole Cose
Con Gratitude, il Søren Bebe Trio ci regala un album che è molto più di una semplice raccolta di brani: è un diario musicale, un atto di riconoscenza verso la vita, la condivisione e la magia dei momenti apparentemente ordinari. In uscita il 30 gennaio 2026, questo lavoro rappresenta il nono capitolo di un sodalizio artistico che, dal 2007, ha saputo ritagliarsi uno spazio unico nel jazz scandinavo, richiamando alla mente l’intimità di Tord Gustavsen e la poetica di Esbjörn Svensson.
Bebe, insieme a Kasper Tagel al contrabbasso e Knut Finsrud alla batteria, trasforma ogni nota in un gesto di gratitudine: verso il pubblico che li segue, verso la gioia di suonare insieme, verso la possibilità stessa di esprimersi attraverso la musica. È un disco che respira sincerità, dove originali come Tystrup Sø — ispirato a un lago danese — si alternano a reinterpretazioni delicate, come la versione di And So It Goes di Billy Joel o l’omaggio a Abbey Lincoln con Throw It Away, scelto in onore di John Scofield.
La musica del trio, già apprezzata in festival internazionali e con milioni di stream, si conferma qui in tutta la sua eleganza nordica: essenziale, evocativa, capace di trasformare il silenzio in un compagno di viaggio. Gratitude non è solo un album, ma un invito a fermarsi, ad ascoltare — dentro e fuori di noi — e a riconoscere la bellezza che spesso diamo per scontata. Un promemoria che, in un mondo frenetico, la gratitudine è la chiave per trovare la vera ricchezza.
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The Rule of Three: L’Essenza del Trio in Movimento
Con The Rule of Three, il QOW Trio conferma la sua capacità di trasformare il classico formato del trio jazzistico in un’avventura sonora senza confini. In uscita il 30 gennaio 2026, l’album rappresenta il terzo capitolo di una collaborazione che unisce tre generazioni di musicisti: il leggendario batterista Spike Wells, al suo 80esimo compleanno e con una carriera che ha attraversato sei decenni di jazz britannico, il sassofonista Riley Stone-Lonergan, voce della nuova scena londinese, e il contrabbassista Eddie Myer, ponte tra tradizione e innovazione.
Un Dialogo tra Passato e Presente
Il disco si apre con il brano eponimo, The Rule of Three, un pezzo che esplode con l’energia di un rodeo musicale, dove il blues si fonde con linguaggi contemporanei. Ogni traccia è un capitolo a sé: Egglet rivela una tensione quietamente intensa, Kurt Angle è un improvviso incontro di liberi voli sonori, mentre Lush Life di Billy Strayhorn diventa un veicolo per esplorare nuove atmosfere, tra valzer onirici e improvvisazioni audaci. Non mancano omaggi a figure come Albert Ayler e riferimenti a colonne sonore del cinema western, come in Do Not Forsake Me Oh My Darling, che chiude l’album con un tocco di malinconia epica.
Un Suono che Parla al Futuro
Quello che colpisce è la coesione del trio: tre voci che si fondono in una sola, capaci di passare dalla struttura più rigorosa alla più sfrenata libertà espressiva. The Rule of Three non è solo un album, ma una dichiarazione d’intenti: un jazz che guarda al futuro senza dimenticare le radici, un invito a lasciarsi trasportare in un viaggio dove ogni nota racconta una storia e ogni silenzio è carico di possibilità. Un lavoro che ci ricorda come la musica, quando nasce dalla complicità e dalla passione, possa essere al tempo stesso specchio e finestra aperta sul mondo.
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Chris Forbes – Requiem for the Sound Angels
L’album che vi stiamo presentando è annunciato per il giorno
30
Chris Forbes – “Requiem for the Sound Angels”: un omaggio ai maestri scomparsi
In un’epoca in cui il jazz si fa specchio delle anime che lo attraversano, Chris Forbes ci regala con “Requiem for the Sound Angels” un’opera che è insieme preghiera e celebrazione. Questo album, ispirato alla struttura del Requiem di Fauré, si snoda come un dialogo con gli spiriti di chi ha lasciato un segno indelebile nella scena musicale newyorkese: Roy Campbell, Connie Crothers, Ramsey Ameen, e tanti altri. Ogni traccia è un ritratto sonoro, un omaggio a chi ha trasformato il silenzio in musica e la musica in eredità.
Forbes, al pianoforte, guida un ensemble di eccezione—Lee Odom al sassofono, Jack DeSalvo alla chitarra, Dmitri Ishenko al contrabbasso e Tom Cabrera alla batteria—in un viaggio dove lush textures e momenti di rottura improvvisa si fondono in una meditazione cinematica. “Tazz (for Roy Campbell)”, il brano che apre l’album, è un esempio perfetto di come il dolore possa diventare groove, la nostalgia trasformarsi in swing. La registrazione, curata nei minimi dettagli da Larry Hutter, cattura ogni sfumatura, ogni respiro, rendendo l’ascolto un’esperienza immersiva, quasi sacrale.
“Requiem for the Sound Angels” non è solo un disco: è un luogo di incontro tra passato e presente, dove le voci dei “Sound Angels” continuano a risuonare. In un mondo che corre troppo veloce, Forbes ci ricorda che la musica è memoria, è resistenza, è il filo invisibile che ci lega a chi non c’è più. E in questo, forse, risiede la sua bellezza più profonda: nell’arte di trasformare l’assenza in presenza, il silenzio in suono.
Ascoltalo con le cuffie. E con il cuore aperto.
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Julia Hülsmann Octet – While I Was Away
L’album che vi stiamo presentando è annunciato per il giorno
30
Julia Hülsmann Octet – “While I Was Away”: un viaggio tra poesia, improvvisazione e colori del mondo
Dopo la trilogia di successi in quartetto, la pianista tedesca Julia Hülsmann cambia registro e si circonda di un ottetto di eccezione, dove archi, voci e ritmica si fondono in un mosaico sonoro che abbraccia jazz, musica da camera e suggestioni brasiliane. “While I Was Away” è un album che respira poesia: le composizioni originali di Hülsmann dialogano con testi di Emily Dickinson, Margaret Atwood, E.E. Cummings, mentre le voci di Aline Frazão, Live Maria Roggen e Michael Schiefel intrecciano storie e melodie in un equilibrio perfetto tra struttura e libertà.
Il disco si apre con “Coisário De Imagens”, omaggio alle songwriter brasiliane Zélia Fonseca e Rosanna Tavares, e prosegue con una rilettura personale del brano di Ani DiFranco “Up, Up, Up, Up, Up, Up”, dove l’improvvisazione si fonde con la forma-canzone. Ogni brano è un racconto: dalla danza brasiliana di “Hora Azul” alla narrazione teatrale di “Felicia’s Song”, fino alla sospensione onirica di “Sleep”, dove la voce di Aline Frazão si intreccia con un solo di contrabbasso e improvvisazioni collettive.
“While I Was Away” è un inno alla collaborazione: Hülsmann lascia spazio a ogni musicista, creando un dialogo interculturale che trasforma il jazz in un linguaggio universale. Un album che sorprende, emoziona e invita all’ascolto attento, confermando come la musica possa essere ponte tra mondi, emozioni e storie. Un lavoro che, ancora una volta, celebra la melodia come filo conduttore dell’anima.
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Foolin’ Myself: un capolavoro di eleganza jazzistica e ingegneria sonora
Con “Foolin’ Myself”, il pianista e compositore Max Kochetov offre un viaggio sonoro che unisce tradizione jazzistica, improvvisazione e una produzione audio di altissimo livello. L’album si distingue per la sua chiarezza timbrica, il bilanciamento spettrale e una gestione dinamica che preserva l’autenticità acustica e l’espressività strumentale.
Ogni traccia, che sia un duo intimo o un brano per big band, è caratterizzata da una spazialità controllata e una immagine stereo ben definita, che crea un ambiente sonoro immersivo senza mai sacrificare la naturalità del suono. Il low-end del contrabbasso è pieno e definito, le frequenze medie sono ricche e calde, e le alte frequenze (piatti, spazzole, armonici dei fiati) sono brillanti e ariose, senza asprezze. La compressione è usata con parsimonia e trasparenza, preservando la dinamica naturale e i dettagli dei transienti, soprattutto in brani come “Silence”, dove la macro-dinamica è rispettata in ogni sfumatura.
La spazialità è ottenuta attraverso un uso artistico e discreto del riverbero, che aggiunge profondità senza compromettere la focalizzazione o la separazione degli strumenti. Ogni elemento trova il suo spazio, contribuendo a un’esperienza d’ascolto avvolgente e autentica.
“Foolin’ Myself” è un disco che celebra la musica come arte dell’ascolto, un inno alla bellezza del suono acustico e alla magia del jazz come linguaggio universale. Un lavoro che conferma Max Kochetov come uno dei sassofonisti e compositori più raffinati della scena contemporanea, e che invita a riscoprire l’emozione della musica dal vivo, con tutta la sua ricchezza e complessità. Un album che sorprende per la sua profondità e la sua capacità di trasportare l’ascoltatore in un mondo di pura bellezza sonora.
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Roberto Fonseca & Vincent Ségal – Nuit Parisienne à La Havane
L’album che vi stiamo presentando è annunciato per il giorno
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Nuit Parisienne à La Havane: un sogno notturno tra danzón, chanson e alchimia cubana
Con “Nuit Parisienne à La Havane”, il pianista cubano Roberto Fonseca e il violoncellista francese Vincent Ségal creano un incontro magico tra Parigi e L’Avana, dove il calore dei ritmi cubani abbraccia la raffinatezza della melodia francese. L’album è un viaggio sonoro che intreccia danzón, chanson, influenze classiche e africane in un dialogo senza soluzione di continuità. Ogni traccia respira e si dispiega come un sogno, un momento irripetibile in cui la musica non deve dimostrare nulla, ma semplicemente esistere.
Il primo assaggio, “Nuit Parisienne”, è un invito intimo ed elegante a immergersi in questo mondo: un brano notturno e introspettivo, che unisce jazz contemporaneo e influenze classiche moderne con una strumentazione calda e organica. È un punto d’incontro naturale tra la tradizione cubana e l’improvvisazione classica e contemporanea europea, un opera moderna che trascende i confini.
“Nuit Parisienne à La Havane” è un disco che trova la sua strada nel cuore, un album a cui tornare più e più volte, che rivela sempre qualcosa di nuovo. Un lavoro che celebra la musica come arte dell’incontro, un inno alla poesia sonora che tocca il sublime. Un viaggio senza tempo, tra sincerità, vita e magia.
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