
Dark Horse – Susanne Alt
Etichetta discografica: Venus Tunes
Data di uscita: 30 gennaio 2026
L’ombra che diventa luce
Il sassofono di Susanne Alt non arriva mai in punta di piedi. Entra come un vento che spazza via le attese, che piega le note a una volontà di espressione tanto urgente quanto elegante. Dark Horse, il suo settimo album, è proprio questo: un soffio inaspettato, un cavallo oscuro che irrompe nella scena jazzistica del 2026 con la grazia di chi sa che la vera forza sta nell’imprevedibilità.
Registrato a New York negli stessi giorni febbrili che diedero vita a Royalty For Real (2024), questo disco non è un omaggio, ma una dichiarazione di indipendenza. Non più l’eco di Roy Hargrove, suo mentore, ma la voce di una musicista che ha scelto di cavalcare l’onda dell’istinto, trasformando l’eccesso di materiale compositivo in un manifesto di libertà creativa.
Susanne Alt: una carriera tra Europa e America
Susanne Alt, sassofonista olandese di base ad Amsterdam, è una figura che nel panorama jazz europeo si distingue per una carriera costellata di collaborazioni internazionali e una discografia che spazia dal funk al bop, dal soul al latin. Dopo aver inciso con nomi come Fred Wesley, Thijs van Leer e Anton Goudsmit, e aver reso omaggio a Hargrove con Royalty For Real, Alt si presenta qui con una formazione d’eccezione: al suo fianco, il tastierista James Hurt, il bassista Gerald Cannon e il batterista Willie Jones III, tutti veterani della scena newyorkese, tutti uniti da una chimica che solo anni di palcoscenico condiviso possono forgiare.
Cannon e Jones III, in particolare, portano con sé l’eredità di sette anni al fianco di Hargrove, un retaggio che si sente in ogni groove, in ogni cambio di tempo, in quella capacità di trasformare il silenzio in attesa e l’attesa in esplosione.
Il suono di una città che non dorme
Dark Horse è un album che profuma di New York: non quella delle cartoline, ma quella dei club seminterrati, dei marciapiedi umidi di pioggia, delle notti in cui la musica è l’unico faro. Il suono è caldo, immediato, quasi tattile. Le registrazioni, curate da Lou Holtzman e Abigail Makoviney allo storico EastSide Sound, catturano la band in presa diretta, con tutti i bordi grezzi e le imperfezioni che rendono vivo un disco.
Il repertorio è un viaggio tra generi e umori. Si parte con Jazz Biotic, un brano funk-tinged che si sviluppa come un organismo vivente: il sassofono di Alt si intreccia con gli arpeggi dell’organo di Hurt, mentre Cannon e Jones III tessono un groove ipnotico, elastico, pronto a scattare in qualsiasi direzione. È la traccia perfetta per aprire un album che celebra l’improvvisazione come atto di fede.
I brani che raccontano una storia
Segue Altitudes Of Freedom, dove il jazz fusion si fa spazio tra sintetizzatori e line di basso sinuose, e Alt si lancia in assoli che sembrano disegnare geometrie nell’aria. Ma è con Dark Horse, il brano che dà il titolo al disco, che si raggiunge il cuore pulsante del progetto. Un pezzo oscuro, urgente, in cui il sassofono di Alt si fa voce di una determinazione che non chiede permesso.
E poi c’è Au Privave, il tributo a Charlie Parker, catturato quasi per caso quando il pianista arrivò in ritardo in studio. Un momento di magia pura, in cui l’imprevisto diventa arte. Non mancano i brani dedicati ai compagni di viaggio: Cannonballin’ è un omaggio al bassista Gerald Cannon, un pezzo in cui Alt passa con disinvoltura dal sassofono al flauto, mentre Jonesin’ celebra il drumming di Willie Jones III con un groove funk che sembra non voler finire mai. Kalunga Dance, infine, è un vortice di energia, un brano in cui la sezione ritmica si scatena e Alt si lascia trasportare in un dialogo serrato con i suoi compagni.
La sezione ritmica: un dialogo senza parole
Gerald Cannon, Willie Jones III e James Hurt non sono semplici accompagnatori. Sono co-protagonisti di un racconto in cui ogni nota è una frase, ogni silenzio una pausa riflessiva. Cannon, con il suo basso profondo e cantabile, è il collante che tiene insieme il tutto, un musicista che ha suonato con Elvin Jones e McCoy Tyner e che qui dimostra perché è considerato uno dei migliori bassisti della sua generazione.
Jones III, con la sua batteria sempre precisa ma mai prevedibile, è il motore che spinge la musica in avanti, un maestro nel dosare tensione e rilassamento. Hurt, infine, è il colore: con il suo Fender Rhodes, il clavinet, l’organo e il pianoforte, dipinge sfumature che vanno dal soul al funk, dal bop all’elettronica, sempre con un tocco che è insieme raffinato e viscerale.
La produzione: l’arte della spontaneità
La produzione, curata dalla stessa Alt, è attenta a preservare la spontaneità delle sessioni. Non ci sono sovraincisioni superflue, non c’è la ricerca della perfezione a tutti i costi. Ciò che si sente è la musica così com’è nata: viva, respirante, piena di quella ruggine che solo il jazz sa trasformare in oro.
Le voci della critica
Le prime recensioni internazionali hanno accolto Dark Horse con entusiasmo. Alcuni sottolineano come l’album rappresenti “un momento di pura gioia creativa, in cui una band affiatata si lascia andare all’esplorazione senza paure”. Altri apprezzano in particolare la capacità di Alt di fondere influenze diverse in un suono coerente e personale. Si parla di un disco “caldo, immediato, che cattura l’ascoltatore fin dalle prime note” e di una musicista che “sa essere virtuosa senza mai cadere nell’autocelebrazione”. La spontaneità delle performance e la chimica tra i musicisti sono gli aspetti più lodati. Non da meno la scelta di registrare in presa diretta, che conferisce al disco una freschezza rara.
Un disco per il futuro
Con Dark Horse, Susanne Alt ci ricorda che l’arte nasce dall’ascolto, dal rischio, dalla volontà di lasciarsi sorprendere. Questo disco è un invito a credere nei cavalli oscuri, in quelle forze che arrivano quando meno te lo aspetti e che, con la loro sola presenza, cambiano il paesaggio.
Chiudendo gli occhi, mentre l’ultima nota di Jonesin’ si dissolve nell’aria, viene da pensare a una notte a New York, a un club dove la musica non finisce mai e dove, tra un set e l’altro, si sente ancora l’eco di un sassofono che dice: “Seguimi, non sai dove ti porterò, ma sarà un viaggio che vale la pena fare”.

Ogni riproduzione è vietata senza linkare la nostra fonte: Jazz in Family
Scopri di più da Jazz in Family
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.



