Jazz Weekly 359 – Tradizione, transizioni e nuovi equilibri del jazz globale

Jazz Weekly 359

La Jazz Weekly 359 attraversa un momento di passaggio, in cui il jazz sembra interrogarsi apertamente sul proprio futuro. Tra istituzioni storiche che cambiano pelle, grandi eventi che ridefiniscono il rapporto con il pubblico e una scena viva che continua a muoversi nei club e nei festival, questa settimana racconta un ecosistema in trasformazione. Non una semplice raccolta di notizie, ma una fotografia di tensioni, domande e possibilità che convivono nel jazz di oggi.


Ascolta la puntata #359

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La puntata 359 di Jazz in Family è un viaggio che si muove sul filo sottile dove la forma incontra il rischio. Una puntata che attraversa geografie e visioni diverse, mettendo in dialogo eleganza compositiva e urgenza espressiva. Dalle scene metropolitane più vive alle atmosfere notturne e raccolte, la playlist di questa settimana racconta un jazz che non ha paura di esporsi, di sporcarsi le mani, di farsi racconto.

È una selezione pensata come un percorso narrativo: colta ma accessibile, intensa senza diventare distante. Un ascolto che accompagna e stimola, capace di essere allo stesso tempo carezza e strappo, gesto d’amore e atto di ribellione. La puntata 359 è anche questo: un invito ad ascoltare con attenzione, lasciando che le storie emergano una nota alla volta.

Playlist

#Titolo branoArtisti – Album
1Deface The CurrencyThe Messthetics, James Brandon Lewis – Deface The Currency
2MoonshadowNils Landgren & Swedish Radio Symphony Orchestra – Love of my life
3A Street by Night in the City Centre – Live at Toï Toï Le ZincAdrien Bernet – A Street by Night in the City Centre – Live at Toï Toï Le Zinc
4HuesNicole McCabe – Color Theory
5This Means ThatLuca Dell’Anna – Shōjin
6There’s Always TomorrowDaphne Roubini & Black Gardenia – Whisky Scented Kisses
7AngosturaGiuseppe Guarrella Niwas Quartet – New Call
8Fendas VocalsNeves & Silva – Ladeiras De Santa Teresa
9Flame Beneath The SilenceDave Adewumi – Flame Beneath The Silence
10ChoroAkiyoshi Shimizu – Hoshi ga Utsurou

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Aggiornamenti & News

Accanto alla puntata radio, la Jazz Weekly 359 propone anche una versione video dedicata alle Jazz News, con approfondimenti e riflessioni sull’attualità del jazz.

Jazz News

Wynton Marsalis e il futuro del Jazz at Lincoln Center

Una transizione storica per il jazz istituzionale

La settimana si apre con uno di quei passaggi che segnano un’epoca per il jazz americano. Dopo oltre trent’anni, Wynton Marsalis si prepara a lasciare la direzione artistica e gestionale del Jazz at Lincoln Center, l’istituzione che più di ogni altra ha contribuito a definire l’idea stessa di jazz “ufficiale” negli Stati Uniti. Sotto la sua guida, il centro non è stato solo una casa concertistica, ma un vero laboratorio culturale: educazione, programmazione, memoria storica e costruzione di un canone sono diventati parte di un progetto organico e riconoscibile.

La transizione annunciata è lunga, attentamente pianificata e tutt’altro che improvvisata. Marsalis resterà in carica ancora per accompagnare il passaggio verso una nuova leadership nel corso del 2026, con un periodo di consulenza che garantirà continuità istituzionale. Ma proprio questa gradualità rende la domanda ancora più centrale: che cosa sarà il Jazz at Lincoln Center dopo Marsalis?

Per la prima volta dagli anni Ottanta, il cuore del jazz istituzionale americano si trova davanti a una scelta che va ben oltre un semplice cambio di nome. In gioco c’è la visione stessa del jazz nel XXI secolo: una continuità fondata su tradizione, classicismo e pedagogia, oppure un’apertura più netta verso linguaggi contemporanei, ibridazioni e nuove forme di rappresentazione culturale. Qualunque sarà la direzione scelta, l’impatto non riguarderà solo New York, ma l’intero ecosistema jazzistico globale, dai festival ai conservatori, dai club alle grandi istituzioni.

Addio a Ken Peplowski

Memoria, tradizione e scena swing contemporanea

A rendere più cupo il quadro arriva la scomparsa improvvisa di Ken Peplowski, clarinettista e sassofonista tra i più rispettati della scena swing contemporanea. Venuto a mancare a 66 anni durante una crociera interamente dedicata al jazz, lascia un vuoto profondo in una comunità che ne ha sempre riconosciuto il rigore musicale, il virtuosismo e la fedeltà alla tradizione. Una perdita che colpisce non solo per il valore dell’artista, ma anche per il contesto umano e collettivo in cui è avvenuta.

Lizzo al Blue Note

Pop, jazz e nuovi pubblici a confronto

A fare discutere, in senso opposto, è l’annuncio di una residency molto particolare al Blue Note di New York. Lizzo salirà sul palco dello storico club per una serie di concerti intimi, in programma tra fine febbraio e inizio marzo, con arrangiamenti jazz e il flauto al centro della scena. Un dettaglio tutt’altro che marginale: prima di diventare una pop star globale, Lizzo si è formata come flautista classica e ha spesso rivendicato un legame autentico con il linguaggio jazz e con l’improvvisazione.

La scelta del Blue Note, uno dei club più iconici al mondo, carica l’evento di un forte valore simbolico. Da un lato rappresenta un’occasione concreta per attirare verso uno spazio storico un pubblico nuovo, probabilmente lontano dai circuiti jazz tradizionali. Dall’altro, però, solleva interrogativi legati all’accessibilità e al senso stesso dell’operazione: i prezzi elevati dei biglietti e la natura fortemente mediatica dell’evento rischiano di trasformare l’esperienza in un appuntamento esclusivo, più vicino alla logica dell’evento pop che a quella della scoperta musicale.

Il dibattito è aperto anche all’interno della comunità jazz. C’è chi legge questa residency come un ponte potenziale, capace di incuriosire e avvicinare nuovi ascoltatori a una scena che fatica a rinnovare il proprio pubblico. Altri, più scettici, sottolineano come questo tipo di operazioni produca spesso un’attenzione effimera, legata al nome dell’artista più che al contesto musicale che la ospita. La domanda, ancora una volta, non è se l’operazione sia legittima, ma quale sarà il suo impatto reale nel lungo periodo: visibilità momentanea o trasformazione culturale duratura?

Jazz in Europa e in Italia

Grandi eventi, festival estivi e scena locale

Lo sguardo si allarga all’Europa e all’Italia, dove gli annunci estivi iniziano ad accendersi con largo anticipo e a ridefinire le aspettative del pubblico. Roma prepara una stagione che unisce Roma Summer Fest e Summertime, concentrando la programmazione tra Auditorium Parco della Musica e Casa del Jazz e proponendo una lineup di respiro internazionale accanto a nomi centrali della scena italiana. Pat Metheny, Diana Krall, Marcus Miller, Gregory Porter convivono con figure come Stefano Bollani e Paolo Fresu, in un cartellone che ambisce a posizionare la capitale come uno dei poli jazzistici europei dell’estate.

È un segnale forte, capace di catalizzare attenzione mediatica, pubblico e turismo culturale, ma che riporta al centro una questione strutturale e mai risolta: il rapporto tra grandi eventi e tessuto locale. Da un lato, queste programmazioni funzionano come una potente vetrina globale, attirano nuovi ascoltatori e generano risorse economiche difficilmente replicabili su scala più piccola. Dall’altro, il rischio è quello di accentuare una frattura tra il circuito dei grandi nomi e la scena che vive tutto l’anno nei club, nei festival minori e nelle rassegne di ricerca.

La domanda, allora, non è se queste operazioni siano positive o negative in sé, ma come possano dialogare con il resto dell’ecosistema. In che modo un grande evento estivo può diventare un moltiplicatore di attenzione anche per i progetti emergenti? Come si costruisce un ponte reale tra la visibilità dei grandi palchi e la continuità quotidiana della scena locale? È su questo equilibrio, fragile ma decisivo, che si gioca il futuro del jazz europeo e italiano nei prossimi anni.

Altri eventi e segnali dal panorama internazionale

Festival jazz e nuove geografie culturali

Il quadro si completa con una serie di annunci che, pur diversi per scala e contesto, raccontano bene la direzione in cui si sta muovendo il jazz a livello globale. Umbria Jazz guarda già al 2026 confermando il ritorno di Gilberto Gil all’Arena Santa Giuliana di Perugia, questa volta insieme ai Gilsons. Una scelta che ribadisce la vocazione del festival a dialogare con la musica brasiliana e con linguaggi che, pur non essendo jazz in senso stretto, ne condividono profondamente l’attitudine e la storia.

Negli Stati Uniti, intanto, debutta l’Orlando Jazz Festival, in programma a marzo al Mennello Museum. Un nuovo appuntamento che punta su un mix significativo: nomi come Maurice Brown e Terrace Martin, figure centrali nel dialogo tra jazz, hip hop e R&B contemporaneo, affiancati da musicisti locali. Un modello che guarda alla costruzione di una scena, più che al semplice richiamo del grande nome.

Sul fronte internazionale, l’annuncio di una futura edizione del Montreux Jazz Festival a Miami conferma una tendenza ormai evidente: i grandi brand storici del jazz cercano nuove geografie e nuovi pubblici, esportando un marchio che diventa piattaforma culturale globale. Una strategia che apre opportunità, ma che solleva anche interrogativi sul rapporto tra identità locale e riconoscibilità internazionale.

Questi eventi, letti insieme, raccontano un jazz che si muove sempre più tra contaminazione, espansione geografica e ridefinizione dei propri confini culturali.

Festival, club e nuove uscite

Il jazz oltre i riflettori e il lavoro quotidiano della scena

Nel frattempo, lontano dai palchi più mediatici, il jazz continua a vivere nei club, nei festival invernali e nelle nuove uscite discografiche, spesso lontane dai grandi riflettori ma centrali per la vitalità della scena. In Italia, rassegne come il Bologna Jazz Festival con il progetto First Steps, il Battiati Jazz Festival in Sicilia o le programmazioni diffuse tra Valle d’Aosta e nord Italia dimostrano come il jazz non conosca stagioni morte, ma trovi proprio nei mesi invernali uno spazio privilegiato per la sperimentazione e l’ascolto ravvicinato.

Accanto alla dimensione live, il panorama discografico racconta una vitalità più sotterranea ma altrettanto significativa. Tra le uscite più attese delle prossime settimane spiccano progetti che guardano al jazz come linguaggio aperto: Italian Mottetto di Francesco Chiapperini, che intreccia improvvisazione e musica rinascimentale; Circadia dei britannici Mammal Hands, in arrivo a fine febbraio, sospeso tra jazz, minimalismo e folk; e il nuovo capitolo del progetto Side-Eye III+ di Pat Metheny, che conferma il dialogo continuo tra ricerca contemporanea e grande pubblico.

Sono dischi e festival che non puntano all’evento istantaneo, ma alla costruzione di un ascolto consapevole e di una comunità duratura. È in questi contesti, spesso più silenziosi ma profondamente radicati, che si forma il pubblico di domani e che prendono forma le idee destinate, col tempo, a emergere anche sui palchi più grandi.

La fotografia che ne esce è quella di un jazz in equilibrio costante tra memoria e cambiamento, tra grandi istituzioni e circuiti indipendenti, tra perdite dolorose e nuove possibilità. Una musica che continua a interrogarsi sul proprio futuro, senza smettere di suonare nel presente.

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Azione della Settimana!

Il jazz del 2026 ti sembra più vicino alla tradizione o più aperto al cambiamento?
Tra istituzioni storiche, grandi festival estivi, club che lavorano tutto l’anno e nuove contaminazioni, dove vedi davvero il futuro del jazz?

Raccontacelo nei commenti: più che una risposta “giusta”, ci interessa capire da dove nasce il tuo punto di vista.

Conclusione

La Jazz Weekly 359 ci restituisce l’immagine di un jazz che non è mai fermo, ma costantemente in equilibrio tra memoria e cambiamento. Un equilibrio fragile, fatto di scelte culturali, di spazi da difendere e di nuovi pubblici da intercettare senza perdere identità. Le storie di questa settimana non offrono risposte definitive, ma invitano a prendere posizione, ad ascoltare con attenzione e a partecipare al dibattito. Perché il futuro del jazz non si costruisce solo sui palchi più grandi, ma anche nelle conversazioni che continuano dopo l’ultimo accordo.

SIATE GRANDI!!!

Jazz Weekly 359

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