Forward di Federica Colangelo – recensione e intervista

Introduzione all’intervista

Forward è un disco che non si limita a proporre un suono, ma apre un processo. Dopo la recensione, questa intervista rappresenta il naturale proseguimento del racconto: uno spazio in cui la voce di Federica Colangelo entra in campo senza mediazioni critiche, permettendo di osservare da vicino il pensiero, le esperienze e le scelte che hanno dato forma all’album.

Nel dialogo, realizzato in esclusiva per Jazz in Family, emergono temi centrali come il rapporto con il tempo, l’influenza della musica carnatica, l’esperienza del tour in India, il valore della collaborazione e il significato più profondo di Forward come apertura e non come punto di arrivo.

Il viaggio in India come punto di svolta umano e musicale

Il tour in India a gennaio 2025 sembra essere stato un punto di svolta non solo musicale, ma anche umano. Qual è il ricordo più vivo che porti con te da quel viaggio? Un suono, un incontro, un momento in cui hai sentito che qualcosa dentro di te (o nella tua musica) stava cambiando?

Sì, è stato davvero un punto di svolta, anche se in realtà ha reso visibile un cambiamento su cui stavo lavorando da anni. Quello era il mio terzo viaggio in India, dopo il 2014 e il 2023, e questa volta arrivavo con una consapevolezza diversa. Il tour è stato organizzato insieme a musicisti con cui ho condiviso un lungo percorso, anche durante gli anni in Olanda, come Ned McGowan, e con artisti indiani straordinari, tra cui la compositrice e musicista Suma Sudhindra. Il ricordo più vivo non è un singolo suono, ma una sensazione precisa: quella di “mettere insieme i punti”. In alcuni momenti, sul palco e fuori, ho sentito chiaramente che la mia voce musicale era finalmente abbastanza solida da poter dialogare senza timore con un’altra tradizione così forte e stratificata. Non si trattava più di cercare qualcosa all’esterno, ma di riconoscere che quel linguaggio faceva ormai parte del mio modo di pensare la musica. È stato il momento in cui ho capito che potevo smettere di mediare e iniziare semplicemente a essere fedele a quello che sentivo.

L’incontro con BC Manjunath e il dialogo tra linguaggi ritmici

2025 Jazz in Family vola più alto che mai

BC Manjunath non è solo un collaboratore, ma un ponte tra due mondi. Com’è nato il vostro rapporto? C’è stato un momento in cui avete capito che stavate creando qualcosa di più grande di una semplice fusione di generi?

BC Manjunath

Il mio rapporto con Manjunath nasce molto presto, quando ero ancora studentessa in conservatorio. Credo fosse il 2010 o il 2011: assistetti ad alcune sue masterclass e rimasi profondamente colpita non solo dal suo livello musicale, ma dal modo in cui trasmetteva il ritmo come qualcosa di vivo, corporeo, quasi narrativo.

Negli anni il rapporto è continuato in modo naturale, siamo rimasti in contatto e col tempo siamo diventati amici. Abbiamo poi suonato insieme in India nel 2023, e lì è successo qualcosa di molto chiaro sul palco: non stavamo “incrociando linguaggi”, stavamo parlando la stessa lingua da due punti diversi. Ricordo anche un concerto in particolare, in cui io suonavo un (assurdo) Bösendorfer bianco in un centro universitario nella campagna indiana, e ho avuto la sensazione che il tempo si dilatasse, che il ritmo diventasse uno spazio condiviso più che una struttura. È stato lì che ho capito che avrei potuto ‘osare’ una collaborazione, lui mi ‘vedeva’ musicalmente e con il suo ascolto profondo, e con la mia fiducia totale nel suo approccio musicale, sarebbe stato possibile un dialogo reale tra mondi diversi, senza che nessuno dei avesse perso la propria identità.

Il konnakol come linguaggio interiore e forma di narrazione

Il konnakol è una forma di comunicazione che va oltre le parole. Quando senti BC Manjunath recitare quelle sillabe ritmiche, cosa ti evocano? È come se vi steste raccontando una storia senza usare un linguaggio convenzionale? In che modo il konnakol viene integrato nell’improvvisazione jazzistica all’interno dell’album?

Quello che mi colpisce del konnakol, quando Manjunath lo recita, è la sensazione di ascoltare un linguaggio interiorizzato in modo così profondo da diventare musica pura. Attraverso la sua interpretazione non senti solo delle sillabe ritmiche, ma la sua musicalità, la sua conoscenza e il suo modo di pensare il tempo. È davvero come raccontarsi una storia senza usare un linguaggio convenzionale.

Tengo molto a sottolineare che in questo disco io non mi considero un’esperta di konnakol. Piuttosto, sono profondamente influenzata dal modo in cui è costruita la musica carnatica e dal suo pensiero ritmico. Manjunath ha adattato il konnakol con grande musicalità a un contesto molto diverso da quello tradizionale, senza forzature. Lui parla la sua lingua, io parlo la mia, ed è proprio questo, credo, che fa funzionare la musica: nessuno di noi cerca di essere qualcosa che non è.

L’integrazione nel fraseggio è un work in progress continuo. Ogni giorno faccio un piccolo passo avanti, soprattutto nel modo in cui costruisco e penso le frasi, cercando di avvicinarmi — o di prendere spunto — da strutture e logiche che appartengono al linguaggio della musica carnatica, senza imitarle, ma lasciandole agire in profondità.

Mridangam e batteria: tensione, riconoscimento e spazio condiviso

In Resistance, il mridangam sembra ‘parlare’ con la batteria di Giovanni Nardiello. Come descriveresti questo dialogo? È una sfida, una danza, o qualcosa di più intimo, come due voci che si riconoscono? Quali tecniche specifiche del mridangam contribuiscono a creare tensione e rilascio in brani come *Resistance*?

Direi che prima di tutto si sono riconosciuti. È stato come se si fossero “trovati” immediatamente. Giovanni è rimasto folgorato da BC Manjunath, non solo dal suo modo di suonare il mridangam, ma anche dalla sua persona, e identità umana e musicale; allo stesso tempo, BC ha riconosciuto in Giovanni una musicalità enorme e una capacità rara: quella di suonare tantissime note senza suonarle davvero, lasciando spazio, respiro e intenzione.

Non l’ho mai percepito come una sfida, ma piuttosto come un gioco molto serio e allo stesso tempo divertito, in cui si lanciavano continuamente delle “scommesse” musicali, rispondendo con soluzioni sempre diverse e creative. C’è una grande differenza nel modo in cui i due percepiscono e costruiscono il fraseggio, ma è proprio lì che avviene l’incontro: magari uno arriva a una stessa pulsazione pensando in tre gruppi di cinque, l’altro ad un 15 largo. Questi è solo un esempio, ma rende l’idea di come ritmo, numeri e matematica possano essere pensati e traslati in tanti modi diversi, arrivando però allo stesso punto. In Resistance la tensione e il rilascio nascono proprio da questo: da due visioni differenti del tempo che si muovono in parallelo; con il mridangam, per il modo in cui BC lavora con la densità del fraseggio, si crea una frizione tesa che si incontrano.

Il pubblico e la percezione del dialogo tra jazz e musica carnatica

Quando suoni dal vivo con BC Manjunath, senti che il pubblico percepisce questa fusione di tradizioni come qualcosa di naturale, o c’è ancora una certa ‘meraviglia’ per l’incontro tra jazz e musica carnatica?

Dipende molto dal pubblico e dal contesto, e ovviamente anche dal luogo in cui suoniamo: in Europa, in India o altrove la percezione cambia. Credo però che ci sia quasi sempre un elemento di meraviglia, anche quando l’incontro viene vissuto come naturale. Forse nasce dal contatto tra suoni che, in modo quasi arcaico, arrivano da mondi lontani: da una parte il suono del mridangam, così spirituale, fisico e potente, dall’altra quello del pianoforte, educato, costruito, estremamente stilizzato.

Quando questi due universi si incontrano senza forzature, il pubblico percepisce qualcosa che non è solo una fusione di tradizioni, ma un dialogo autentico. E credo che sia proprio questa tensione — tra distanza e riconoscimento — a rendere l’ascolto sorprendente, anche per chi non conosce i linguaggi di partenza.

Il ruolo di Igor Legari e Giovanni Nardiello nell’equilibrio del trio

Qual è la cosa che ti ha sorpreso di più nel lavorare con Igor Legari e Giovanni Nardiello in questo album? C’è stato un momento in cui la loro sensibilità ha portato il progetto in una direzione che non avevi immaginato?

La cosa che mi ha sorpreso di più è stato il modo in cui abbiamo costruito la musica insieme, prova dopo prova. Con Igor e Giovanni il lavoro non è mai stato solo imparare i brani, ma entrare nei passaggi, capire dove lasciare spazio, come far convivere le parti scritte con i momenti improvvisati, e come alternare controllo e libertà.

La loro sensibilità e la loro predisposizione a fidarsi della musica — a lasciarla respirare e scorrere senza volerla governare a tutti i costi — hanno avuto un impatto enorme sul progetto. Una volta assimilata l’idea profonda di ogni brano, sono stati proprio loro a spingermi, quasi obbligatoriamente, verso una maggiore libertà all’interno della struttura. È lì che qualcosa è cambiato: quando ho smesso di controllare e ho lasciato spazio alla creatività, sentendo che la voce della musica poteva finalmente emergere in modo più libero e autentico.

La nascita dei brani tra improvvisazione, forma e stratificazione

Come nasce un brano come Jekov, che sembra una corsa travolgente? È frutto di improvvisazione pura, o c’è un’idea iniziale che poi si evolve in modo imprevedibile?

La mia musica nasce sempre da un’idea improvvisata, non conosco un altro modo di iniziare. Jekov è partita da un impulso molto semplice, una nota ribattuta e un ritmo incalzante, che poi nel tempo si è evoluto, si è costruito, arricchito e a tratti anche complicato. Durante questo processo il brano si stratifica. Poi arriva il lavoro delle prove, ed è lì che spesso succede il contrario: dopo essersi espanso, il pezzo ritrova una direzione più lineare. Jekov è proprio il risultato di questo movimento continuo tra libertà e forma, tra corsa istintiva e consapevolezza, ed è forse per questo che mantiene quell’energia travolgente.

Il significato di Forward tra ricerca, verità e possibilità

Cosa speri che il pubblico porti con sé dopo aver ascoltato Forward? Un’emozione, una domanda, un senso di possibilità?

Federica Colangelo

Spero che il pubblico porti con sé, prima di tutto, un senso di possibilità. Oltre al messaggio musicale di cooperazione, di ricerca della gioia e anche del divertimento, mi piacerebbe che si percepisse tutto ciò che c’è dietro un disco come Forward: un lavoro in cui ogni dettaglio è pensato e voluto, con la sua poeticità e la sua potenza. Anche gli elementi visivi fanno parte di questo percorso, a partire dalla copertina e dai disegni ad acquerello di Vito Savino, che non sono un ornamento, ma un’estensione del mondo del disco. Cerco sempre una poetica che possa evocare ciò che c’è dentro e dietro la musica e, più in generale, dietro l’arte. Per me Forward è anche una ricerca di verità: il tentativo di condividere il processo che l’arte ti impone, quello di attraversare le cose per essere sincero e andare oltre la superficie, oltre la mera funzionalità della realtà quotidiana. Non a caso alcuni brani sono dedicati a figure che hanno incarnato per me la forza della resistenza e il bisogno profondo di dire, a tutti i costi, chi si è e cosa si porta nel mondo.

Sguardi futuri e direzioni ancora aperte

Se Forward fosse l’inizio di un nuovo capitolo per Acquaphonica, quale direzione ti piacerebbe esplorare dopo? C’è una tradizione musicale, un artista o un luogo che in questo momento ti ispira particolarmente?

In questo momento faccio fatica a pensare a un “dopo” in senso definito. Sento che c’è ancora moltissimo da esplorare dentro questo mondo, con BC Manjunath e con il trio, e non ho la sensazione di aver esaurito le possibilità di questo linguaggio. Forward per me è più un punto di apertura che di arrivo, e preferisco restare in ascolto di ciò che la musica chiede, piuttosto che immaginare una direzione a tavolino. Detto questo, ci sono suoni che continuano a tornare. Il suono dell’oud, per esempio, mi ha sempre profondamente affascinata: ha qualcosa di antico, di vocale, che sento molto vicino al mio modo di pensare la musica. Non so ancora se e come questo si tradurrà in un progetto futuro, ma è una presenza che rimane sullo sfondo, come una possibilità aperta.

Il legame emotivo con i brani e la dimensione più intima di Forward

Infine, una curiosità: qual è il brano di Forward che, quando lo suoni, ti fa sorridere di più? E perché?

Non è una scelta facile, ma se devo dirne uno direi Jekov. Ogni volta che lo suono mi fa sorridere per la sua energia, per quella corsa un po’ folle e ironica che si porta dietro, come se avesse una vita propria.

Subito dopo però penso anche a Margherita Hack: la sua ciclicità sono per me un’espressione potentissima della vita e del pensiero di una mente straordinaria. C’è qualcosa di incredibilmente vitale in quel brano, quasi una danza cosmica, che riesce a tenere insieme leggerezza e profondità, proprio come l’idea di infinito che l’astrofisica porta con sé.

Conclusione

Questa conversazione accompagna l’ascolto di Forward offrendo coordinate preziose, ma senza mai chiuderne il significato. Le parole di Federica Colangelo restituiscono il senso di una ricerca in divenire, fatta di ascolto, fiducia e attraversamento, dove la musica rimane uno spazio aperto e condiviso.

Ringraziamo Federica Colangelo per la disponibilità e la generosità con cui ha concesso questa intervista a Jazz in Family, arricchendo il percorso di Forward con uno sguardo diretto e profondamente coerente con lo spirito del disco.

Forward-Federica Colangelo

HIGHLIGHTS INTERVISTA

L’India come rivelazione, non come inizio: il tour del 2025 rende visibile un cambiamento già in atto, consolidando una voce musicale finalmente libera da mediazioni.

BC Manjunath come ponte umano e musicale: più che una collaborazione, un riconoscimento reciproco che trasforma il ritmo in uno spazio condiviso.

Il konnakol come linguaggio interiore: non imitazione, ma influenza profonda sul pensiero ritmico e sulla costruzione delle frasi improvvisate.

Il trio come luogo di fiducia e libertà: con Igor Legari e Giovanni Nardiello la musica nasce dall’ascolto, dall’equilibrio tra controllo e abbandono.

Forward come apertura e possibilità: un disco vissuto come ricerca di verità, capace di unire rigore, gioia e visione futura.

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