Jazz in Family si occupa abitualmente di recensioni, interviste, nuove uscite discografiche e approfondimenti legati al mondo del jazz contemporaneo. Ogni tanto, però, ci piace allargare lo sguardo verso quegli aspetti della musica che contribuiscono a costruire la cultura e la conoscenza che stanno dietro ai dischi che ascoltiamo ogni giorno.
Per questo motivo ospitiamo con piacere questo contributo di Giorgio Barozzi, musicista, docente e autore della traduzione italiana di Hammond Organ Complete di Dave Limina, pubblicato da Volontè & Co.
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Buona lettura.
Organo Hammond, tecnica e linguaggio jazz
Durante la traduzione italiana di Hammond Organ Complete di Dave Limina, pubblicato da Volontè & Co., mi sono trovato più volte a riflettere su un aspetto che spesso sfugge anche a molti musicisti: il linguaggio jazzistico dell’organo Hammond non nasce soltanto dal suo timbro inconfondibile, ma da una serie di tecniche esecutive sviluppate nel corso di decenni da alcuni dei suoi interpreti più importanti.
Tre tecniche fondamentali del jazz sull’organo Hammond
Jimmy Smith e molti altri celebri organisti hanno trasformato caratteristiche apparentemente tecniche dello strumento in veri e propri elementi stilistici. Alcune di queste pratiche meritano ancora oggi di essere osservate da vicino, perché raccontano molto del rapporto unico tra il musicista e l’Hammond e spiegano come sia nato quel suono che continua a esercitare un fascino particolare tanto nel jazz tradizionale quanto nelle sue evoluzioni più moderne.
Il paradosso della percussione Hammond: per acquisire un fraseggio lineare bisogna studiare lo staccato
Uno degli aspetti più affascinanti dell’Hammond jazz riguarda l’utilizzo della percussione.
Per chi non conosce a fondo lo strumento, il termine può essere fuorviante. Non si tratta infatti di una percussione nel senso tradizionale del termine, bensì di un circuito che aggiunge un attacco timbrico supplementare all’inizio della nota. È una caratteristica che ha contribuito in modo determinante a definire il celebre suono jazz dell’Hammond.
La particolarità di questo sistema è che l’attacco percussivo non si attiva automaticamente su tutte le note. Per ottenerlo in modo efficace, l’organista deve sviluppare una specifica articolazione delle dita. È proprio qui che entra in gioco una delle tecniche più importanti della tradizione organistica jazz.
Jimmy Smith, probabilmente la figura più influente nella storia dell’Hammond jazz, costruì gran parte del proprio linguaggio su un tocco leggermente separato, una sorta di via di mezzo tra legato e staccato. Ogni nota deve essere sufficientemente distinta dalla successiva da consentire alla percussione di emergere chiaramente, ma senza interrompere la continuità del fraseggio.
L’effetto è sorprendente: all’ascolto le linee bebop risultano fluide, scorrevoli e cantabili, mentre sotto le dita richiedono un controllo estremamente raffinato dell’articolazione. Molti pianisti che si avvicinano all’Hammond scoprono presto che ciò che sembra un semplice dettaglio tecnico è in realtà uno degli elementi fondamentali dello stile.
Non è un caso che gran parte dello studio delle linee bebop sull’organo passi proprio attraverso questo lavoro sul tocco. Una nota troppo legata farà scomparire l’effetto percussivo; una nota troppo corta renderà invece il fraseggio artificiale e frammentato. La vera difficoltà consiste nel trovare il punto di equilibrio.
Quando l’Hammond sembra parlare
Tra le tecniche più spettacolari della tradizione Hammond vi è quella resa celebre da Jimmy Smith e successivamente adottata da numerosi altri organisti.
Viene spesso indicata con i termini squabbling o squawking, parole che cercano di descrivere il particolare effetto sonoro prodotto. L’impressione è quella di una voce che parla, commenta o addirittura risponde alle frasi musicali.
L’effetto nasce dalla combinazione di diversi elementi. Da un lato troviamo l’esecuzione di block chord ritmicamente incisivi; dall’altro il controllo del pedale d’espressione, utilizzato per accentuare determinate note e creare variazioni improvvise di intensità.
Quando il pedale viene mosso in corrispondenza degli accenti principali, il risultato assume una qualità quasi vocale. L’Hammond sembra smettere di essere uno strumento a tastiera e trasformarsi in qualcosa di molto più vicino alla voce umana.
A questa tecnica si aggiunge spesso l’utilizzo delle cosiddette ghost notes: tocchi rapidi e apparentemente casuali su tasti intermedi durante gli spostamenti verso le note principali. Sebbene questi suoni non abbiano una funzione melodica autonoma, contribuiscono a creare quella sensazione di spontaneità e di energia che caratterizza il linguaggio dei grandi organisti jazz.
Per ascoltare esempi classici di questo approccio basta tornare alle registrazioni storiche di Jimmy Smith o a quelle di Jimmy McGriff, musicisti che hanno trasformato queste tecniche in una vera e propria firma stilistica.
Oltre i drawbar
Quando si parla di Hammond, gran parte dell’attenzione si concentra inevitabilmente sui drawbar, sul Leslie o sulle varie combinazioni timbriche che hanno fatto la storia dello strumento. Tuttavia, limitarsi al suono significa osservare soltanto una parte del quadro.
Le tecniche sviluppate dagli organisti jazz dimostrano infatti che il vero carattere dell’Hammond nasce dall’incontro tra tecnologia e gesto esecutivo. La gestione della percussione attraverso l’articolazione, l’utilizzo delle armonie quartali e il controllo espressivo del pedale sono tutti esempi di come le caratteristiche costruttive dello strumento abbiano influenzato direttamente il linguaggio musicale.
Forse è proprio questa la lezione più interessante lasciata dai grandi maestri dell’organo jazz: il timbro non è mai separato dal modo in cui viene prodotto. Dietro ogni suono iconico non c’è soltanto una particolare registrazione dei drawbar, ma una tecnica sviluppata nel tempo, affinata attraverso l’ascolto e trasformata in linguaggio musicale.
Ed è proprio in questa fusione tra meccanica, elettronica e sensibilità interpretativa che risiede ancora oggi il fascino irripetibile dell’organo Hammond.
L’autore

Giorgio Barozzi unisce un’attività accademica d’eccellenza a una carriera concertistica internazionale. Attualmente è docente su cattedra di Composizione e arrangiamento Pop/Rock presso il Conservatorio di Ravenna e vanta collaborazioni di rilievo come tastierista e organista con icone mondiali quali Ian Paice, Eric Udel e Rob Paparozzi della Original Blues Brothers Band. Nel biennio 2024-25 ha inoltre collaborato stabilmente nella tournée “Voce Sorgente” di Anna Oxa.
Musicista, arrangiatore, compositore e divulgatore, ha curato la traduzione italiana di Hammond Organ Complete di Dave Limina, contribuendo alla diffusione della cultura dell’organo Hammond e del linguaggio jazzistico ad esso legato presso il pubblico italiano. Trovate il libro per l’acquisto sul sito libreriauniversitaria.it

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