Waters Dance: Hristijan Risteski cerca la propria voce tra jazz e radici macedoni

Waters Dance – Hristijan Risteski

Data di Pubblicazione:

2 ottobre 2026

Tempo di Lettura:

9 minuti

Un debutto senza biglietto da visita

C’è un modo piuttosto semplice per capire se un debutto ha qualcosa da dire: vedere quanto spazio lascia al musicista per raccontarsi e quanto, invece, cerca di impressionare.

Waters Dance, primo album di Hristijan Risteski, non sembra avere particolare fretta di fare la seconda cosa. Il sassofonista e clarinettista macedone, oggi a Graz, mette in campo una formazione classica, la tradizione ritmica del proprio Paese e il jazz contemporaneo. Ma il punto non è sommare tre elementi e chiamarlo linguaggio personale.

Il punto è vedere se quei tre mondi riescono davvero a stare nella stessa musica.

Risteski arriva dal clarinetto e dagli studi classici in Macedonia. Poi il jazz, il sassofono, Graz e una scena musicale nella quale ha costruito il proprio percorso. Con lui ci sono Marko Churnchetz al pianoforte, Hrvoje Kralj al contrabbasso e Chris Smith alla batteria.

La cosa più interessante, però, non sta nell’elenco dei nomi. Sta nel tempo passato insieme prima del disco: nove-dieci mesi di concerti, tra club e festival, prima di entrare in studio. Il materiale definitivo è stato consegnato appena dieci giorni prima della registrazione.

Tradotto in termini musicali: il quartetto conosceva i propri musicisti, ma non aveva ancora addomesticato completamente la musica.

È una differenza che conta.

Waters Dance e il problema delle radici

Il rischio di un disco costruito attorno alle proprie radici è abbastanza evidente: trasformare la tradizione in una carta d’identità.

Risteski prova una strada diversa. I ritmi macedoni non sono semplicemente esibiti come marchio d’origine. Entrano nella scrittura, insieme alla formazione classica e a un pensiero jazzistico che guarda anche a linguaggi armonicamente più complessi.

Coming Home è forse uno degli esempi più limpidi. La memoria dell’infanzia, la natura e quel senso di meraviglia evocato dal compositore si traducono in una melodia di carattere folk, sostenuta da una sequenza di quattro accordi. Poi arrivano 7/8 e 11/8, due metri tradizionali macedoni che si alternano senza essere trattati come un esercizio di bravura.

Ed è qui che Waters Dance comincia a diventare interessante: la metrica dispari non è il protagonista. È il materiale con cui il protagonista costruisce la frase.

Anche High Away parte da una contrapposizione: certezza e incertezza, familiarità e spazio sconosciuto. Il 7/8 domina, con passaggi in 7/4, mentre linee rapide e intervallari convivono con melodie di carattere folk. L’idea minimale dell’inizio torna alla fine.

Una costruzione tutt’altro che casuale. Ma anche qui Risteski sembra più interessato alla tensione che alla dimostrazione tecnica.

Il quartetto prima del disco

È difficile parlare di Waters Dance senza soffermarsi sulla formazione. Non perché il quartetto sia una formula originale in sé. Sax, piano, basso e batteria sono una delle architetture fondamentali del jazz.

La differenza sta negli interpreti e, soprattutto, nel rapporto costruito fra loro.

Churnchetz viene scelto per sensibilità e istinto creativo. Kralj è un amico di lunga data e una presenza importante negli anni iniziali di Risteski a Graz. Smith porta un’energia personale e un’apertura che completano il gruppo.

Risteski non ha messo insieme quattro musicisti per registrare un disco. Ha cercato di costruire una band.

Poi ha fatto una cosa ancora più utile: ha lasciato che la musica incontrasse quei musicisti sul palco prima di fissarla.

La conseguenza, almeno nelle premesse del progetto, è un equilibrio abbastanza raro fra controllo e rischio. Le composizioni sono precise. L’interpretazione non dovrebbe esserlo altrettanto. O meglio: non nel senso della prevedibilità.

Risteski compone tutto il materiale e parte spesso da un ritmo, da un frammento melodico o da una forma armonica. Ma lascia agli altri componenti uno spazio reale per intervenire. È qui che l’interplay smette di essere una parola buona per qualsiasi quartetto jazz e diventa una necessità della scrittura.

La parte più interessante? Non è la complessità

Risteski conosce la complessità. Lo dimostra Lee Wise, dedicato a Lee Konitz e costruito anche guardando al pensiero armonico di Coltrane.

Più centri tonali, voice leading, linee intervallari ampie, densità armonica e una sensazione di quattro contro tre nella sezione B. Tutto molto jazzistico, certo. E anche piuttosto impegnativo.

Ma il dato importante è un altro: la complessità non sembra essere il fine del disco.

Immersed lo dimostra da un’altra angolazione. È una ballad sul flusso, sull’amore e sulla presenza nel momento. L’armonia attraversa diversi centri tonali, ma la melodia rimane al centro. Cresce direttamente dalla struttura armonica e accompagna anche la parte solistica.

Qui Risteski sembra ricordarsi di una regola che molti musicisti tecnicamente preparati dimenticano: avere molte cose da dire non significa necessariamente dirle tutte contemporaneamente.

Findings insiste sul rapporto fra semplicità e profondità. Contrappunto, intervalli ampi, aree armoniche differenti. Poi una chiusura più attiva, costruita su un ciclo di dominanti diminuite.

Sono materiali sofisticati. Ma il progetto acquista valore proprio quando riesce a non trasformarli in una dimostrazione accademica.

Dalla malinconia alla leggerezza

C’è poi un altro aspetto che merita attenzione: Risteski non sembra aver bisogno di mantenere un’unica temperatura emotiva.

Departure, la sua prima composizione, nasce come “sad ballad”. Poi cambia. Diventa più leggera, più speranzosa, pur mantenendo il tempo lento. La melodia mette in evidenza le tensioni degli accordi e gli strumenti si passano il solo senza spezzare il racconto.

È una piccola storia di composizione che dice qualcosa anche sul metodo dell’autore: un brano non è necessariamente condannato a rimanere uguale all’idea da cui è nato.

Lucky Flight porta ancora più lontano questa elasticità. Samba in 3/4 e materiale melodico riconducibile agli studi per clarinetto di Henry Lazarus convivono con un’armonia jazzistica. Il risultato dichiarato è leggero, ottimista, giocoso.

E poi c’è Summer, il brano più breve. Groove latino in ottavi, melodia diretta, vamp per il solo di sassofono e dissolvenza finale.

Non è un dettaglio secondario. In un album che contiene metri irregolari, centri tonali multipli e strutture armonicamente dense, la capacità di essere semplici diventa quasi una presa di posizione.

L’acqua come centro del disco

Il titolo non è decorativo.

Waters Dance, scritto a Vis e Ohrid, nasce dalla presenza dell’acqua e del paesaggio. Le melodie dal carattere folk vengono sviluppate attraverso idee ritmiche mutevoli, mentre un ostinato del basso tiene insieme il movimento.

È una delle immagini più efficaci dell’intero progetto: qualcosa si muove, ma qualcosa resta fermo.

Il basso ancora la composizione mentre il resto cambia. La musica procede verso un finale espansivo e assume quell’atmosfera quasi antica indicata dallo stesso Risteski.

Non occorre caricare ulteriormente il concetto. L’acqua, qui, funziona perché non viene spiegata: diventa un principio musicale.

Un disco costruito tra palco e studio

Waters Dance è stato registrato, mixato e masterizzato da Stefano Amerio all’ArteSuono Recording Studios di Cavalicco, in provincia di Udine. Tutte le composizioni sono di Risteski.

L’artwork è di Asma Kocjan, con fotografia interna di Daniel Joveski e cover design di Ljuben Trajanoski. La pubblicazione è prevista per ottobre 2026 in CD, LP e sulle principali piattaforme streaming.

Ma il vero elemento produttivo resta quello precedente alla registrazione: un gruppo già abituato a respirare insieme alle prese con musica ancora fresca.

È probabilmente la scelta che meglio definisce il disco. Risteski non ha cercato di sterilizzare il repertorio prima di portarlo in studio. Ha fatto l’opposto: ha lasciato che il palco ne modificasse la percezione e poi ha registrato il risultato mentre conservava ancora una quota di rischio.

Una voce da seguire, non da proclamare

Waters Dance non ha bisogno di essere presentato come la definitiva affermazione di un nuovo talento. Sarebbe una scorciatoia critica e, soprattutto, sarebbe prematura.

È un debutto. E come tale va ascoltato.

Ma è un debutto con una direzione abbastanza precisa. Risteski sa da dove viene e non sembra avere intenzione di trasformare quella provenienza in una gabbia.

La formazione classica entra nella scrittura. I ritmi macedoni diventano struttura. Il jazz offre armonia, improvvisazione e libertà. Il quartetto aggiunge il fattore umano.

I possibili limiti sono gli stessi che accompagnano la sua ambizione: quando la scrittura si fa molto densa, l’ascolto richiede maggiore attenzione. Non tutto punta all’immediatezza. Ma sarebbe difficile chiedere a un album costruito su questa varietà di essere sempre accomodante.

E forse è proprio questo il suo interesse.

Waters Dance non cerca una facile definizione. Cerca una voce. E, cosa ancora più importante, prova a capire che cosa farsene una volta trovata.

Per un primo disco, è una domanda molto più interessante di qualsiasi risposta definitiva.

Waters Dance – Hristijan Risteski
Waters Dance
Hristijan Risteski
👁 FIRST LISTEN
Label: Hristijan Risteski Music Year: 2026 Tracks: 9

Tracklist

1. High Away
2. Coming Home
3. Lucky Flight
4. Lee Wise
5. Immersed
6. Waters Dance
7. Findings
8. Departure
9. Summer

Formation

Hristijan Risteski — Saxophone & Clarinet
Marko Churnchetz — Piano
Hrvoje Kralj — Double Bass
Chris Smith — Drums

Liner Notes

Waters Dance
All music composed by Hristijan Risteski.
Recorded, mixed & mastered by Stefano Amerio.
ArteSuono Recording Studios – Cavalicco (Udine), Italy.
Cover Artwork: Asma Kocjan.
Inner Gatefold Photo: Daniel Joveski.
Cover Design: Ljuben Trajanoski.
Release: October 2026.

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