ROOMS recensione – Matteo Sedda costruisce un labirinto sonoro dove il jazz diventa spazio

ROOMS – Matteo Sedda

Etichetta discografica: Isulafactory

Data di uscita: 26 giugno 2026

Ci sono dischi che si ascoltano. Altri che si attraversano. La differenza non è soltanto poetica. È sostanziale. ROOMS, il nuovo lavoro di Matteo Sedda, appartiene alla seconda categoria. Non entra nelle cuffie con l’intenzione di conquistare. Preferisce insinuarsi lentamente, costruendo un ambiente più che una raccolta di composizioni.

È una scelta coraggiosa. Anche rischiosa.

Perché oggi, nell’epoca dell’ascolto veloce e delle playlist che divorano un brano dopo l’altro, decidere di chiedere attenzione rappresenta quasi un atto di ribellione.

Sedda, trombettista, compositore e sound designer formatosi tra jazz e musica elettronica, non arriva impreparato a questa sfida. La sua attività tra Italia e Francia, le collaborazioni con formazioni jazzistiche, sperimentali e orchestrali raccontano un musicista che ha sempre preferito percorrere le strade laterali piuttosto che quelle più battute.

E ROOMS è esattamente questo.

Una strada laterale.


La tromba smette di cantare e comincia a respirare

La prima cosa che colpisce è l’idea stessa del progetto.

La tromba non occupa il centro della scena nel modo tradizionale. Non cerca l’assolo destinato a strappare l’applauso. Non costruisce melodie da fischiettare tornando a casa.

Respira. Si espande. Si deforma. Diventa materia sonora.

È una scelta che racconta molto della personalità di Sedda.

La press release parla continuamente di “stanze”, di spazi da attraversare, di ambienti percettivi. E, sorprendentemente, non è una semplice costruzione letteraria. L’album restituisce davvero questa sensazione. Ogni brano apre una porta diversa. Cambia la luce. Cambia l’atmosfera. Cambia perfino il modo di percepire il silenzio.

Il jazz qui non coincide con lo swing o con la tradizione.

Coincide con la libertà.

L’elettronica, i droni, le texture ambientali e il trattamento digitale della tromba non sono accessori. Diventano parte della scrittura. È probabilmente il sound design il vero protagonista dell’intero lavoro.

Ed è difficile non riconoscere quanto questo sia realizzato con intelligenza e competenza.


Un disco che si ammira più di quanto si ami

Ed eccoci al punto.

Perché un recensore non dovrebbe limitarsi a descrivere quello che funziona. Dovrebbe anche raccontare ciò che prova durante l’ascolto.

E qui nasce una piccola distanza.

ROOMS è un disco che finisco per ammirare più di quanto riesca ad amare.

Non è una contraddizione.

È il riconoscimento di un progetto artisticamente serio che, proprio nella sua rigorosa coerenza, finisce talvolta per sacrificare qualcosa.

La melodia.

Il groove.

Quella scintilla che trasforma un brano in un ricordo.

Sedda costruisce paesaggi sonori di grande fascino. Ma, quando il disco termina, nella memoria rimangono soprattutto gli spazi attraversati. Molto meno i temi musicali.

Non è un limite tecnico.

Al contrario.

La registrazione è accurata, l’equilibrio sonoro notevole e ogni dettaglio sembra trovare la propria collocazione naturale.

Il punto è un altro.

L’architettura finisce spesso per prevalere sull’emozione.


Quando la sperimentazione diventa il vero linguaggio

Forse è anche una suggestione personale.

Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Miles Davis e, inevitabilmente, il pensiero torna alle sue ultime stagioni creative.

Durante alcuni passaggi di ROOMS mi è capitato di ripensare a Doo-Bop.

Non per ragioni stilistiche.

Sarebbe un paragone sbagliato.

Piuttosto per l’atteggiamento.

Come Davis in quella fase della sua carriera, anche Matteo Sedda sembra voler ridefinire il ruolo della tromba all’interno di un universo elettronico, rinunciando a ogni forma di rassicurazione.

È il rischio della sperimentazione.

Qualche volta porta a risultati sorprendenti.

Altre volte lascia volutamente aperte delle domande.

Ed è proprio qui che ROOMS trova il proprio senso.


Alcune stanze meritano una sosta più lunga

Tra le tracce dell’album, Threads of Matter rappresenta probabilmente la sintesi migliore dell’intero progetto. Le linee della tromba emergono e scompaiono come fili che cambiano continuamente consistenza, mentre l’elettronica costruisce un ambiente sonoro in costante trasformazione.

Rituals lavora invece sull’ipnosi. Non cerca l’effetto immediato, ma la lenta costruzione di una tensione interna che cresce attraverso minime variazioni timbriche.

Ephemeral è forse il momento più fragile dell’intero percorso. Qui il silenzio assume quasi la stessa importanza delle note, confermando quanto Sedda lavori sulla percezione dello spazio prima ancora che sulla scrittura melodica.

In apertura, Outside Field chiarisce immediatamente le regole del gioco. Chi cerca un jazz rassicurante probabilmente resterà spiazzato. Chi invece accetta di entrare in questo laboratorio sonoro troverà un lavoro coerente dall’inizio alla fine.

Anche la veste grafica segue la stessa filosofia essenziale del progetto, mentre la qualità della registrazione valorizza ogni sfumatura della tromba e delle elaborazioni elettroniche senza mai sacrificare la naturalezza dell’insieme.


La musica deve sempre lasciare una traccia

Viviamo un momento curioso.

Da una parte esistono dischi costruiti per piacere a tutti e che finiscono per assomigliarsi. Dall’altra ci sono lavori come ROOMS, che sembrano disinteressarsi completamente al consenso.

Personalmente continuo a preferire chi corre dei rischi.

Anche quando non tutto convince.

Perché il jazz, nella sua storia, è cresciuto proprio grazie a musicisti che hanno avuto il coraggio di mettere in discussione le proprie certezze.

Matteo Sedda appartiene a questa categoria.

Con ROOMS firma un’opera coerente, raffinata e profondamente pensata. Forse troppo concentrata sulla ricerca timbrica per lasciare emergere una melodia davvero memorabile. Ma proprio questa ostinazione nel seguire una visione personale rappresenta il suo pregio più grande.

Un disco che non pretende di piacere. Preferisce farsi interrogare.

E, in fondo, anche questo è uno dei modi più autentici con cui il jazz continua a guardare avanti.

ROOMS – Matteo Sedda
ROOMS
Matteo Sedda
● OUT NOW
◆ ESSENTIAL
Label: Isulafactory Year: 2026 Tracks: 7

Tracklist

1. Outside Field
2. Bioma
3. Rituals
4. Threads of Matter
5. Event Horizon
6. Ephemeral
7. From Behind

Liner Notes

ROOMS
Performed, composed and conceived by Matteo Sedda.
Un progetto che unisce tromba, elettronica ambient, improvvisazione e sound design.
Sette composizioni come altrettanti ambienti sonori da attraversare.
Jazz contemporaneo, ricerca timbrica e sperimentazione in costante equilibrio.

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JiF/MLF


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