Statue – Dylan Jones
Etichetta discografica: Banger Factory Studios
Data di uscita: 26 giugno 2026
Ci sono album d’esordio che servono a presentare un musicista e altri che, invece, ne definiscono immediatamente la visione artistica. Statue, primo lavoro da leader del trombettista e compositore londinese Dylan Jones, appartiene decisamente alla seconda categoria.
Da anni Jones è una presenza riconoscibile e rispettata nella fervida scena jazz britannica. Formatosi nell’ambiente creativo di Tomorrow’s Warriors, è parte di quella generazione di musicisti che sta contribuendo a trasformare profondamente il jazz del Regno Unito, accanto a figure come Ezra Collective, Nubya Garcia, Theon Cross e Moses Boyd. Un movimento che ha saputo abbattere le barriere tra jazz, musica contemporanea, culture urbane e nuove forme narrative.
Con Statue, pubblicato da Banger Factory Records, Jones raccoglie queste esperienze e le trasforma in una dichiarazione personale, costruita attraverso cinque ampie composizioni originali unite da interludi che conferiscono all’opera una forte coesione narrativa.
Statue e la costruzione di un racconto musicale
La caratteristica che emerge fin dai primi minuti è l’ambizione compositiva del progetto.
Le tracce non sono pensate come episodi isolati ma come capitoli di una storia più ampia. Gli interludi che collegano le composizioni principali creano continuità e trasformano l’ascolto in un’esperienza organica, quasi cinematografica.
L’elemento narrativo diventa parte integrante della scrittura musicale.
Jones dimostra una notevole capacità nel gestire tensione e rilascio, alternando momenti di grande intensità a passaggi più introspettivi senza perdere il filo del discorso.
Il suo linguaggio si muove lungo un asse che collega jazz contemporaneo, rock melodico e scrittura orchestrale. La tromba rimane il centro emotivo dell’album, ma non domina mai la scena in maniera esclusiva. Al contrario, dialoga costantemente con gli altri musicisti, favorendo una dimensione collettiva che rappresenta uno dei punti di forza del lavoro.
Jazz contemporaneo, energia rock e sensibilità cinematica
Uno degli aspetti più interessanti di Statue è la naturalezza con cui linguaggi diversi convivono all’interno dello stesso spazio sonoro.
Le chitarre di Daniel Kemshell introducono spesso una tensione rock che amplia la tavolozza espressiva del disco, mentre il pianoforte di Jay Verma contribuisce a definire le atmosfere con interventi ricchi di sfumature armoniche. La sezione ritmica formata da Hamish Nockles-Moore e Harry Ling alterna potenza e delicatezza, sostenendo le composizioni senza mai appesantirle.
Si percepisce inoltre una sensibilità cinematografica che attraversa l’intero album. Non si tratta di semplici suggestioni estetiche: la costruzione dei temi, la gestione delle dinamiche e la progressione emotiva dei brani sembrano spesso richiamare il linguaggio della colonna sonora contemporanea.
La melodia mantiene sempre un ruolo centrale, anche nei momenti più aperti all’improvvisazione.
I brani chiave dell’album
L’apertura di Gentle Light rappresenta una perfetta introduzione al mondo sonoro di Jones. Il brano cresce gradualmente fino a raggiungere una forte intensità emotiva, sostenuta da una costruzione dinamica estremamente efficace.
Se Gentle Light lavora sulla progressione, The Joker colpisce per la sua energia immediata. Le chitarre assumono un ruolo centrale e il dialogo tra tromba e pianoforte genera una continua sensazione di movimento. È uno dei momenti in cui la componente rock emerge con maggiore evidenza.
Molto diversa è l’atmosfera di Familiar Disturbance, costruita attorno a un senso di introspezione che trova espressione nelle linee della tromba e nelle tessiture del pianoforte. Qui Jones mostra il lato più diretto e vulnerabile della propria scrittura.
Con Plastic Petals il disco si apre invece a una dimensione più lirica. Gli archi arricchiscono l’arrangiamento e contribuiscono a creare un equilibrio affascinante tra immediatezza melodica e complessità emotiva.
La title track Statue rappresenta infine la sintesi dell’intero progetto. Attraverso continui cambi di atmosfera e una struttura articolata, il brano riunisce tutti gli elementi che definiscono il linguaggio dell’album: scrittura narrativa, ricerca timbrica, improvvisazione e tensione emotiva.
Produzione e identità sonora
La produzione valorizza pienamente l’ampiezza della visione compositiva di Jones.
Ogni strumento trova il proprio spazio all’interno del mix e la varietà degli arrangiamenti viene restituita con chiarezza e profondità. Le sezioni più intime convivono con quelle più dense senza perdere definizione, mentre l’inserimento di archi, elementi elettronici e chitarre elettriche amplia ulteriormente il respiro dell’opera.
Anche la scelta di collegare i brani attraverso interludi contribuisce a rafforzare l’identità del progetto, evidenziandone la natura concettuale e narrativa.
Una voce autorevole della nuova scena londinese
Il valore di Statue non risiede soltanto nella qualità delle singole composizioni, ma nella capacità di Dylan Jones di trasformare influenze diverse in un linguaggio personale e riconoscibile.
In un momento particolarmente fertile per il jazz britannico, Jones conferma di appartenere a quella generazione di artisti che sta ridefinendo il significato stesso del jazz contemporaneo. La sua musica dialoga con la tradizione senza esserne prigioniera e guarda all’esterno senza inseguire mode o contaminazioni superficiali.
Con Statue emerge un autore capace di coniugare ambizione compositiva, profondità emotiva e forte identità sonora. Un debutto che non si limita a presentare un nuovo leader, ma che contribuisce ad arricchire ulteriormente una delle scene jazzistiche più creative e influenti del panorama internazionale.
Tracklist
2. Lost In The Forest
3. The Joker
4. Familiar Disturbance
5. Plastic Petals
6. Statue
Liner Notes
Debut album as bandleader by London trumpeter and composer Dylan Jones.
Released by Banger Factory Records.
Contemporary jazz, rock influences and cinematic writing converge across six interconnected pieces.
A personal statement from one of the emerging voices of the new British jazz scene.
Personnel
Jay Verma – piano
Daniel Kemshell – guitar
Hamish Nockles-Moore – bass
Harry Ling – drums
Yahael Camara Onono – percussion
Scopri di più da Jazz in Family
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.




