Jazz in Family - Il luogo dove le varie anime del jazz si ritrovano in famiglia

Mario Ferraioli

Un intervista per conoscere Filippo Cosentino

Un intervista per conoscere Filippo Cosentino

Un intervista per conoscere Filippo Cosentino, chitarrista jazz, era un pallino che avevamo da un pò di tempo. Una casualità, poi, ci ha permesso, finalmente, di conoscerci e di approfondire la figura e la musica di questo musicista albese. 

Dopo un primo colloquio conoscitivo abbiamo steso, di comune accordo, un intervista che leggete subito di seguito. Un intervista che ci aiuta a tracciare il profilo di una persona pronta al dialogo ed estremamente socievole.

La front-cover di Andromeda, ultimo lavoro discografico di Filippo Cosentino - Clicca per ascoltare!

JIF: Per prima cosa iniziamo da dove sei cresciuto musicalmente. Come ti sei interessato alla musica e chi ha curato la tua crescita musicale?

FC: Mi è stata regalata una chitarra dai miei genitori quando avevo sette anni, e pochi mesi dopo ho iniziato a prendere lezioni: così tutto è iniziato. 

Nel mio percorso musicale sono state fondamentali vari fattori: ascoltare tanta musica popolare dei luoghi natii dei miei genitori – mio padre è siciliano e mia madre calabrese -, il nonno paterno che in casa cantava frammenti delle Arie di Verdi o mi parlava della Cavalleria rusticana di Mascagni. Contemporaneamente imparare la chitarra classica e lasciarmi affascinare dalle melodie argentine, spagnole, italiane. 

Da grande ho scelto di avvicinarmi alla musica moderna (blues, rock, funk), e anche se ascoltavo spesso una cassetta di Louis Armstrong, il jazz è arrivato dopo, intorno ai 26/27 anni. Associavo gli ascolti di Armstrong ai colori del blues, e l’interesse per il jazz è venuto relativamente tardi complice anche il fatto che il tempo a disposizione era limitato dal fatto che studiavo all’università (ho conseguito due lauree, una in organizzazione ed economia dello spettacolo e una specializzazione in filologia della musica), e in ambito musicale per mia fortuna iniziavano ad arrivare le prime collaborazioni importanti. Il mio primo disco jazz è del 2011.

JIF: Cosa ti ha fatto scegliere la chitarra ?

FC: In casa girava una chitarra classica, la usava mio papà per suonare le canzoni di Battisti, De Andrè. Il suono mi ha attratto in modo naturale

JIF: Su che tipi di chitarra ti eserciti e qual è la tua chitarra preferita?

FC: Nel mio quotidiano esercizio e studio alterno classica, acustica ed elettrica, a cui si aggiunge anche lo studio della chitarra baritona 

Ne ho varie preferite: la Joe Pass del 1981 regalo di mia moglie, la Stratocaster 50esimo anniversario, l’acustica Schertler costruita dal liutaio Pagelli e la BT03 baritona Larrivée

JIF: Hai delle persone che ti chiedono di insegnarli a suonare la chitarra. Quanto è importante l’insegnamento che gli offri e quanto i tuoi personali esercizi nell’evoluzione della tua musica?

FC: È importante – ed è una fortuna – incontrare tanti studenti con la voglia di imparare, dai 4/5 anni agli 80. La didattica è un momento di confronto costante; l’occasione per essere bravi insegnanti ci è data dagli studenti, a cui va il merito di essere persone curiose e con il desiderio di imparare. Mi ritengo fortunato ad aver costruito nel tempo una struttura – il Dragonfly Studio – diventato nel tempo centro di riferimento per chi vuole iniziare, approfondire o migliorare le conoscenze in campo musicale nella zona in cui vivo. Inoltre sono in preparazione i primi corsi online, che saranno disponibili dal 2020, per raggiungere studenti ed esaudire le richieste che arrivano da altri luoghi. 

JIF: Ho visto che su Spotify hai creato e condiviso diverse playlist con lo scopo di promuovere la bellezza dello strumento chitarra. Vuoi creare per noi una playlist di cinque brani che, a vario titolo e non solo con la chitarra o il jazz in primis, hanno segnato la tua vita artistica e personale? Se si, perché questi?

FC: Jimi Hendrix – Castle made of sand

Wes Montgomery – Four in six

De Lucia/McLaughlin/Di Meola – Mediterranean Sundance 

Ralph Towner – If

Joe Pass – Guitar Virtuoso (tutto l’album)

JIF: Il tuo ultimo disco è “Andromeda”. Un lavoro differente dagli altri ma anche con dei trait-d’union. Vuoi parlarci di esso? 

FC: In questo disco mi sono concentrato sulla composizione e sull’interazione delle parti che compongono i brani, sviluppando temi e armonizzandone le transizioni. In generale ho pensato a un disco sonorità latine, melodico e con qualche richiamo alla tradizione. 

JIF: Chi c’è con te in “Andromeda” è quanto ha collaborato nella composizione o nell’apporto tecnico definitivo dei brani?

FC: Le composizioni sono mie, scritte come le ascoltate nel disco. La tradizione di riferimento è quella jazz, in cui sta ai compositori creare spazi dove sono l’improvvisazione, il momento, l’interplay a fare la differenza. Per me la bontà di un lavoro sta in un corretto bilanciamento di queste componenti, senza dimenticare che la tradizione europea è legata alla musica classica e popolare, caratteristica questa che ben si amalgama con la tradizione jazz. 

Ekkehard Wölk, Johannes Fink e Andrea Marcelli sono stati molto bravi ad intendere il materiale che gli ho proposto per il disco; in studio si è creato un bel clima, condizione fondamentale per la buona riuscita delle registrazioni. Un ringraziamento a Nau Music Company per aver creduto in questo progetto che ci sta dando varie soddisfazioni e speriamo che altre ne arrivino. 

JIF: Come stai promuovendo il disco e quali altri progetti hai ora in corso?

FC:  La prima parte dell’Andromeda tour si è conclusa a novembre: in pochi mesi ha ottenuto otto sold out su tredici concerti. 

Il 2019 inizia con un nuovo tour in Germania, poi Italia, America e nuovamente Italia per un lungo tour estivo, infine Cina e già ci sono eventi in calendario per il 2020. Sul sito www.filippocosentino.com si trovano tutte le date in aggiornamento .

JIF: Durante i tuoi concerti dal vivo qual è il tuo rapporto con il pubblico? Preferisci suonare quello che tu ritieni giusto, quello che ti richiedono o “improvvisare” al momento per creare un feeling?

FC: Non credo ci sia una scaletta giusta o almeno non ho la presunzione di pensarlo. Con umiltà e allo stesso tempo con la sicurezza della propria storia, si propone il proprio materiale originale cercando di capire preventivamente che tipo di concerto si sta andando a fare. La frase “sto preparando un concerto” è realmente lo studio della scaletta per quel determinato luogo; i concerti non sono mai uguali fra loro. Il pubblico che mi segue lo percepisce e i commenti e messaggi di gradimento che ricevo mi rendono estremamente felice: mi piace moltissimo parlare con il pubblico durante e dopo il concerto e ascoltare cosa la mia musica comunica. Il massimo è quando incontro famiglie con bambini o ragazzini entusiasti di esser venuti al concerto, una bella emozione! 

JIF: Credi che i giovani si interessino al jazz? Come possiamo incentivarli all’ascolto?

FC: Mi sento di dire che serve più in generale educare al bello, all’ascolto attento e partecipato; dopodiché si può ascoltare jazz, blues, rock, Bach o  Verdi: l’importante è tornare ad avere un senso critico esteso. Infine credo che la musica sia fatta per dilettare, e quindi in senso stretto al jazz può giovare magari essere meno autoreferenziali nella scrittura. La musica storicamente è stata fatta per le persone che la ascoltano, credo sia questa la chiave di lettura generale.

JIF: Ognuno dei brani che hai composto nella tua storia discografica è certamente speciale. Uno su tutti a cui sei particolarmente legato e la sua storia?

FC: Ne ho tre: Spring mood contenuto nel mio primo disco LanesL’astronauta che è la title track dell’omonimo disco e Andromeda e Perseo contenuto nel disco Andromeda(NauRecords). In questi tre pezzi ci sono tutta la mia storia recente, i miei sentimenti, la mia vita attuale. Chi viene a concerti lo percepisce e ne diventa partecipe, perché in fondo è la storia di tutti noi: l’innamoramento, la nascita di un figlio, il legame fortissimo e intimo con la persona amata

JIF: Un aneddoto, un momento esilarante, avvenuto nel corso delle tue tante jam-session, registrazioni in studio, o master-class, di cui ricordi con particolare intensità? 

FC: Recentemente ho avuto il privilegio di accompagnare Luigi Viva durante alcune presentazioni del suo ultimo libro Falegname di parole – la vita e le canzoni di Fabrizio De Andrè. Uno degli appuntamenti è stato allestito in carcere, a Novara: mi ha estremamente colpito come il messaggio delle canzoni di De Andrè e la musica abbia avvicinato diverse persone cittadinanza del carcere a pensare e ripensare la propria condizione e come migliorarla ripensando probabilmente ai motivi della propria reclusione. Aver toccato con mano quale potere enorme ha la musica è stato incredibile. Sarò sempre grato a Luigi per questa esperienza 

JIF: La domanda che mai nessuno ti ha posto ma desideri ricevere? 

FC: Vorrei ringraziarti per l’intervista e la tua disponibilità

Ringraziamo Filippo per l’intervista e la disponibilità, ma lo ringraziamo anche per la sua attività di creatore musicale che condivide con tutti noi.

Potete acquistare la musica di Filippo Cosentino su tutti gli store digitali e nei migliori negozi di dischi.

Luigi Blasioli presenta il suo cd: Mestieri d’oltremare e favole di jazz

Luigi Blasioli presenta il suo cd: Mestieri d’oltremare e favole di jazz

Luigi Blasioli è un contrabbassista pescarese innamorato del suo strumento nonché grande studioso e di mentalità e vedute ampie. Non ci riferiamo solo ai titoli di studio ottenuti con sacrificio e passione ma al suo carattere che lo porta a scoprire sempre più ciò che lo circonda, nei minimi dettagli. 

Il Blasioli è una persona con la quale si può dialogare in maniera costruttiva ma che non sta a noi, o a questa rubrica, far conoscere per il suo carattere. Il lettore di Jazz in Family, normalmente, è interessato a conoscere e ad approfondire un disco, un prodotto discografico, di recente pubblicazione. Perciò focalizziamo la nostra attenzione è la nostra intervista sul nuovo disco di Luigi: Mestieri d’Oltremare e favole di jazz.

Mestieri d’oltremare e favole di jazz

D.: Partiamo con la nostra chiacchierata chiedendo a Luigi di spiegarci il titolo di questo disco. Esso sembra far riferimento, con la parola “d’oltremare”, agli abitanti e ai lavori dei paesi dell’est Europa o del Nord Africa, ma nello scorrere i titoli dei singoli brani pensiamo che il significato sia un altro. Puoi dirci come nasce il titolo del tuo nuovo album?

R.: Nasce dall’esperienza di vita che ho accumulato viaggiando e avendo a che fare con moltissima gente. Vedo e racconto le loro vite attraverso i loro mestieri che a differenza di una professione sono una vocazione e parte integrante della propria vita. Tutto come se fossero favole.

D.: Favole di fantasia, favole recitate con il linguaggio musicale del jazz. Favole di fantasia, favole che traggono spunto dalla realtà. Quanto c’è di fantasia e quanto di realtà in questo disco?

R.: Moltissima realtà recitata in chiave jazz, raccontata come delle favole.

D.: Ogni singolo brano è un capitolo di questo libro. Ci fai un sunto di questi capitoli?

R.: Mi rifaccio a quanto ho già scritto sull’uscita del disco: Da un insegnamento del passato ho sottolineato in questo mio disco contestuale di “favole” l’importanza del proprio mestiere inteso come arte di fare qualche cosa nella vita che ci permette di essere indipendenti e liberi. Il mestiere differentemente da un lavoro ci identifica. Ogni traccia racconta così:

1 – Metamorfosi
In ogni disco ho inserito un po’ di me come farebbe un pittore. Infatti questo brano riguarda la mia persona e come sono cambiato negli anni. Ero molto diverso da ragazzo, irrequieto, ribelle, anche un rissoso. Nel tempo sono diventato un’altra persona e la musica ha il suo perché in tutto questo. Ho avuto anche la fortuna di incontrare belle persone. E una mia caratteristica da sempre che ho volutamente ripetuto in tutti i miei dischi. Persone che mi hanno fatto riflettere dandomi spunti positivi. E’ stata una fortuna ed un valore aggiunto averle incontrate.
 
2 – Il musicante di Bologna (Primula rossa)
Il musicante di Bologna è un brano tutto per Marco Tamburini trombettista di alta qualità e di grande spessore umano. Lo conobbi per una collaborazione del precedente disco. Ci suonai assieme e diventammo amici non in modo convenzionale. La sera del concerto ad Avellino, dopo una sua battuta su di me, lo mandai all’altro paese. Da buon ex pugile prendo posizione ma, lui mi sorprese toccandomi dentro. Mi disse: “Mi piacciono le persone vere e tu sei molto più di questo!”. Non so cosa gli piacque ma diventammo veramente amici e credo che il mio precedente disco “Sensory Emotions” sia una se non l’ultima sua registrazione da vivente. Quell’estate dopo la sua scomparsa ero molto triste. Sarà perché di amici ne ho persi molti nella vita. Lo ricorderò sempre. “Primula rossa” era il nomignolo in forma simpatica che la sua manager gli diede in quanto sempre poco rintracciabile al telefono.
 
3 – Il navigante di  Skopje (Selimi)
Selimi è un nome di persona vero. Proveniente dalla Macedonia un giorno entrai in una caffetteria e questo ragazzo, non so perché forse aveva bisogno di sfogarsi, mi raccontò la sua vita da quando partì dal suo paese per venire in Italia. Mi capita spesso che le persone anche sconosciute si aprano con me. Non ho mai capito il perché di questo. Mi colpì questo ragazzo e decisi di scriverci un brano. Non l’ho più visto;
 
4 – Anime
È la storia vera di un amore. Le anime che si toccano. Io la notte la vivo veramente da tempo e ne ho viste di cose. Ho frequentato sempre tutti gli ambienti notturni. Per lavoro e per piacere disco, night, teatri, ristoranti, club di ogni sorta, pub sia all’estero che in Italia. In tutto questo trambusto che chiamiamo vita frenetica ci sono ancora anime che si toccano rimanendo segnate per sempre dall’amore nelle sue più svariate forme; 
 
5 – Il guardiano dei giardini di Ineo
Da sempre ormai, non ricordo più da quanto, soffro di sogni ricorrenti e spesso tenebrosi. Questo è uno di quelli che mi ha perseguitato per parecchi giorni. Mi ritrovo davanti ad un ingresso di un giardino stupendo recintato da un’alta siepe. Come ingresso c’è un portale che mi permette di intravedere questo luogo fantastico. Davanti al portale c’è questo essere ingombrante, enorme che fa di tutto per tenermi lontano e non farmi entrare. A un tratto come se mi staccassi da terra, in volo, vedo dall’alto la vera essenza di questo giardino che si rivela come un luogo oscuro popolato dal re di tutti i demoni (Lucifero). Ineo è un mio modo di averlo ribattezzato. Al guardiano che mi aiuta ho dedicato il brano in questione.
 
6 – Giulia tra i cumuli ad Accumoli
Tratto dalla tragedia di Amatrice sul giornale avevo letto delle due sorelline rimaste sotto le macerie. Una delle due deceduta per aver salvato l’altra. Ho giocato sul nome del comune limitrofo, ossia Accumoli, per inquadrare la scena drammatica di questa bimba.
 
7 – Ninna nanna per Olivia
Mia figlia, è nata ed io le rendo omaggio per sempre con un brano tutto suo. È la storia della vita che in qualche modo prende e si ripete facendo in modo che ci si riveda in piccoli atteggiamenti che avevi quando eri ragazzino e che lei espone inconsapevolmente.
 
8 – Il Cercatore di conchiglie
È un fermo immagine che ho inquadrato ascoltando il brano di Lucio Dalla intitolato “Anna Bellanna”. C’è una scena dove questa ragazza raccoglie le conchiglie ma avendo saputo che il fidanzato, tornato dal mare, l’ha tradita durante un suo viaggio, lo uccide e poi riprende a raccogliere pietre e conchiglie. Mi ha sempre colpito questa scena dipinta da Lucio Dalla che, tra crudeltà e passione, esprime l’amore. Il cercatore di conchiglie cerca l’amore. Il cercatore di conchiglie rispecchia tutta la gente che incontro e che si apre confermando il desiderio di voler trovare l’amore vero.
 
9 – Potti, Ciccio e Pepe
La storia di piccoli a quattro zampe. Ho dedicato questo brano a due cani ed un gatto. Ciccio è un gatto, gli altri due sono cani di razza Breton. Uno purtroppo deceduto poiché investito da un’auto di un tizio che pensava di essere sulla pista di Indianapolis.  Un po’ come la Walt Disney, ho immaginato una sorta di dialogo di questi tre amici a quattro zampe.
 
10 – I mestieri e le favole
Esplicito con la mia voce il contenuto del pensiero che ha dato vita al mio disco. Un marchio di fabbrica ormai che si ripete dal primo a questo mio quarto album.

D.: Alla fine della sintesi utile a presentare un libro, o un film, vi è sempre una frase, un commento ad effetto, che crea la suspance e il desiderio, nel pubblico di andare a vedere, di ascoltare in questo caso, l’Opera per intero. Cosa vuoi dirci per creare il desiderio di ascolto?

R.: Vi cito la frase riportata all’interno della copertina del disco scritta da me:

“Anime semplici che colorano la loro vita con quotidiani gesti. 

Afflitti da un complesso di parità … in realtà lasciano un segno al loro passaggio.

Dimenticano spesso che ciò che stanno facendo è ciò che sono e che li porta a presentarsi al mondo nella loro essenza.

I mestieri dell’uomo sono le favole che essi raccontano e le favole sono i loro mestieri.

Restano presenze forti ed imponenti … chi per molti … chi solo per qualcuno che li ricorderà …  sempre.

Alla fine del loro giorno rindosseranno le loro giacche e aggiustandosi il bavero torneranno a casa inconsci di aver scritto un’altra pagina del loro racconto di vita … della loro favola.

La vita è una raccolta di materiale.”

Luigi Blasioli

D.: Mestieri d’Oltremare favole di jazz è un album di brani originali ed inediti. Vuoi raccontarci il processo creativo e compositivo del disco?

R.: Si. È un processo fatto di attente riflessioni, di ricerca sonora, di atmosfere che devono trovare in qualche modo la capacità di spiegare i contenuti attraverso emozioni. C’è una grande organizzazione dietro, tante prove e tanta voglia di fare.

D.: Il disco trae ispirazione da un libro, ma le melodie e le ritmiche quanto sono frutto della cultura tradizionale jazzistica e quanto della tua sperimentazione/evoluzione creativa?

R.: Sono un miscuglio di tutto. Difficile spiegarlo così.

D.: Il processo creativo si concretizza e si realizza con l’apporto di un ensemble. Vuoi presentarceli ed aggiungere qualcosa su di loro e sul vostro grado di affiatamento?

R.: Nel disco siamo: io, autore di tutto e contrabbassista, Cristian Caprarese al piano, Giacomo Parone alla batteria, Pierpaolo Tolloso al sax soprano e tenore in “Il guardiano dei giardini di Ineo” e “Potti, Ciccio e Pepe” che accoglie anche la tromba del musicista statunitense Thomas Kirkpatrick. Però il disco principalmente è da trio. Parlo di Cristian e Giacomo.  Sono come fratelli per me.

D.: Parliamo anche di te. Sei anche un docente di musica, parlaci di questa altra esperienza che vivi quotidianamente…

R.: Sono due cose diverse, che dire. L’una è piena creatività, l’altra è la costante pazienza nel far amare una materia che a volte ha dei forti lati ostici. Bisogna aver pazienza.

D.: Con lo spirito costruttivo che ti caratterizza, cosa cambieresti nel sistema formativo nazionale a favore della musica?… e nel sistema di promozione musicale?

R.: Molte cose. Però, credo siano impossibile nominarle tutte in poco. Diciamo che darei più spazio ai musicisti che scrivono, come me , in modo da appassionare e incuriosire la gente alle nuove idee e nuovi messaggi.

D.: Ci hai detto della tua passione sportiva e che pratichi con continuità. Cosa ti senti di raccontare al pubblico?

R.: Io sono pugile, amo il pugilato, amo combattere, mi piace il mio lato animale. Mi alleno anche in modo animalesco, al freddo, sotto la pioggia, sotto la neve, quando scende il buio, praticando anche sacrifici alimentari con diete ferree e la bilancia sempre a portata di mano. Ho uno spirito che curo con la musica, la ricerca, la spiritualità ed un corpo che alleno come uno che deve fare una guerra in ogni momento. Sono fatto così. Diciamo che sono pacifico non pacifista.

D.: Un ultima cosa: la domanda che vorresti ricevere ma che mai nessuno ti ha fatto?

R.: Come ti senti? Come stai? Ma non come domanda retorica ma, come domanda sentita. Una domanda che a parte mio nonno e mia nonna ed un paio di volte fatta da mia madre non mi hanno mai fatto.

“Mestieri d’Oltremare e favole di jazz” è un disco prodotto dallo stesso Luigi Blasioli e da Gabriele Rampino per l’etichetta pugliese Dodicilune.

Potete acquistarlo nei migliori negozi di dischi e sui principali store digitali.   

Emanuele Coluccia ci parla del suo nuovo disco: Birthplace, e non solo!

Emanuele Coluccia ci parla del suo nuovo disco: Birthplace, e non solo!

Tra le nostre attività alla scoperta di nuovi dischi, abbiamo ascoltato Birthplace, il nuovo lavoro discografico di Emanuele Coluccia. La sua musica ci ha suscitato interesse ed abbiamo deciso di contattarlo per farcelo presentare.

A beneficio di chi ti conosce per la prima volta, ci fai una tua breve presentazione?

R.: Sono nato a Galatina, nel Salento, e ho vissuto lì fino a 18 anni. La mia formazione musicale è avvenuta in un contesto ambientale dove tutto è possibile e nulla è scontato, dove se vuoi qualcosa davvero lo devi dichiarare e poi perseguire, superando gli ostacoli della pigrizia e del pregiudizio, approfittando delle tracce di luce lasciate attorno a te dal tuo sogno. Sono quindi cresciuto in un mondo dove in una stessa persona convivono l’amico e il nemico, l’opposizione e il sostegno.

I miei interessi personali più intimi ed appassionati si sono orientati sin da piccolo in due direzioni, a volte corrispondenti, altre volte opposte: l’attività musicale e quella meditativa-interiore. Oggi posso finalmente godere dei risultati prodotti nella mia vita dalla consapevolezza che è possibile fare qualunque cosa, come per esempio suonare, restando con sé stessi in uno stato di ascolto e ricettività, prontezza e disponibilità. Spero di essere stato abbastanza breve!

La front-cover del primo disco
Birthplace è il tuo secondo disco in studio, ma tra i due è passato tanto tempo e c’è tanta differenza. Come commenti tutto ciò?

R.: Una delle manifestazioni peggiori della mia personalità, per molti anni, è stata la procrastinazione causata dalla pretesa di perfezione: finivo col non fare nulla perché mi raccontavo che nulla era mai abbastanza.

I due dischi hanno in comune una cosa: a sottrarmi dallo stato passivo in cui ero adagiato sono stati, entrambe le volte, delle persone che mi volevano bene e che amavano la mia musica, Luca Tarantino la prima volta (ricordo ancora quando è passato a prendermi da casa per farmi “una sorpresa” e mi ha condotto in una chiesa sconsacrata di un paesino del basso Salento, dove c’era un piano a coda, e ha montato lui stesso i microfoni con cui ha ripreso quella musica), Dario Congedo e Luca Alemanno la seconda volta, chiamandomi al telefono da Roma e dicendomi: “ora basta! portaci in studio e registra questi pezzi meravigliosi”.

In entrambi i casi, il contributo decisivo è giunto da Irene Scardìa che ha sempre creduto in me più di me stesso.

Dal punto di vista stilistico, i dischi differiscono in questo: il primo è un piano solo, il secondo mi vede collaborare con la sezione ritmica, il che mi permette di tenere la mano sinistra un po’ meno impegnata. Inoltre, nel primo disco ho improvvisato molto di più, intere tracce sono nate nel momento in cui le registravo.

Birthplace invece è uno studio, una selezione del materiale, orientata da quel che i temi suggeriscono, un lavoro più maturo certamente. Personalmente li amo entrambi! Entrambi mi hanno fatto specchiare nelle note, ed entrambi ti conducono in un mondo di possibilità.

Direi che il primo parla di una continua partenza, un continuo cercare la via d’uscita, la fuga, il viaggio, variopinto ed eccitante, seducente, meravigliosi paesaggi, con il continuo dolore prodotto dall’impossibilità di fuggire da sé stessi. Birthplace si concentra più sull’essenziale, cioè sul fare l’unico viaggio veramente importante per me: quello del ritorno a me stesso.

Il disco sembra una perfetta amalgama di stili ed influenze diversi. Noi ti citiamo alcuni brani ai quali ci darai un breve commento. Concluderai con una tua sintesi dell’intero album. Partiamo con Oceano….

R.: Oceano è nata durante la visione di un video8 degli anni sessanta che contiene scene dal matrimonio dei miei genitori.

La melodia di oceano è letteralmente nata mentre guardavo una di queste scene in cui si intravede il mare all’orizzonte. Le prime note di questo brano, nel mio immaginario, altro non sono che quella striscia azzurra d’acqua che sta tra cielo e terra e il suo bordo superiore dritto, infinito, come una pianura salentina, ma più liscio, perfezionato dalla gravità della terra. L’oceano è dolce e rilassante visto così, da lontano, poi da dentro le cose cambiano, puoi sentirti perso, smarrito, o addirittura in pericolo.

Il brano è una breve uscita in mare aperto, l’incontro con un po’ più di quel che ti aspettavi, un ritorno a casa un po’ più consapevole dei pericoli del “mare” della vita.

Eagle’s wish parte come un brano di piano solo per buona parte della durata, poi cosa avviene?

R.: Il tema di questo brano, come quasi tutti i temi di Birthplace, nasce cantando. Mi sono svegliato di notte dopo un sogno e ho cantato le note del tema registrandomi con lo smartphone.

La mattina poi mi sono dedicato ad armonizzarlo, cercando accordi che lasciassero a quel tema lo spazio che desideravo ma conservando una certa profondità. E’ un tema lungo, lento, che si sviluppa in un ampio raggio, come il volo di un’aquila. L’ingresso della sezione ritmica rivela in pieno la mia giovanile passione per il meraviglioso lavoro del Pat Metheny Group. Nel progetto iniziale il brano doveva essere accompagnato da un’intera orchestra, poi le circostanze hanno reso questa idea un ulteriore motivo di procrastinazione e mi sono risolto a suonarlo così.

Cominciare da solo e poi rifare il tutto con la seziona ritmica è uno stratagemma di accumulo che va nella direzione del suono orchestrale, un segno postumo dell’idea originale che produce un effetto simile a quello di un’aquila che vola per un po’ ad altezza del terreno per poi ritrovarsi in pieno cielo, nell’immediato superamento del ciglio di un canyon.

C’è un brano con un titolo impronunciabile: Oxtlapaltekatl. Cosa significa  e cosa vuoi esprimere con esso?

R.: Ero in Messico nel 2004. A seguito di circostanze eccezionali che sarebbero troppo lunghe da raccontare, mi ritrovai a partecipare ad una danza molto particolare con un gruppo di praticanti di questo rito precolombiano che chiamavano, se non ricordo male, danza del guerriero o danza dell’aquila. Il mio spagnolo era pessimo e non comprendevo tutto ciò che mi veniva detto.

Comunque, prima della danza lunga ed estenuante cui presi parte, il maestro del gruppo si avvicinava a ciascuno dei partecipanti con un incensiere rudimentale da cui proveniva un fumo denso, e passava alcuni secondi di fronte ad ogni persona, lasciando che il fumo ne inondasse il volto, e fissando la persona con una strana occhiata le attribuiva, dopo alcuni secondi, un “nome”; si tratta di una modalità di ammissione a riti sacri che avevo osservato anche in altri gruppi indigeni.

Il nome che attribuì a me era appunto OxTlapalTekatl, del quale chiesi una traduzione. Mi rispose, con esitazione: “Oxtlapaltekatl.. colui che cammina per cammini di colore.. speriamo che incontri un cammino che ti piace”. E’ una parola della lingua Nahuatl, composta da tre parole: Ox, o Oj: colui, egli, lui. Tlapalli: colore (in Messico, ancora oggi, il negozio di colori, vernici e ferramente si chiama “tlapaleria”). Tekatl, che a detta del maestro significa Cammino. Non sono certo della traslitterazione.

Con Lejos, crediamo, che tu voglia esprimere anche un velato senso di influenza, nelle tue radici musicali, di un leggendario brano rock in apertura (Wish you where here dei Pink Floyd) mentre sul finale, con le note suonate dal pianoforte, abbiamo l’impressione di sentire, appunto, il finale di What a wonderful world,  di Armstrong. Ci sbagliamo?

R.: Il brano dei Pink Floyd mi ha emozionato ed influenzato senza ombra di dubbio, ma devo ammettere che solo ora che me lo dici me ne sto rendendo conto! Lo stesso dicasi per le note finali che riportano al brano di Armstrong.

Direi che in questa rivelazione leggo alcuni aspetti interessanti di come in noi si creino delle emozioni per associazione diretta di impressioni e memorie, soprattutto se tieni conto del fatto che le due emozioni che associo al brano sono esattamente queste: la nostalgia (“I wish you were here” è una frase nostalgica) e meraviglia. Il brano parla di lontananza da casa e allo stesso tempo di meraviglia profonda per ciò che si sta vivendo.

 

Bright Red un jazz-samba e Azzurro, uno standard della musica popolare italiana. Cosa ci dici di questi due brani?

R.: La sezione A di Bright Red è nata cantando, chitarra alla mano. E’ una melodia semplice in un tempo 6/8 che si incastra con una clave in 5 grazie ad un’intuizione di Dario e Luca. Alle prove avevo portato il brano solo come “riscaldamento”, ma suonarlo con loro era troppo divertente per non registrarlo. Di fatto poi si è rivelata una delle take più belle di tutta la session e si è guadagnata un posto in playlist!

Azzurro è un brano che vive in me come un eterno monumento vivente ad una emozione specifica di quegli anni. Sembrava che tutto andasse per il meglio e che nulla potesse mai andar male. Eravamo sempre pronti a dimenticare i nostri problemi con una risata e a tornare in piedi dopo una caduta facendo riferimento alla gioia di vivere, alla speranza. Certamente eravamo degli illusi, le cose non andavano affatto bene, e tutto questo era in ultima analisi una forma di cecità. Eppure, nonostante tutto, nonostante tutti questi anni, nonostante la violenza e l’ignoranza abbiano assunto oggi proporzioni tremende nella mondo, nonostante la cecità sia ancora lì, e per di più senza la folle allegria di un tempo, nonostante tutto questo, la melodia di Azzurro si è fatta strada in me, si è rivestita di nuvole blu scuro, di tramonti indaco e di profonda gioia di essere qui ed ora, ed è diventata in me una preghiera, un desiderio profondo di risorgere, di ricordare che siamo stati capaci di tirarci su e provare ad essere migliori quando forse non ne valeva la pena, e di sottolineare che ora, forse, è davvero il momento di tirarsi su dalla condizione di bruta malvagità in cui il sonno ci sta gettando e di risorgere a quanto di meglio abbiamo dentro.

Dobbiamo tornare a parlarci con il cuore, non se ne può più di fuggire al nostro ruolo su questo pianeta.

Il brano a cui sei più legato o di cui vuoi semplicemente aggiungere qualcosa?

R.: Vorrei parlare di Alba. E’ un caso raro di brano la cui composizione è avvenuta per il 99% nel subconscio, e che mi si è poi letteralmente rivelato per intero durante una improvvisazione, producendo in me, simultaneamente, il ricordo perfetto della sequenza melodica e armonica, e l’emozione di innamorarmi di quel che suonavo, sapendo che stavo scrivendo in quel momento uno dei miei brani preferiti in assoluto.

Ho avuto momenti di puro godimento e forti emozioni le decine di volte in cui ho suonato quel brano a me stesso, dicendo e ridicendo più e più volte a me stesso, con la musica, quanto sia buono, bello, vero ed utile essere vivi, qui ed ora.

Nel complesso, una forte influenza classica (jazz classico). Un commento su tutto l’album?

R.: La coesistenza di struttura e improvvisazione, la collaborazione tra mano destra e mano sinistra, l’armonia che nasce dalla flessibilità unita all’orientamento, tutto questo diventa un fatto nel jazz. Diceva qualcuno, di cui mi sfugge il nome: il jazz è uno spirito libero che dice “io posso”. La trovo una definizione felice di come ci si può sentire quando i due emisferi del nostro cervello lavorano insieme. Birthplace mi ha insegnato e continua ad insegnarmi tanto. E’ un modo fantastico questo per imparare: fare, ora, il proprio meglio e poi continuare ad ascoltarne l’eco, restare lì a viverne le conseguenze, pronti ed aperti a riceverne una lezione.

Con chi hai realizzato questo magnifico lavoro discografico e quale è stato il loro apporto professionale e personale?

R.: Dario Congedo e Luca Alemanno sono i primi ad apparire; il loro entusiasmo e la loro capacità tecnica sono un chiaro esempio di coesistenza, di collaborazione tra gli emisferi!

Stefano Manca e Valerio Daniele: se il musicista è un uomo, i fonici sono, o dovrebbero essere, i suoi angeli, e certamente loro lo sono!

Benedetta Longo, disegnatrice: il dialogo con lei è stato ed è tutt’ora fondamentale per il mio benessere. Questa musica ha letteralmente vissuto più di una vita grazie ai suoi disegni, che sono parte integrante del CD fisico.

Irene Scardìa e tutta la Workin Family: sono persone che si innamorano di quel che fanno e fanno ciò di cui si innamorano, una fortuna per chi li incontra.

Luca Alemanno
Dario Congedo
Sulla front -cover del disco c’è una grafica con un segno che sembra mutuato da una lingua dell’estremo oriente (cinese, giapponese…) raccontaci come è nata e se significa qualcosa?

R.: L’idea di utilizzare l’Aleph in copertina è stata di Benedetta, idea che ha trovato immediata risonanza ed accoglienza da parte mia e di Enrico Rollo, il quale ha contribuito in maniera determinante al progetto grafico.

Sui significati attribuiti alla prima lettera dell’alfabeto ebraico lascio la parola all’onnipresente Google, che vi assicuro essere più che esaustivo.

Di tutti i significati, certamente quello più importante per noi è quello che connette questa lettera simbolicamente all’idea di origine, ma anche l’idea di sentiero tra cielo e terra, sentiero diagonale capace di unire queste due parti di noi stessi.

Guardiamo al futuro! Birthplace è un disco fine a se stesso, ma che aprirà ad altre esperienze e sperimentazioni,  o è un capitolo di una storia appena iniziata?

R.: Non so dire bene cosa sarà dell’industria dei CD. Ormai sono in pochi a comprare l’oggetto. Credo che fra non molto non se ne sentirà più l’esigenza. Del resto, non credo sia questo l’aspetto centrale della questione.

Birthplace è decisamente un inizio, perché in questo primo periodo di tour mi sono già accorto di cosa sta facendo la differenza: è il live la cosa che conta di più. Il concerto live è contatto, possibilità, influenza, relazione. Molti aspetti dell’industria musicale stanno cambiando definitivamente ed in maniera radicale, e non ho al momento una posizione chiara in merito poiché sono un novellino in questo campo.

Molti aspetti della vita di ogni giorno stanno cambiando in maniera radicale e molto più profondamente di quanto noi ci si accorga della cosa. La relazione, per quanto più rara ed inconsapevole, è la chiave del futuro, il momento di svolta della giornata, della stagione, della vita, del mondo. Se ci salveremo sarà grazie alla relazione, e il concerto è una relazione orientata. Bisogna farne tanti, e andare a viverli. Bisogna che ci diciamo bene dove stiamo andando!

Emanuele Coluccia
La domanda che mai nessuno ti ha fatto ma che avresti voluto che ti facessero?

R.: Non ci crederai, me l’hanno fatta da piccolo, ed era: cosa vuoi fare da grande? Purtroppo, dopo un po’ di tempo, evidentemente spaventati dalle mie risposte, le stesse persone che me l’hanno fatta si son sentite obbligate a darmi anche le risposte, ed è stato l’inizio della fine!.. Oggi ho recuperato la domanda, che è diventata: ora che sono grande, cosa voglio davvero?

Forse ho divagato, magari per domanda intendevi qualcosa di più correlato alla musica.. Vedi il punto è questo, la musica non è separata dalla vita, non può esserlo. La musica vive della vita. Keith Jarrett disse chiaramente in una intervista: “Le persone credono che la musica venga dalla musica, ma non è così. La musica non può venire dalla musica, la musica viene dalla vita”. Concordo completamente con questa narrazione. Sono un amante della musica in sé, adoro il suono e le sue forme, sono sedotto dalle mille forme di questa arte ed oggi abbiamo tanto di cui godere in questo senso.

Il mio obiettivo non è questo. Questo è il mezzo. L’obiettivo è risorgere dalla condizione di paura e stress in cui l’umanità rischia di sprofondare, e tornare a vivere, tornare a parlarci con il cuore.

Il MIO obiettivo è tornare a me stesso, tornare a stare col mio cuore, con la mia intelligenza più profonda e capace, per riuscire a stare con te per davvero, qui ed ora.

La conclusione di questa nostra chiacchierata ci lascia soddisfatti per le curiosità iniziali che avevamo ma ci spalanca la porta per una nuova amicizia e, sopratutto, alla profondità di Coluccia. Oltre la musica, bella, un incontro di cultura e spiritualità forte.

La musica di Emanuele Coluccia potete acquistarla nei migliori negozi di dischi e sulle più importanti piattaforme di streaming. 

 

Intervista a Filippo Bubbico e presentazione di Sun Village

Intervista a Filippo Bubbico e presentazione di Sun Village

Nei giorni scorsi ho avuto modo di conoscere, seppur solo telefonicamente, un giovane musicista e compositore pugliese. L’occasione scaturiva in seguito alla pubblicazione del suo disco d’esordio: Sun Village. Sun Village è prodotto da una casa discografica, la Workin’Label, prevalentemente specializzata nella produzione jazzistica. Ma, attenzione, Sun Village è un disco che di jazz, in senso classico, ha ben poco, se non niente. Per questa occasione sfrutto la licenza del klaim di introdurre… in family… una delle sue tante anime.  

Volevo concordare con questo giovane musicista un intervista è, man mano che parlavamo, mi son fatto una certa idea su di lui, anche come persona. Lui è un giovane di 25 anni e si chiama Filippo Bubbico. 

Il Filippo Bubbico, che presentiamo in questa intervista è meno noto, secondo Google, rispetto ad un suo omonimo politico. Noi pensiamo che Google si stia sbagliando e, dunque, chi è questo Filippo Bubbico?

“Sono un essere vivente al quale piace tanto la musica, gli amici, il mare, i viaggi, le avventure! Nella vita faccio il musicista e producer”.

Con la prima domanda ricevo una risposta semplice, come quella di una persona tra tante.

Sei al tuo esordio discografico. Il  titolo dell’album è Sun Village, da dove nasce?

“Sun Village nasce dall’omonimo villaggio (Villaggio del Sole) situato nella campagna di Lecce a 5km dalla città e 4km dal mare dove è situata casa mia e dove tutta la musica che ho scritto (o comunque gran parte) nasce”.

Mi viene subito da porre una domanda provocatoria: l’idea di intitolare al proprio luogo d’origine e di residenza ad una musica così diversa, forte e al contempo innovativa, può nascondere un desiderio di evasione.

Un forte legame con le tue origini, il tuo territorio, ma una forte spinta in avanti nelle tue composizioni musicali. Sembrerebbe esserci un contrasto, una sorta di amore/odio…?

“Assolutamente solo amore; Sono cresciuto a Lecce e subito dopo il liceo ho vissuto 2 anni a Milano e 4 a Bologna: sono stati anni di grande formazione che, una volta rientrato a Lecce, mi hanno dato tanto per la realizzazione di questo disco e non solo”.

Il tuo disco ci fa ascoltare delle sonorità prevalentemente basate sull’elettronica e sulla sperimentazione d’avanguardia. Un groove molto potente intriso di atmosfere oniriche. Parlaci un po’ di Sun Village e fino a che punto possiamo dire che esso sia un disco jazz?

“Sun Village cerca sicuramente un contrasto tra la trasparenza della musica elettronica, i suoi potenti kick in 4/4 di base e la ricerca armonica e di incastri ritmici di quello che lontanamente può essere definito mondo del jazz. Tutto quello che di jazz vedo nel mio primo disco non è nient’altro che il modo di porsi alla musica: cercare soluzioni originali e mai adoperate prima di quel momento, operare con l’intento di cercare continuamente cose nuove”.

Gli undici brani del disco sono tue composizioni originali, ma dal punto di vista dei testi essi, in buona parte, sono opera di tua sorella, Carolina, una brava vocalist, ma non solo, presente in quasi tutti i brani e con un suo personale disco all’attivo. Buona parte sono in lingua inglese e qualcuno in italiano. Cosa ci dicono?

“I testi sono stati scritti da Carolina Bubbico, Vincenzo Destradis ed io; posso certamente descriverti l’approccio al mio processo compositivo del testo che riguarda molto il connubio tra impatto emotivo del paesaggio sonoro ed impatto emotivo della scelta dei vocaboli nel voler esprimere qualcosa in una frase. Il mio obiettivo è quello di evocare un sentimento all’interno di chi ascolta, me in primis!”

Qual è il brano che in assoluto ti rappresenta meglio, è perché?

“Non riesco a rispondere a questa domanda in quanto tutti i brani del disco mi rappresentano largamente; ogni brano rappresenta un periodo degli ultimi due anni della mia vita: un pezzo magari riguarda un mese, un altro riguarda un giorno in particolare, ma a loro modo tutte le canzoni parlano della mia visione della vita, o comunque di una visione della vita (io sono finito in mezzo a tutta questa storia)”.

Noi siamo quello che siamo grazie alle esperienze vissute e alle cose e alle persone che hanno fatto un pezzo di strada con noi. Così anche la tua musica è frutto di questi incontri. Chi è cosa ha plasmato le tue melodie, i tuoi ritmi? Quale musica e quali compositori ascoltavi prima di incidere Sun Village?

“Certamente non posso che citare Louis Cole e Russell Ferrante come grandi influenti della mia musica, ma anche i Verdena e Bjork hanno dato un grosso contributo insieme a tantissimi altri”.

Vuoi parlarci di quanti hanno collaborato alla realizzazione di questo disco? Oltre i ruoli ufficiali chi ti ha aiutato maggiormente e come?

“Nel disco troverete 9 musicisti, dal mio punto di vista, fuori dal comune e straordinariamente eccellenti. Ognuno di loro per me è importante ed ho avuto la fortuna di condividere con loro un pezzo della mia vita al di fuori della musica: questo ha fatto sì che le cose potessero andare nel migliore dei modi nella realizzazione di un lavoro musicale”

Ho letto che, forse a differenza di molti altri, Sun Village è partito con un tour prima della sua pubblicazione ufficiale. Quali saranno i prossimi passaggi promozionali, oltre ai live che hai già in calendario?

R.: Essendo il mio primo disco mi sono permesso di suonare questi brani durante quest’estate ma il vero tour è iniziato il 20 Settembre con la presentazione ufficiale del disco e prosegue da Ottobre in poi!

Come e dove vedere queste date e come e dove ascoltare ed acquistare “Sun Village”?

R.: Potete trovare tutte le date sulle varie pagine social in particolare sulla pagina di Facebook e sul sito http://www.workinproduzioni.it dove potrete inoltre acquistare una copia fisica del disco; alternativamente potete acquistare una copia digitale di Sun Village su tutti i canali di distribuzione digitali: Bandcamp, Spotify, Itunes, Deezer etc. etc.

Nel tirare le somme di questo nostro “incontro” con Filippo, ritengo di aver conosciuto un giovane educato ed equilibrato, come persona. Sicuramente il frutto di una famiglia sana dove la musica è un tratto caratteristico. La madre di Filippo è una musicista e donna intraprendente, mentre il papà è colui che più di tutti ha trasmesso la conoscenza del jazz a Filippo. Ho ascoltato un musicista dalle idee chiare, fresche ed in grado di far sintesi sulle musiche che lo hanno influenzato. Insomma, il giovane promette bene!  

FULL BAND LINE UP:

Filippo Bubbico – tastiera, batteria, voce
Carolina Bubbico – voce
Emanuele Coluccia – sax
Giacomo Ferrigato – chitarra
Claudio Filippini – pianoforte, tastiera
Federico Pecoraro – basso
Dario Congedo – batteria

Intervista a Mauro Carboni del Natìa Quartet

Intervista a Mauro Carboni del Natìa Quartet

Abbiamo raggiunto telefonicamente Mauro Carboni, il sassofonista e flautista del Natìa Quartet.

L’articolo, qui di seguito, è una sintesi della nostra telefonata, che raccoglie ed esprime il pensiero, del musicista altoatesino, sullo stato dell’arte del jazz e della sua emozionante formazione.

D.: Mauro, come è nato il vostro quartetto?

R.: E’ nato dall’humus musicale jazz umbro, fatto di persone, musicisti, band, che partecipano a concerti, progetti e jam, e che in questo modo si incontrano e vivono molte opportunità di scambio e collaborazione. In particolare ho incontrato Max (Massimo) Pucciarini (pianista) ad una jam (inverno 2015) e mi ha colpito il suo modo di suonare e la sua notevole esperienza come improvvisatore e accompagnatore. Abbiamo presto cominciato a lavorare in Duo con una repertorio che rielaborava in forma jazz molte canzoni d’autore italiane, oltre a lavorare su standard americani come di consueto. Il sound era accattivante e gli arrangiamenti adatti a situazioni di intrattenimento come jazz-brunch e aperi-jazz, ecc.

Fino a quando non ho scritto l’arrangiamento di Guarda che Luna (che è nel CD) , un brano che ci ha fatto scoprire le potenzialità creative jazz del progetto che poi è diventato I Colori dell’Anima. Siamo diventati consapevoli di poter fare artisticamente di più.

A quel punto Max (2016) ha deciso chi dovevano essere gli altri componenti, prima Luca Grassi al contrabbasso (con cui avevo già collaborato in altre formazioni) e poi  Mauro Giorgeschi alla batteria (anche con lui avevamo avuto alcune precedenti collaborazioni).

Abbiamo cominciato a provare ed organizzare i nuovi arrangiamenti che avevo preparato e, dopo la preparazione di alcune demo (nello studio del nostro fonico di fiducia Gabriele Dolfi) e quindi di una serie di concerti nell’estate 2017, siamo approdati alla realizzazione dell’album I Colori dell’Anima a fine novembre del 2017 (prodotto da Mauro Giorgeschi, anche con il supporto di alcuni sponsor da lui trovati).

Il Natìa Quartet

D.: Siete tutti umbri, terra nota per importanti festival jazzistici.  Ma quanto importante per i musicisti residenti di jazz? 

R.: Per ¾ la band è umbra, io sono un altoatesino (Bolzano-Bozen) che vive in Umbria da 22 anni e che ha sposato una danzatrice e danzaterapeuta di Perugia.

In effetti l’ambiente musicale umbro è un crogiuolo di artisti ed idee, nel jazz come nel blues e nel pop-rock. Una realtà che non viene però valorizzata come dovrebbe dai vari Top Manager del Jazz di alto livello, che infatti preferiscono il business e gli artisti stranieri.

Esiste però una rete di piccoli locali e di gestori che mantengono viva questa incredibile realtà musicale. Infatti, a Perugia e dintorni è possibile assistere (e partecipare) a musica live di ottimo livello quasi tutti i giorni.

D.: Il primo punto fermo nella vostra attività d’ensemble è il disco  “I Colori dell’Anima”.  Il disco è certamente il frutto di un lavoro, particolare, di ogni componente, che va al di là del contributo tecnico musicale. Qual è stato il ruolo di ognuno di voi?

R.: E’ vero, il progetto e l’album è il frutto di un lavoro collettivo e organizzato. Io sono il “creativo”, quello che scrive gli arrangiamenti e porta le nuove idee alla band, tutti poi collaborano alla realizzazione definitiva di ciascun brano. Max Pucciarini, in particolare, svolge un importante ruolo di supervisore stilistico. Luca Grassi e Mauro Giorgeschi lavorano in tandem nella costruzione del tessuto ritmico. Giorgeschi infine svolge anche funzioni di Manager (attività che ha anche svolto professionalmente a più riprese nel corso della sua carriera).

D.: Invece, sotto l’aspetto più tecnico, più musicale?

R.: In senso musicale tutti sono partecipi e pienamente coinvolti nella realizzazione dei vari brani e del groove di ognuno di essi. Non a caso siamo tutti musicisti con una lunga esperienza professionale in ambito jazz e blues (ma anche pop e rock). A volte gli arrangiamenti che scrivo vengono appena ritoccati, altre volte vengono completamente trasformati dalle varie proposte. Io stesso mi trovo a ripensare e a riscrivere un brano proprio sulla base delle proposte degli altri.

D.: La tracklist è composta da 9 brani strumentali del repertorio nazional-popolare. Il vostro è un lavoro di riproposizione sotto forma di cover o di trasformazione in standard? Vogliamo chiarire, semplicemente, la differenza tra cover e standard?

R.: Le cover sono, nel migliore dei casi, una riproposizione quasi filologica di un brano musicale (solitamente pop e rock), altrimenti sono rifacimenti di scarsa qualità e di poca o nessuna creatività.

Una rielaborazione e arrangiamento, come quelli che si fanno in ambito jazz, solitamente ricontestualizzano, in senso armonico e ritmico (swing), il brano originale. Nei migliori casi (Paolo Fresu, Danilo Rea, Enrico Rava, …e anch’io con il NATia Quartet), il materiale musicale è lo spunto per una completa riscrittura e un profondo lavoro di scavo in senso improvvisativo, fino ad arrivare ad un prodotto sonoro e stilistico completamente diverso e quindi …originale!

I nostri nove brani sono esattamente il frutto di questo lavoro.

D.: Il titolo del disco, invece, fa facilmente intuire la volontà di toccare le corde delle emozioni. Cosa volete esprimere e quali emozioni suscitare nell’ascoltatore?

R.: Sarò sintetico, da una parte l’affetto e l’intimità suscitata dal piacere della memoria che recupera i vissuti personali in rapporto ai vari brani e dall’altra lo stupore del cambiamento e della novità che suscita curiosità, interesse e partecipazione. Nei fatti ogni brano lavora su una tavolozza di colori sonori e di emozioni diverse, …ascoltare per credere.

D.: Una traccia su tutte che, per te – o, meglio ancora, per tutto il gruppo, si riveste di una significativa importanza: quale e perché?

R.: Come ti ho già detto, Guarda che Luna è il brano che ci ha aperto la via.  Attualmente credo che L’Immensità sia il brano rappresentativo della band, proprio perché costituisce un viaggio vero e proprio nel materiale musicale completamente rinnovato, e soprattutto nella nostra personale ricerca espressiva. Non a caso è un brano di ampio respiro che dura circa 8 minuti.

D.: La buona riuscita di un lavoro discografico è data, principalmente, dalla musica scritta e interpretata dagli artisti, ma dietro di loro ci sono tante altre professionalità. Vuoi parlarci del resto del vostro team?

R.: Certamente da soli si fa poca strada. Innanzitutto Gabriele Dolfi (di Sansepolcro) è diventato il “quinto elemento” della band. Gabriele è il fonico che ci accompagna sempre, sia in studio che nei live. Con il suo lavoro ci mette nelle condizioni di esprimere al meglio le nostre idee e in molti caso ci ha portato a ripensare il sound dei brani.

Poi c’è Tiziano Minciotti (di Città di Castello -fotografo e video maker) e Vinicio Drappo (di Perugia – fotografo professionista). Grazie a loro il nostro progetto sonoro ha preso forma in termini di immagini.

D.: Come vi state muovendo nella promozione del disco?

R.: La nostra azione si svolge su tre livelli promozionali:

      1. regionale e territoriale locale,

       2. nazionale e internazionale,

       3. via web, tramite i vari social media.

D.: Attività nell’immediato e obiettivi futuri?

R.: Intensificare l’attività concertistica a tutti i livelli, portare l’album e il progetto musicale sulle piattaforme online (Spotify, Amazon, ecc.) e quindi avere una più ampia visibilità internazionale, infine arrivare a rientrare in studio per registrare il successivo album e progetto (già in cantiere!). 

Noi abbiamo avuto il privilegio di ascoltarlo è ci sentiamo di consigliarlo!  Il nostro sistema di notifiche vi avviserà appena il disco sarà disponibile sulle piattaforme on-line, basta semplicemente accettare la loro ricezione. Per i più impazienti, il disco è disponibile nei migliori store fisici ma se riscontrate difficoltà nel trovarlo vi basterà contattare noi di Jazz in Family.

Tracklist

Black Tammuriata (Tammuriata Nera)

L’immensità

Amara terra mia

Pietre

Il cielo in una stanza

Un’estate al mare

Guarda che luna

Montagne verdi

La canzone di Marinella

Take The A Train (Billy Strayhorn – 1941)

Take The A Train (Billy Strayhorn – 1941)

Gli Standard del Jazz: Take The A Train (1941)

Music & Lyrics: Billy Strayhorn

La Storia, le curiosità e le origini

Nel 1941 Duke Ellington e la sua orchestra presentano al pubblico: Take the A train, composizione che, conseguentemente, sarebbe diventata la loro “signature song”.

La registrazione avvenne il 15 febbraio ed entrò in classifica il mese di luglio, rimanendoci, quindi, per sette settimane e raggiungendo la posizione numero undici. La stessa registrazione ritornò di colpo in classifica due anni dopo, per una settimana, e conquistando la posizione numero diciannove.

Nel periodo in cui Billy Strayhorn (immagine di copertina) scriveva “Take the A train”, Duke Ellington suonava alla “Casa Manana”, un night club di Los Angeles e da dove trasmetteva ogni notte un programma radiofonico. A causa di uno sciopero dell’ASCAP (organizzazione no-profit statunitense che protegge i diritti d’autore musicali dei propri membri) Ellington non poteva suonare le sue composizioni e chiese, quindi, aiuto a Strayhorn e a Mercer Ellington, suo figlio, entrambi iscritti, invece, alla BMI (altra organizzazione di tutela dei diritti d’autore). Questa situazione divenne una grande opportunità sia per Strayhorn che per Ellington. Strayhorn aveva cestinato la composizione, ritenendola superata stilisticamente e molto simile alle composizioni di Fletcher Henderson. Mercer la recuperò dal cestino e la aggiunse a numerose altre composizioni di Billy, in aggiunta a quelle che Duke, nel frattempo, stava già suonando.

Come nasce un titolo

Nel libro di Stanley Dance (In the world of Duke Ellington) Strayhorn dichiara che il titolo riguardava la scelta del treno della metropolitana di New York, da parte di alcune donne. Esse volevano andare a Sugar Hill (quartiere per i neri benestanti) e si erano ritrovate nel Bronx. Per la prima destinazione la scelta era la linea “A” della metropolitana: Prendi la linea A del treno – Take the A Train.

Esiste anche un’altra versione della scelta del titolo. Billy Strayhorn provenendo dalla sua città natale, Pittsburgh, doveva raggiungere Ellington nel locale in cui stava suonando, e proporgli un brano da suonare insieme. All’epoca Strayhorn non era ancora nessuno e cercava visibilità. Per non dimenticare la linea della metropolitana che doveva prendere, egli ripeteva di continuo, nella sua mente, prendi il treno A. Giunto da Ellington, e suonato il pezzo, Duke chiese a Billy il titolo del brano. Preso dall’emozione, come risultato, Billy fu in grado  di ripetere solo la frase “Take the A train”.

Scrittura e Registrazione

Il 15 febbraio 1941, Duke Ellington e la sua orchestra entrarono negli studi di registrazione della RCA-Victor di Hollywood e registrano alcune composizioni di Mercer e di Billy. Oltre a “Take the A train” e “After All” di Strayhorn, c’erano “Jumpin’ Pumpkins”, “John Hardy’s Wife” e “Blue Serge” di Mercer Ellington. La formazione comprendeva Rex Stewart (cornet), Wallace Jones, Ray Nance (trumpet), Lawrence Brown e Joe Nanton (trombone), Juan Tizol (valve trombone), Barney Bigard (clarinet), Johnny Hodges (soprano sax, alto sax, clarinet), Otto Hardwick (alto sax, bass sax), Ben Webster (tenor sax), Harry Carney (clarinet, alto sax, baritone sax), Duke Ellington (piano), Fred Guy (guitar), Jimmy Blanton (bass), Sonny Greer (drums), and Billy Strayhorn (piano, sostituendo Ellington su “After All”).

Con una struttura accordale reminiscente della canzone “Exactly like you” (musica di Jimmy McHugh), questo standard combina lo swing propulsivo degli anni quaranta in aggiunta alla sofisticazione di Ellington: il testo allude all’élite di colore che al tempo abitava Sugar Hill ad Harlem.

L’assolo di tromba di “Take the A train” era di Ray Nance. Quell’assolo permetterà a Nance di diventare famoso e la sua perfetta integrazione nel brano fu mantenuta anche quando egli lascio l’orchestra  nel 1965. Cootie Williams, nel sostituire Nance, continuo a suonare il suo assolo nota per nota. Lo stesso Nance, al servizio commemorativo per il compositore Billy Strayhorn nel 1967, eseguì la melodia in un tempo lento e sporco, forse la prima volta in modo insolito. Nance ha successivamente registrato il pezzo come un duetto con il pianista Roland Hanna in una performance emozionale e commovente, forse il suo miglior lavoro su violino.

Ray Nance

 

Ascolta & Canta

You must take the A train
To go sugar hill ‘way up in Harlem
If you miss the A train
You’ll find you’ve missed the quickest way to Harlem

Hurry, get on now it’s coming
Listen to those rails a thrumming
All ‘board get on the A train
Soon you will be on sugar hill in Harlem

Devi prendere il treno A
Andare in collina di zucchero fino a Harlem
Se manca il treno A
Troverai che hai perso il modo più veloce per Harlem

Affrettatevi, andiamo avanti
Ascolta queste rotaie una rottura
Tutto il board arriva sul treno A
Presto sarai sulla collina dello zucchero a Harlem

Top