My Inner Worlds di Ettore Carucci: il pianoforte come voce dell’anima


My Inner Worlds – Ettore Carucci

Etichetta discografica: Tosky Records

Data di uscita: 10 ottobre 2025

C’è qualcosa di sacrale nell’ascoltare “My Inner Worlds”, il nuovo album in piano solo di Ettore Carucci. Registrato tra le mura di La Ribattola, tenuta immersa nelle colline senesi, il disco sembra respirare la stessa aria rarefatta che avvolgeva i salotti ottocenteschi dove Chopin componeva i suoi notturni o le cattedrali gotiche che ispirarono Bach. Ma qui, al posto delle parrucche e dei frac, c’è il jazz: non come genere, ma come lingua franca capace di tradurre l’eternità della musica classica in un dialetto contemporaneo, intimo, talvolta sfrontato.

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Carucci, pianista dalla formazione enciclopedica (classico di conservatorio, jazz forgiato tra Siena Jazz e le jam session newyorkesi), non si limita a citare i grandi compositori. Li interroga, Li sfida, Li abbraccia. E lo fa con una tecnica così cristallina da sembrare invisibile, lasciando che sia l’emozione a guidare l’ascoltatore attraverso un labirinto di suoni dove ogni svolta nasconde una rivelazione.


L’album: un diario sonoro in dieci capitoli

Il concetto: improvvisare sull’eterno

“My Inner Worlds” è un esercizio di libertà disciplinata. Carucci parte da strutture armoniche immutabili – un preludio di Chopin, una sarabanda di Bach, un tema di Corea – e le scompone, non per distruggerle, ma per rivelarne l’anima nascosta. Il risultato non è un semplice tributo, ma una conversazione a distanza tra epoche, dove il pianoforte diventa ponte tra mondi.

L’album si apre con “Chasing a Dream”, ispirata alla Suite Bergamasque di Debussy, e si chiude con “Alone Together”, l’unico standard jazz della tracklist. Un cerchio che si chiude: dalla classica al jazz, e poi di nuovo alla classica, come a suggerire che i confini sono solo illusioni.

Cinque brani, cinque universi

  1. “Baroque Contemplation” (dalla Sarabanda delle Suite Inglesi di Bach)
  • Bach, con le sue architetture matematiche, diventa qui materia viva. Carucci ne risponde alle fughe con improvvisazioni che sembrano danzare attorno al tema originale, come foglie mosse dal vento in un cortile barocco. Il tocco è leggero, ma mai superficiale: ogni nota pesa come una decisione morale.
  1. “Sadness” (dal Preludio Op. 28 n. 4 di Chopin) feat. Giorgio Rosciglione
  • Il duetto con il contrabbasso di Rosciglione trasforma questo brano in un dialogo notturno. Chopin, maestro della malinconia, trova in Carucci un interprete che ne amplifica il dolore, ma anche la dolcezza rassegnata. Il contrabbasso aggiunge una dimensione corporea, come se il pianoforte, da solo troppo etereo, avesse finalmente trovato le sue radici terrene.
  1. “My Mentor” (ispirata a “Children’s Song No. 10” di Chick Corea)
  • Un omaggio commovente a Corea, dove la semplicità del tema originale viene avvolta in armonie che sembrano abbracciarlo. Carucci suona con una tenerezza che ricorda, che ringrazia, che piange quasi la scomparsa del maestro. È il brano più umano dell’album, quello in cui la tecnica sparisce del tutto per lasciare spazio al cuore.
  1. “Uncertain” (dal Preludio Op. 11 n. 2 di Scriabin)
  • Scriabin, visionario e maledetto, trova in Carucci un alleato ideale. Le sue dissonanze diventano paesaggi sonori, cluster che sembrano crollare come muri di una città in rovina, per poi ricomporsi in melodie inesperate e necessarie. È il brano più audace del disco, quello in cui l’improvvisazione sfida la forma senza mai tradirla.
  1. “Little Maya” (dalla Mazurka Op. 17 n. 4 di Chopin)
  • Una ninna nanna per adulti, dove la mazurka originale viene sussurrata più che suonata. Carucci ne estrae una fragilità che Chopin stesso forse non osava rivelare. È un brano che consola, che culla, che ricorda che anche la musica più sofisticata può avere la tenerezza di una carezza.

La registrazione: un suono che respira

Registrato in presa diretta da Giorgio Lovecchio, l’album cattura ogni sfumatura dinamica del pianoforte Steinway: dai pianissimi che sembrano scomparire nell’aria ai fortissimo che esplodono come tuoni. Il mastering di Luca Lombardi esalta questa tridimensionalità, facendo sì che ogni brano occupi uno spazio fisico nella stanza dell’ascoltatore.

La copertina, con Carucci in controluce davanti a un paesaggio toscano, anticipa il mood dell’album: intimità, contemplazione, un uomo solo di fronte all’infinito delle possibilità musicali.


Epilogo: la musica come confessione

“My Inner Worlds” non è un album che si ascolta. È un album che si vive. Ettore Carucci, con questo lavoro, demolisce l’idea che il jazz e la classica siano mondi separati. Li mostra invece come due facce della stessa medaglia: quella dell’espressione umana, che non conosce confini di genere, epoca o stile.

In un’epoca in cui la musica spesso urla per farsi notare, Carucci sussurra. E proprio per questo, non si può fare a meno di ascoltarlo.

Ultima nota: Se la musica è davvero, come diceva Victor Hugo, il più diretto dei linguaggi dell’anima, allora “My Inner Worlds” ne è una delle dichiarazioni più eloquenti.

My Inner Worlds – Ettore Carucci

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