Aeroplane – Connie Lansberg e Brad Rabuchin scelgono la sottrazione come linguaggio

Aeroplane – Connie Lansberg e Brad Rabuchin

Etichetta discografica: Self Produced

Data di uscita: 8 giugno 2026

Un aeroplano che sale verso la luce. È la prima immagine che Connie Lansberg e Brad Rabuchin consegnano all’ascoltatore. La seconda, molto più sorprendente, arriva quando il disco inizia: perché Aeroplane non è un album che punta al decollo spettacolare, ma un lungo volo a quota bassa dentro le fragilità umane.

Un incontro tra due percorsi artistici lontani ma complementari

Aeroplane nasce dall’incontro tra due musicisti che appartengono a mondi diversi ma che condividono una visione comune della musica come strumento di comunicazione autentica.

Da una parte troviamo Connie Lansberg, cantante, autrice e scrittrice australiana che negli ultimi anni ha costruito una carriera lontana dalle mode e dalle convenzioni del jazz contemporaneo. I suoi lavori precedenti hanno sempre privilegiato la dimensione narrativa, la riflessione personale e una scrittura attenta alle sfumature emotive.

Dall’altra parte c’è Brad Rabuchin, chitarrista statunitense dal curriculum impressionante. Nel corso della sua carriera ha collaborato con artisti del calibro di Ray Charles, Bonnie Raitt, Stevie Wonder, Willie Nelson e Tom Jones. Eppure, in questo progetto, sceglie deliberatamente di mettere il proprio virtuosismo in secondo piano.

Il risultato è un album jazz voce e chitarra registrato in una sola giornata presso lo studio del trombettista Nolan Shaheed a Pasadena, in California. Una scelta che racconta già molto dello spirito del progetto: niente sovrastrutture, niente artifici, solo il dialogo diretto tra due musicisti.

Quando l’essenzialità diventa una scelta estetica

Nel jazz esiste una lunga tradizione di dischi costruiti sulla sottrazione.

Da Julie London a Sheila Jordan, passando per certe registrazioni più intime di Abbey Lincoln, il silenzio ha spesso avuto lo stesso peso delle note.

Aeroplane si inserisce idealmente in questa tradizione. Il disco punta tutto sulla relazione tra la voce limpida di Connie Lansberg e la chitarra discreta di Brad Rabuchin.

Funziona? In parte sì.

L’eleganza dell’esecuzione è indiscutibile. Ogni intervento della chitarra è misurato. Ogni frase vocale trova il proprio spazio. Si percepisce una grande esperienza da entrambe le parti.

Tuttavia emerge anche il limite principale dell’album.

La continua ricerca della misura finisce spesso per sacrificare la tensione narrativa. Le canzoni scorrono con naturalezza ma raramente sorprendono. Il groove resta sullo sfondo e le melodie, pur gradevoli, faticano a imprimersi nella memoria.

Aeroplane e il tema della libertà ritrovata

La title track rappresenta probabilmente il manifesto poetico dell’intero lavoro.

“Aeroplane” racconta una perdita d’identità attraverso una metafora semplice ma efficace: dimenticare di avere le ali.

Il brano sviluppa l’idea della libertà smarrita e della lenta riconquista di sé. È una scrittura che richiama il miglior cantautorato folk contemporaneo più che il jazz tradizionale.

Musicalmente tutto procede con estrema delicatezza. Forse persino troppa.

Le parole riescono a evocare immagini potenti. La musica, invece, accompagna senza amplificarle davvero.

Heart of Stone e la forza della scrittura

Tra gli episodi più convincenti spicca Heart of Stone.

Qui Connie Lansberg costruisce una metafora ben sviluppata: il cuore di pietra che viene lentamente modellato dall’acqua. Un’immagine antica quanto la letteratura stessa ma utilizzata con intelligenza e coerenza narrativa.

È uno dei pochi momenti in cui testo e interpretazione riescono a procedere nella stessa direzione.

La canzone cresce con naturalezza e lascia intravedere ciò che l’album avrebbe potuto diventare con una maggiore varietà dinamica.

Everything Ends Up in the River: il racconto più riuscito

Se c’è un brano che emerge dal resto della tracklist è probabilmente Everything Ends Up in the River.

Qui la scrittura assume una dimensione quasi cinematografica.

La canzone racconta una storia. Introduce personaggi. Suggerisce tensioni e conflitti. Costruisce un’atmosfera che richiama certe ballate folk americane e alcuni racconti musicali di matrice country.

Per la prima volta il disco sembra uscire dalla contemplazione per avvicinarsi al racconto.

È un passaggio importante perché dimostra quanto Connie Lansberg sia particolarmente efficace quando sceglie di raccontare una vicenda concreta invece di limitarsi all’introspezione.

Tra empatia e fragilità: You Don’t Know Me e The Way To You

Molti testi di Aeroplane ruotano attorno all’empatia.

Brani come You Don’t Know Me e The Way To You affrontano il tema della comprensione reciproca e della necessità di costruire ponti tra le persone.

Sono canzoni sincere e animate da una sensibilità autentica.

In alcuni passaggi, però, la volontà di comunicare il messaggio prevale sulla suggestione poetica. L’emozione viene spiegata più che lasciata emergere.

È un equilibrio difficile da gestire. Lansberg sceglie la chiarezza e la trasparenza. Una scelta rispettabile, anche se non sempre la più efficace sul piano artistico.

Una produzione che mette tutto in primo piano

Dal punto di vista tecnico il lavoro è impeccabile.

La registrazione cattura ogni dettaglio della performance. La produzione evita qualsiasi forma di artificio. Il missaggio e il mastering di Phil Rex mantengono intatta la natura organica del progetto.

Nessuna spettacolarizzazione. Nessun tentativo di costruire un’immagine più grande della musica stessa. Tutto sembra coerente con la volontà di presentare il disco come un incontro umano prima ancora che artistico.

Considerazioni finali

Connie Lansberg e Brad Rabuchin appartengono a quella categoria di musicisti che non hanno più nulla da dimostrare. Lo si capisce subito. Nessuna esibizione di forza. Nessun assolo messo lì per strappare applausi. Nessun effetto speciale.

Tutto molto nobile.

Forse troppo.

Perché esiste un momento in cui la sottrazione smette di essere una scelta estetica e diventa una rinuncia.

Aeroplane cammina costantemente su questo confine.

I testi sono spesso interessanti. Alcuni mostrano una scrittura capace di costruire immagini e racconti che meritano attenzione. La voce di Connie Lansberg possiede eleganza e misura. La chitarra di Brad Rabuchin dimostra l’esperienza di chi ha accompagnato grandi artisti senza aver bisogno di ricordarlo a ogni battuta.

Eppure, terminato l’ascolto, rimane una domanda scomoda.

Quante di queste canzoni tornano davvero alla mente?

È una domanda brutale. Ma è la domanda che ogni disco dovrebbe affrontare.

Perché la musica non vive soltanto nell’istante dell’esecuzione. Vive nella memoria, nel desiderio di tornare ad ascoltare un brano il giorno dopo. Vive in quella melodia che riaffiora senza essere stata invitata.

Qui accade raramente.

La splendida copertina mostra un aeroplano che attraversa le nuvole e punta verso la luce. È un’immagine che promette avventura, slancio e libertà. Il disco, invece, sceglie quasi sempre di restare a terra, in una dimensione raccolta e contemplativa che privilegia l’introspezione al rischio.

È una scelta legittima.

Ma il rischio resta il carburante dell’arte.

Aeroplane è un album che si ascolta con rispetto. Il problema è che il rispetto non coincide sempre con l’emozione. E, qualche volta, nemmeno con il desiderio di ritornare a bordo.

Aeroplane – Connie Lansberg & Brad Rabuchin
Aeroplane
Connie Lansberg & Brad Rabuchin
● OUT NOW
Label: Self Produced Year: 2026 Tracks: 8

Tracklist

1. Aeroplane
2. Broken Doll
3. Everything Ends Up in the River
4. Heart of Stone
5. Starlight and Gold
6. The Way to You
7. You Don’t Know Me
8. What Was I Made For?

Liner Notes

Aeroplane
Duo album by Connie Lansberg (vocals) and Brad Rabuchin (guitar).
Recorded in a single day session at Nolan Shaheed’s Studio, Pasadena, California.
Produced and written by Connie Lansberg.
Mixed & Mastered by Phil Rex (Melbourne).
Featuring seven original compositions and a reinterpretation of “What Was I Made For?” by Billie Eilish and Finneas O’Connell.
A minimalist recording built on spontaneity, deep listening and musical interaction.

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