
Jazz Weekly 360
La Jazz Weekly 360 rappresenta una nuova tappa del nostro magazine dedicato al jazz contemporaneo, alle jazz news internazionali e alle nuove uscite discografiche. In questa puntata analizziamo i principali fatti della settimana dal mondo del jazz, tra istituzioni culturali in evoluzione, festival internazionali e dibattiti ancora aperti sui Grammy Awards, senza dimenticare la nostra selezione musicale.
Un numero simbolico che diventa occasione per osservare da vicino lo stato di salute della scena jazz globale: dalle trasformazioni del sistema americano ai nuovi equilibri tra Europa, Caraibi e Africa, fino alle contaminazioni tra jazz, elettronica e world music che caratterizzano la playlist della settimana.
Ascolta la puntata #360
1.

Jazz Picks
Benvenuti all’episodio numero 360 del nostro viaggio sonoro. Oggi, dodici febbraio 2026, il percorso si trasforma in un vero e proprio atlante di emozioni e geografie musicali. Una puntata che attraversa città, linguaggi e visioni diverse, tenendo insieme ricerca, ritmo e memoria.
Si parte dalle decostruzioni urbane dei Błoto, dove il jazz si intreccia con tensioni elettroniche e pulsazioni contemporanee. Il viaggio prosegue con l’eleganza millimetrica di Fabio Anile, capace di costruire architetture sonore raffinate e nitide, per poi aprirsi all’avanguardia pianistica di Sylvie Courvoisier, tra scrittura e improvvisazione radicale.
Le vibrazioni globali dei Nubiyan Twist portano il racconto verso territori in cui afrobeat, funk ed elettronica dialogano senza confini, mentre la presenza di Brian Jackson, leggenda vivente e storico collaboratore di Gil Scott-Heron, restituisce profondità storica e coscienza soul a un palinsesto che guarda al futuro senza dimenticare le proprie radici.
È un’ora in cui il jazz incontra l’elettronica, il funk e le tradizioni ancestrali del Mali, trasformandosi in uno spazio aperto di contaminazione e racconto.
Nel segmento finale il viaggio si fa ancora più narrativo. Le ballate cubane di Melissa Aldana aggiungono una dimensione lirica e introspettiva, mentre le reinvenzioni monkiane di Gregory Lewis dimostrano quanto il repertorio di Thelonious Monk continui a generare nuove traiettorie interpretative.
Tra i momenti più significativi della scaletta, la magia improvvisativa di Orlando le Fleming, capace di coniugare solidità armonica e libertà espressiva in un equilibrio sempre dinamico.
Una puntata che, più che offrire semplicemente una playlist, costruisce un percorso coerente tra geografie, estetiche e generazioni diverse.
Playlist
| # | Titoli Brani | Artisti – Titoli Album |
|---|---|---|
| 1 | Y’all Ain’t Ready | Błoto – We Remember J Dilla |
| 2 | Compàs | Fabio Anile – Minutiae |
| 3 | Éclats – for Ornette | Sylvie Courvoisier Trio – Éclats – Live in Europe |
| 4 | Yesterdays | Orlando le Fleming – Misterioso |
| 5 | Seko | Neba Solo e Benego Diakité – A Djinn and a Hunter Went Walking |
| 6 | Chasing Shadows | Nubyan Twist – Chasing Shadows |
| 7 | The Bottle (Featuring Omar) | Brian Jackson – Now More Than Ever |
| 8 | Little Church | Melissa Aldana – Filin |
| 9 | Well, You Needn’t | Gregory Lewis & Ms. Raina – Organ Monk Sings |
| 10 | Fallen Empire |
Viktoria Tolstoy & Jacob Karlzon – Who We Are |
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2.
Aggiornamenti & News
Accanto alla puntata radio, la Jazz Weekly 360 propone anche una versione video dedicata alle Jazz News, con approfondimenti e riflessioni sull’attualità del jazz.
Europa: festival che cambiano pelle, club pieni e jazz sempre più accessibile
La scena jazz europea di questa settimana racconta soprattutto una cosa: il cambiamento passa dai palchi. Festival storici rinnovano la propria identità, i club registrano il tutto esaurito e nascono iniziative che puntano con decisione sull’accessibilità del jazz dal vivo.
MetJazz Prato: nuova direzione e omaggio ai giganti
Il MetJazz di Prato inaugura la sua 31ª edizione con un cambio epocale. Dopo trent’anni si apre una nuova fase sotto la direzione artistica di Enrico Romero e Giuseppe Vigna, chiamati a raccogliere l’eredità di Stefano Zenni. Il tema scelto, Seven (Giant) Steps to Heaven, è un tributo esplicito ai centenari di Miles Davis e John Coltrane e dichiara fin da subito l’intenzione di tenere insieme tradizione e visioni contemporanee.
Il cartellone alterna nomi della scena internazionale come James Brandon Lewis e Jon Irabagon a protagonisti del jazz italiano quali Francesco Bearzatti e il quartetto Ahmed. L’apertura al Teatro Metastasio, concepita come un vero evento culturale, unisce il concerto In a Miles Way alla proiezione di Ascensore per il patibolo, rafforzando l’idea di un festival che dialoga con cinema, formazione e ricerca. In questa direzione vanno anche le nuove collaborazioni con il Centro d’Arte dell’Università di Padova e Area Sismica, riunite nel coordinamento “Brilliant Corners”.
Milano: il Blue Note continua a registrare il tutto esaurito
Prosegue, come già segnalato nelle scorse settimane, la stagione da record del Blue Note di Milano. Tra swing, blues e contaminazioni, molte date risultano nuovamente sold out. Il successo del progetto Blues For Pino, tributo a Pino Daniele, conferma quanto il pubblico continui a rispondere con entusiasmo a proposte che attraversano jazz, blues e canzone d’autore, mettendo in discussione confini sempre più porosi.
Altri palchi italiani ed europei
Il jazz dal vivo continua a muoversi anche su scala più raccolta: a Latina la stagione Jazz Winter ospita il quartetto di Antonello Sorrentino, mentre a Bologna la Cantina Bentivoglio alterna progetti di ricerca come Blues People di Logan Richardson a proposte più intime e celebrative.
Svizzera: Tra jazz e nuove musiche, una rassegna chiave nel panorama europeo
La rassegna Tra jazz e nuove musiche apre la stagione 2026 a Bellinzona con un segnale di forte continuità culturale. Promossa da Rete Due e attiva dagli anni ’80, rappresenta uno dei punti di riferimento più solidi in Europa per il dialogo tra jazz, improvvisazione e nuove musiche.
In una fase di transizione segnata dalla chiusura degli spazi storici di Besso e dal progetto della futura Città della Musica, la rassegna rafforza il proprio radicamento territoriale, portando i concerti nei teatri e nei club della Svizzera italiana. La serata inaugurale al Teatro Sociale propone un doppio appuntamento emblematico: il Linda Jozefowski Quintet, espressione di una ricerca europea attenta alla forma e all’ascolto collettivo, e il piano solo di Leszek Możdżer, figura centrale del jazz continentale.
Una programmazione che ribadisce la vocazione della rassegna come spazio di sintesi tra tradizione afroamericana, nuove traiettorie del jazz contemporaneo e pratiche improvvisative.
USA e scena globale: istituzioni in trasformazione e nuovi equilibri
Kennedy Center: un aggiornamento che apre scenari complessi
Come già anticipato nelle Jazz Weekly delle scorse settimane, la chiusura del Kennedy Center di Washington per lavori di ristrutturazione, prevista a partire dal luglio 2026 e destinata a durare due anni, non è una semplice questione logistica. Con il passare dei giorni emergono infatti nuovi elementi che rendono questa decisione sempre più delicata per l’intero ecosistema culturale statunitense.
Le difficoltà nella pianificazione delle stagioni 2026–2027 stanno già avendo effetti concreti: orchestre, ensemble jazz, produzioni speciali e residenze artistiche faticano a trovare collocazione alternativa, mentre sponsor e sostenitori valutano con cautela investimenti a medio termine. Il rischio, più volte sottolineato da osservatori e operatori culturali, è quello di interrompere una continuità costruita in decenni, indebolendo reti professionali e pubblico fidelizzato.
La riflessione va però oltre il singolo caso. Il Kennedy Center rappresenta un modello di centralità istituzionale che oggi viene messo in discussione: cosa accade quando un grande polo culturale si ferma? Si aprono spazi per una maggiore decentralizzazione, con club, teatri e festival regionali pronti a raccogliere il testimone, oppure il vuoto rischia di essere semplicemente tale? In questo senso, la chiusura temporanea diventa un banco di prova per il futuro del jazz istituzionale americano, chiamato a ripensare equilibrio, sostenibilità e rapporto con il territorio.

Più che una pausa, dunque, quella del Kennedy Center si profila come una fase di transizione critica, le cui conseguenze si misureranno ben oltre la riapertura degli spazi fisici.
Premi, festival e dibattiti culturali
Grammy Awards: tradizione premiata, innovazione osservata
A quasi quindici giorni dalla cerimonia dei Grammy, il dibattito attorno ai riconoscimenti jazz non si è affatto spento. Anzi, continua ad alimentare riflessioni critiche sul ruolo di questi premi nel fotografare – o indirizzare – lo stato di salute del jazz contemporaneo. La vittoria di Samara Joy, ormai riconosciuta come una delle voci centrali della scena attuale, insieme ai premi assegnati a Sullivan Fortner e alla Christian McBride Big Band, ha ribadito la solidità di un canone che valorizza eccellenza, continuità e profonda conoscenza della tradizione.
Parallelamente, però, è proprio l’elenco delle nomination a raccontare un panorama in forte movimento. Nomi come Michael Mayo e Immanuel Wilkins, sempre più presenti nel radar dell’industria e della critica, incarnano una generazione che spinge il linguaggio jazz verso nuove sintesi, senza rinnegare le radici. Il fatto che queste istanze emergano con forza nelle candidature, pur non traducendosi sempre in una vittoria finale, apre una riflessione più ampia: i Grammy premiano ciò che il jazz è oggi o ciò che rappresenta in termini di eredità culturale?
La distanza temporale dalla cerimonia consente ora uno sguardo meno emotivo e più analitico. Più che una contrapposizione tra tradizione e innovazione, sembra delinearsi una dialettica costante, in cui i premi certificano la stabilità del linguaggio mentre le nomination segnalano le direzioni future. Un equilibrio fragile, ma forse necessario, che continua a rendere i Grammy un osservatorio privilegiato – e inevitabilmente discusso – sul presente e sul domani del jazz.
Festival internazionali e nuove tensioni
Le line-up dei grandi festival internazionali – da Saratoga ad Atlanta fino al Jazz India Circuit – restituiscono l’immagine di una scena globale vitale, interconnessa e sempre più orientata a grandi numeri e forte visibilità mediatica. Accanto a questo dinamismo, però, il caso del Saint Lucia Jazz & Arts Festival ha aperto una discussione tutt’altro che marginale.
Il festival si svolge a Saint Lucia, stato indipendente dei Caraibi orientali, incastonato tra Martinica e Saint Vincent, ed è uno degli eventi culturali più rilevanti dell’area. L’edizione 2026 è in programma dal 30 aprile al 10 maggio, un periodo che coincide con una delle stagioni climaticamente più favorevoli dell’isola. Un contesto che rende la manifestazione non solo un appuntamento musicale di rilievo internazionale, ma anche una possibile esperienza di viaggio unica, capace di unire jazz, paesaggi tropicali e patrimonio culturale caraibico.
Dopo le proteste di diversi media locali, che hanno denunciato limitazioni nell’accesso, scarsa considerazione editoriale e una percezione di marginalizzazione a favore della copertura internazionale, il tema è arrivato fino alle istituzioni, costringendo il Ministero del Turismo a intervenire pubblicamente. Non si è trattato solo di una polemica organizzativa, ma del sintomo di una frattura più profonda.
La vicenda di Saint Lucia solleva infatti una domanda centrale per molti grandi festival contemporanei: nel processo di internazionalizzazione e spettacolarizzazione, quale spazio resta per le comunità locali, per i giornalisti del territorio e per il racconto culturale che nasce dall’interno? Il rischio, sempre più evidente, è che eventi nati per valorizzare identità e patrimonio finiscano per privilegiare l’immagine globale a scapito del radicamento culturale.

In questo senso, Saint Lucia diventa un caso di studio emblematico. Non solo una controversia da archiviare, ma un punto di partenza per riflettere sul futuro dei festival jazz: luoghi di incontro reale e scambio culturale, oppure vetrine internazionali sempre più sganciate dai contesti che le ospitano?
3.
Azione della Settimana!
Speciale 360°
Siamo alla puntata 360: uno sguardo completo, a tutto campo.
Dimmi una cosa, in modo diretto: quale artista di questa playlist ti ha acceso qualcosa?
Scrivilo nei commenti o raccontalo sui social citando la 360. Il jazz è dialogo: adesso tocca a te.
Uno sguardo d’insieme
La Jazz Weekly 360 ci consegna un’immagine chiara: il jazz contemporaneo è un ecosistema in movimento. Le istituzioni storiche sono chiamate a ripensare il proprio ruolo, i festival diventano strumenti di diplomazia culturale e sviluppo territoriale, mentre il dibattito sui riconoscimenti internazionali continua a interrogare criteri e prospettive.
Parallelamente, la playlist della settimana dimostra quanto il linguaggio jazzistico sia oggi capace di attraversare confini estetici e geografici: dall’avanguardia europea alle vibrazioni afro-globali, dalla tradizione reinventata alle nuove ibridazioni elettroniche.
Se c’è un filo rosso che attraversa questa puntata è la trasformazione: delle istituzioni, dei linguaggi, delle modalità di fruizione. Il jazz non è mai stato statico, e oggi più che mai vive nella tensione tra memoria e futuro.
Grazie per essere parte di questa comunità che legge, ascolta e riflette.
SIATE GRANDI!!!

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