Joe De Gregorio racconta The Trilogy
Intervista integrale
Nella recensione pubblicata in prima pagina abbiamo analizzato The Trilogy come un’unica opera in divenire, un progetto che attraversa New York, Los Angeles e Parigi mettendo in dialogo blues, scrittura contemporanea e canzone internazionale.
Per approfondire la genesi di questo lavoro abbiamo rivolto alcune domande a Joe De Gregorio, che ha accettato di raccontarci la filosofia del progetto, il significato dei suoi tre capitoli e il percorso umano e artistico che ha portato alla nascita di questa pubblicazione.
Ne emerge il ritratto di un musicista che considera il jazz non soltanto una forma espressiva, ma uno spazio di incontro tra persone, culture e linguaggi differenti.
Di seguito l’intervista nella sua versione integrale.
Dodici uscite per raccontare una sola storia
1. The Trilogy nasce come progetto registrato in tre città e tre contesti musicali diversi, ma nel 2026 sta prendendo forma come un rilascio diluito in 12 singoli. Quando hai deciso di raccontare questo lavoro in maniera seriale anziché pubblicarlo come album tradizionale?
Joe: In realtà The Trilogy è concepita come un’opera da ascoltare nella sua interezza. Ma mi sono reso conto che oggi il modo in cui le persone scoprono la musica e ne fruiscono è profondamente cambiato. Pubblicare dodici singoli nell’arco di un anno mi permette di dare a ogni brano il tempo di respirare, di raccontare la sua storia e di creare un dialogo continuo con il pubblico.
Ogni uscita diventa quasi il capitolo di un libro, un appuntamento mensile che accompagna l’ascoltatore invitandolo a vivere un viaggio. Alla fine dell’anno, quando l’album sarà disponibile nella sua forma completa, spero che chi ha seguito questo percorso possa riascoltarlo con una prospettiva completamente diversa, meno superficiale, più intima e personale.
Il pubblico come compagno di viaggio
2. Pubblicare un brano al mese per un intero anno richiede una relazione molto diversa con il pubblico. Cosa ti sta insegnando questo formato sulla fruizione contemporanea della musica jazz?
Joe: Mi sta insegnando che oggi non basta pubblicare musica: bisogna costruire una relazione. Ogni singolo diventa l’occasione per raccontare il contesto, i musicisti, le città in cui il brano è stato registrato, la storia dietro ogni arrangiamento.
Il jazz è una musica che richiede ascolto, e credo che le nuove piattaforme possano diventare uno strumento straordinario se vengono usate in modo adeguato per avvicinare le persone al processo creativo, invece che semplicemente per promuovere un prodotto.
Dialogare con culture differenti
3. Dopo i primi cinque singoli già pubblicati, hai percepito reazioni differenti tra pubblico europeo, americano e digitale? Ci sono stati brani che ti hanno sorpreso particolarmente per risposta o engagement?
Joe: Uno degli scopi principali della mia visione ed una delle cose più affascinanti di questo progetto, è poter offrire ad ogni cultura, ad ogni paese, un elemento musicale con cui poter entrare in dialogo attraverso ognuno dei brani che ho scelto.
Per adesso, posso dire che negli Stati Uniti ho percepito particolare interesse per gli aspetti più legati alla tradizione jazzistica, grazie anche alla presenza di musicisti leggendari come Ron Carter e Peter Erskine. In Europa, invece, percepisco una apertura verso il repertorio internazionale e verso l’aspetto narrativo del progetto.
Cantare senza nascondersi
4. Crooner’s Journey sembra essere il capitolo più personale della trilogia: qui non c’è solo il pianista e compositore, ma anche la tua voce. Cosa cambia nel tuo processo creativo quando passi dallo strumento alla narrazione vocale?
Joe: La voce ti obbliga a essere completamente onesto. Al pianoforte puoi raccontare molte cose ma anche nasconderti dietro l’armonia e l’improvvisazione; quando canti, però, la tua anima è completamente nuda; a questo si aggiunge la dimensione unica del testo: ogni parola ti da l’opportunità di trasmettere un significato preciso e personale in modo ancora più esplicito.
Quando canto, per me non si tratta mai di interpretare semplicemente uno standard: il mio obiettivo è quello di raccontare una storia. Ogni respiro, ogni pausa, ogni sfumatura diventa parte della narrazione. La voce implica un approccio molto più intimo e vulnerabile, ma proprio per questo estremamente liberatorio.
La musicalità delle lingue
5. In questo progetto interpreti repertorio internazionale in cinque lingue. Cantare standard e canzoni d’autore in lingue diverse modifica anche il tuo approccio ritmico e fraseologico?
Joe: Assolutamente sì. Ogni lingua possiede una propria musicalità ed un respiro naturale tutto suo.
Più che adattare le lingue alla mia Trilogy , ho cercato di lasciare che fosse il mio respiro jazz ad abbracciare naturalmente le caratteristiche di ogni lingua.
L’inglese ha una intrinseca natura ritmica e swingante, il francese conferisce un fraseggio più morbido ed elegante, l’italiano privilegia la cantabilità e le note lunghe, mentre il portoghese porta in sé un respiro che dialoga naturalmente con i ritmi della bossa nova.
Reinventare un classico senza tradirlo
6. Il sesto singolo della Trilogia, “Nel blu dipinto di blu”, è un brano iconico della cultura italiana. Cosa ti interessava preservare dell’originale e cosa invece volevi trasformare attraverso il linguaggio jazz e bossa nova?
Joe: “Volare” appartiene all’immaginario collettivo italiano ed internazionale. Sarebbe stato inutile cercare di migliorare la versione originale: il mio obiettivo era offrire una prospettiva diversa su questo brano intemporale.
Ho cercato di preservarne la giovialità e quella sensazione di libertà che lo rendono universale, ma allo stesso tempo ho voluto immaginarlo come se fosse nato oggi, attraversando un linguaggio jazz contemporaneo che dialoga con quello della bossa nova e dei ritmi brasiliani.
Più che una reinterpretazione nostalgica, volevo creare un nuovo spazio emotivo in cui questa melodia potesse rinascere e continuare a vivere, di un respiro nuovo.
Dove jazz e cinema si incontrano
7. Il secondo capitolo della trilogia, Crossover, sembra occupare uno spazio molto particolare all’interno del progetto…
Joe: Crossover rappresenta probabilmente il lato più cinematografico della mia scrittura e della mia concezione del Jazz come musica profondamente evocativa. Registrare nello studio di Peter Erskine a Santa Monica è stato di fondamentale importanza: la presenza di Peter e l’energia sua e del suo home studio hanno favorito in me la ricerca espressiva, l’accuratezza e l’apertura sonora. L’idea di aggiungere un quartetto d’archi è nata dalla volontà di enfatizzare ulteriormente l’elemento cinematografico della mia musica ed ampliarne la tavolozza timbrica per intrecciarla con il linguaggio dell’improvvisazione.
Mi interessa molto quel territorio in cui jazz, musica da film e scrittura orchestrale smettono di essere categorie separate e iniziano a dialogare naturalmente.
Lo spirito parigino di Crooner’s Journey
8. Registrare a Parigi con musicisti come Géraldine Laurent, Louis Moutin e Stéphane Kerecki aggiunge un’identità molto precisa al progetto. In che modo la scena francese ha influenzato il suono di Crooner’s Journey?

Joe: Parigi possiede una tradizione jazzistica profondamente legata alla melodia ed all’interpretazione vocale. Géraldine Laurent, Louis Moutin e Stéphane Kerecki sono artisti che fanno parte della scena parigina (e nazionale francese) da moltissimi anni; la loro grande esperienza e sensibilità hanno permesso alla libertà improvvisativa di sposarsi con il rispetto della tradizione dell’arte del racconto.
Credo che Crooner’s Journey comunichi proprio questo connubio: una grande spontaneità, ma sempre al servizio della canzone e dello storytelling.
L’album come organismo vivente
9. Il concerto del 6 giugno al Sunside di Parigi ha celebrato l’uscita di Crooner’s Journey…
Joe: Per me il concerto non è la riproduzione del disco.
Il disco è l’istantanea di un organismo vivente, che si esprime in concerto.
Portare sul palco la stessa band ha significato ripartire dallo stesso linguaggio, ma lasciando che ogni brano continuasse ad evolversi attraverso l’improvvisazione e l’energia del pubblico. Ed è esattamente quello che è successo al nostro sold-out show sul palco del Sunside jazz Club di Parigi: la musica ha preso una direzione nuova, pur restando fedele allo spirito dell’album.
Da New York a Parigi passando per Los Angeles
10. The Trilogy mette insieme collaborazioni con figure storiche come Ron Carter e Peter Erskine…
Joe: La collaborazione con due figure leggendarie come Ron Carter e Peter Erskine nasce dalla nostra profonda affinità artistica e da una visione condivisa della musica. Al di là del loro straordinario percorso, ciò che mi ha sempre colpito è il loro modo di ascoltare: una qualità che riflette decenni di esperienza ai massimi livelli e che continua a ispirare ogni nota che suonano. La loro presenza ha contribuito a dare forma a un progetto che trova nella legacy del jazz la propria spina dorsale, non come celebrazione del passato, ma come un patrimonio vivo da trasmettere e reinventare.
Allo stesso modo, New York, Los Angeles e Parigi non sono semplicemente tre luoghi di registrazione, ma tre capitoli della stessa storia, ciascuno con una propria identità artistica e umana.
Ogni città ha lasciato un’impronta diversa sul progetto: New York mi ha ricordato le radici del jazz e il valore della tradizione; Los Angeles ha perfettamente canalizzato la mia vena compositiva più cinematografica, dove jazz, musica orchestrale ed improvvisazione convivono naturalmente; Parigi, infine, ha facilitato il focus sulla melodia, la canzone e quel dialogo tra culture che da sempre caratterizza la sua scena musicale.
È stato allora che ho realizzato la profondità della mia visione: The Trilogy non era più soltanto una raccolta di registrazioni, ma un viaggio attraverso luoghi, persone e linguaggi diversi, uniti da una convinzione che accompagna da sempre il mio modo di vivere il jazz: la musica è il punto d’incontro tra culture, non il luogo in cui si costruiscono confini.
Il futuro
11. A metà di questo percorso di release mensili e tre capitoli così diversi, senti che The Trilogy rappresenti una sintesi della tua identità artistica attuale o piuttosto un punto di partenza verso una nuova fase?
Joe: Entrambe le cose.
The Trilogy raccoglie tutto ciò che ho imparato e vissuto negli ultimi anni: le città in cui ho abitato, gli incontri con grandi musicisti, le influenze musicali che mi hanno formato a cavallo tra Europa, Nord Africa e Stati Uniti e che hanno forgiato, in me e nella mia musica, il desiderio feroce di superare i confini tra generi e culture.
Allo stesso tempo sento che questo progetto ha aperto nuove possibilità. Mi ha dato il coraggio di esprimere la mia visione artistica in modo ancora più profondo e personale; mi ha stimolato a cantare di più, a percepire la musica come un racconto che può svilupparsi nel tempo.
Considero The Trilogy come un punto d’arrivo che apre di fronte a me un orizzonte artistico ancora più ampio e tutto da esplorare.
Oltre la trilogia
Terminata la lettura, resta la sensazione che The Trilogy sia molto più di una successione di registrazioni realizzate in città diverse. Nelle parole di Joe De Gregorio emerge infatti una visione della musica costruita sul dialogo, sulla curiosità e sull’ascolto reciproco. Elementi che attraversano ogni capitolo del progetto e che, forse, rappresentano il vero filo conduttore di questo lungo viaggio iniziato tra New York, Los Angeles e Parigi.
Ringraziamo Joe De Gregorio per la disponibilità e il tempo dedicato a questa conversazione.

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