Introduzione all’intervista
Dopo aver ascoltato Strade, viene naturale voler sapere cosa succede dietro quei cambi di corsia metrici, quelle deviazioni improvvise e quei paesaggi sonori dove elettronica, afro-funk e post-rock convivono senza chiedere il permesso. Marco Bruno racconta il suo disco con lo stesso passo con cui lo suona: deciso, sarcastico al punto giusto, e sempre pronto a infilare un dettaglio tecnico come fosse un cartello stradale messo lì per non farci perdere l’orientamento.
Nella conversazione che segue si parla di libertà — quella vera, quella che inciampa in un 9/16 e poi riparte come niente fosse — ma anche di ensemble, interplay, e di come un basso elettrico possa diventare più di uno strumento: una specie di navigatore emotivo. Ci sono domande dirette, risposte ancora più dirette e qualche frase che sembra uscita da una sala prove dove si ride, si aggiusta un arrangiamento e poi si ricomincia da capo.
Questa intervista non è un semplice commento al disco: è una mappa di ciò che c’è sotto l’asfalto di Strade. E se certi incroci vi sembravano strani all’ascolto, tranquilli: Marco ce li spiega. A modo suo, ovviamente.

1. Dalla solitudine alla libertà: un nuovo capitolo della tua poetica
Nel tuo precedente album Stay Together affrontavi temi legati alla solitudine e allo stigma sociale. Strade, invece, guarda alla libertà “di pensare, fare ed essere”. In che modo questo passaggio riflette una tua evoluzione personale e musicale? Cosa hai sentito necessario raccontare oggi rispetto a ieri?
Benchè ci sia stata una progressione umana della mia vita dall’inizio di questa avventura ad oggi, non credo di aver raggiunto nulla. In effetti il concetto espresso con questo nuovo lavoro, è un qualcosa nettamente diverso da quello affrontato precedentemente. Ho deciso quindi di osservare me stesso anche da altri punti di vista, percorrendo più Strade.. una cosa che mi diceva spesso il mio vecchio Maestro di Basso: Marco Siniscalco, era appunto che l’esperienza alle volte dipende dal numero di chilometri percorsi… da qui la scelta di guardarmi da più punti di vista, cercando di mettere in chiaro tutte quelle che sono state le mie esperienze musicali, vissute appunto da prospettive diverse.
2. Tempi irregolari e costruzione formale: la tua visione da compositore e didatta
Brani come Il Limbo (quasi tutto in 5/4) o Libertà (in 9/16) rivelano un’attenzione rigorosa alla metrica. Quanto influiscono la tua formazione didattica e il tuo approccio analitico sulla scelta di utilizzare tempi complessi per descrivere concetti fluidi come il cammino, la tensione o la libertà?
La formazione musicale ottenuta al Saint Louis, ed in particolare durante le ore di Antonio Solimene, mi hanno formato almeno per il 50% sulle mie attuali capacità compositive . Altre sperimentazioni sono venute fuori con l’importante esperienza dei Jazz it up (un quartetto che avevamo tempo fa). È appunto grazie a questa band che comincio ad interessarmi “praticamente” all’arrangiamento e la composizione.
I tempi dispari vengono interpretati, all’interno del mio contesto compositivo, come colore aggiuntivo. Quello di cui parlo lo si sente benissimo in Libertà, che appunto si avvale di questo utilizzo “sonoro” della clave, piuttosto che come sistema metrico nel quale la musica si muove, a volte fluttuando o a volte più incisivamente (tipo il Limbo).
3. Il basso come voce narrativa
In Strade il basso elettrico non è solo fondamento armonico, ma diventa spesso protagonista: raddoppia temi, dialoga con il sax, si colora di octaver o funge da motore ritmico. Come hai immaginato il ruolo del basso nella narrazione dell’album? E quanto questo strumento ha guidato la costruzione delle forme dei vari brani?
Il basso elettrico in effetti è uno strumento molto particolare nel contesto di cui parliamo. È stato molto interessante esplorare nuove dimensioni, cercando di capire dove lo strumento del basso elettrico potesse avere piena espressività, In che modo generare la forma, quali le alternative e quale l’appriccio tecnico più incisivo. Per ultimo e più importante, quando restare completamente a servizio del brano. Volevo specificare anche che le diverse composizioni non nascono direttamente dal mio strumento, bensì da una melodia, il piu delle volte già legata ad un idea di genere. Alle volte la sfida è stata proprio cercare di capire che suono dare al brano e a quali riferimenti attingere, tenendo anche presente l’organico di quintetto.
4. Dalle atmosfere afro-funk al drum’n’bass: una tavolozza di strade sonore
La tracklist di Strade attraversa territori molto diversi: dall’afro-funk di Afrofunk, alle tinte pop-rock di Qualcosa, fino al drum’n’bass di Bianco. Come hai gestito questo equilibrio tra linguaggi così distanti? Qual è il filo rosso che tiene insieme queste estetiche?
Effettivamente il tutto viene messo insieme da una visione musicale trasversale. Non mi piace pensare di poter fare solo un genere, lo trovo riduttivo per una band che propone musica strumentale…
Come elemento di coerenza abbiamo un organico strumentale più o meno uguale su tutti i pezzi(appunto il quintetto) ma il vero filo conduttore è l’approccio di scrittura che si ripercuote su tutti I brani. Tutti I brani hanno uno svolgimento tematico Ben definito e colorato di un genere. Ogni brano ha uno svolgimento compositivo a se includendo uno sviluppo del tema,stacchi,background,riarmonizzazioni, una parte del brano sempre dedicata all’improvvisazione e all’interplay, e alcune volte anche ad uno sviluppo della sintesi sonora.
5. Elettronica come ambiente o come struttura?
Nel disco troviamo texture elettroniche, sintesi sonora e interplay con strumenti acustici. In brani come Ubuntu o La Strada l’elettronica sembra avere un ruolo più strutturale. Che posto occupa oggi l’elettronica nel tuo modo di comporre? È uno strumento per ampliare il paesaggio sonoro o un elemento che influenza anche scrittura, ritmo e improvvisazione?
L’interazione elettronica nel jazz è un qualcosa di affascinante. Duramte il Live ci piace sperimentare in determinati punti, cercando nuovi spunti per generare dei “ paesaggio sonori” variegati…
Le risposte potrebbero essere tutte quelle che hai elencato, ma fatto sta che non ho una grandissima esperienza personale. È un qualcosa che sto ancora metabolizando.. e penso che se ci sarà un terzo album, stavolta sarà molto più legato a questa tipologia di suono. In questo album ho “inserito” elementi di elettronica tramite spunti creativi, nel futuro invece conto di ragionare direttamente su un suono di questa tipologia. Una cosa da tenere conto, ai fini del jazz, è che il suono elettronico se non gestito bene tende ad annullare le dinamiche e alcune caratterizzanti dell’interplay…. Tocca pensarci bene e studiare delle soluzioni efficaci e mi serve ancora del tempo.
6. La band come comunità creativa
Brani come Ubuntu richiamano esplicitamente il concetto di comunità e interdipendenza. Quanto è stato determinante il contributo di Daniele Baroni, Shanti Colucci, Nicola Concettini e Rosario Ceraudo nella definizione del suono di Strade? In che modo l’interplay della band ha influenzato le sezioni di improvvisazione e la direzione dei brani?
La definizione del suono di Strade è appunto dettata dalla band che lo suona. È un percorso che sto facendo con questi musicisti col quale ho anche delle relazioni umane. Mi riferisco in particolare al mio batterista Shanti Colucci, col quale collaboro ormai da 15 anni, e col quale posso dire di aver intrapreso questo cammino del jazz contaminato. I musicisti purtroppo vanno e vengono, ma è normale. Ad ogni periodo tutto sommato si lega un cammino ed un esperienza comune, come se la musica fosse una fotografia di un allegra gita insieme… è forse questo il significato che do ad una band che prova, registra, suona e vive l’esperienza di un progetto.
7. Identità artistica e omonimia: distinguersi nel panorama musicale

La presenza di un omonimo nel mondo della musica elettronica può creare confusione nella ricerca online. Quali strategie pensi siano più efficaci per affermare con chiarezza la tua identità di bassista e compositore nell’ambito jazz e contemporaneo? C’è un linguaggio comunicativo che senti più vicino al tuo modo di essere artista?
Ci sono tanti Marco Bruno nel mondo.
Spesso vengo accostato ad un cantautore molto bravo della provincia di Salerno (se non sbaglio). Un altro fa musica elettronica. Purtroppo devo ricordare a tutti di scrivere anche il nome dell’ALBUM onde evitare che si fraintenda chi sono.
A livello di strategie non saprei, per il momento “ mi sto inpegnando a fare”. Fare il più possibile con tutto e tutti, perché principalmente mi piace. Partecipare a qualche contest, prendere parte a progetti altrui, collaborare appunto nella registrazione di session per altri artisti…
Conclusione dell’intervista
Arrivati alla fine di questa conversazione, si ha la sensazione che Strade non sia soltanto un disco, ma una dichiarazione d’intenti. Marco Bruno non costruisce ponti per rendere tutto più semplice: preferisce curve, incroci e qualche dosso narrativo, giusto per ricordarci che il jazz contemporaneo sa ancora sorprendere quando è suonato con pensiero, coraggio e un pizzico di ironia.
Le sue parole confermano ciò che si ascolta: una musica che non vuole accomodarsi, ma muoversi. Un progetto che trova forza nella band, nella scrittura rigorosa e nelle deviazioni sonore che diventano paesaggi.
L’impressione finale? Se queste sono le sue “strade”, vale la pena seguirlo. Anche quando il navigatore dice: ricalcolo percorso.

Ogni riproduzione è vietata senza linkare la nostra fonte: Jazz in Family
Scopri di più da Jazz in Family
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.




