Messed-Up Stride: Sophie Dunér mette lo stride fuori squadra

Messed-Up Stride – Sophie Dunér

Data di Pubblicazione:

11 novembre 2026

Tempo di Lettura:

5 minuti

Un passo storto, per scelta

Messed-Up Stride di Sophie Dunér annuncia il programma già nel titolo: prendere una forma riconoscibile e farle perdere l’equilibrio. Il risultato ha qualcosa del cabaret dopo un guasto al pavimento. La voce sa dove andare. Il resto preferisce non dirglielo.

Dunér è una cantante, compositrice, improvvisatrice e artista visiva svedese, attiva tra Europa e New York. Ha studiato improvvisazione jazz alla Berklee College of Music e interpretazione vocale ai corsi estivi di Karlheinz Stockhausen. In questo album lavora con il pianista Anthony Coleman, figura della scena sperimentale newyorkese e collaboratore di lunga data di John Zorn.

La voce è il dato più convincente: ampia, mobile, capace di passare dal canto allo scat e al gesto teatrale. Non è una voce che decora gli arrangiamenti; è una voce che li mette in discussione. Quando la scrittura la lascia agire, il disco trova una personalità netta. Quando accumula deviazioni, rischia di sembrare una riunione condominiale tra dissonanze.

Strutture elastiche, uscite di sicurezza poche

Dunér descrive il progetto come una rilettura “storta” dello stride, costruita a partire da composizioni lavorate per undici anni. Nei brani convivono richiami a Charles Mingus, Scott Joplin, George Antheil, Charles Ives, John Zorn e Fats Waller. Non sono fermate ordinate lungo una linea storica. Sono cartelli stradali che indicano direzioni diverse, talvolta nello stesso momento.

Il pianoforte di Coleman è il partner adatto a questo traffico. Può sostenere la voce, spostarle il terreno sotto i piedi o diventare una presenza quasi autonoma. Il dialogo funziona soprattutto quando lascia respirare le idee. L’album preferisce però l’instabilità alla sintesi. Scelta legittima, ma non sempre persuasiva: la sorpresa è efficace finché apre una porta; quando ogni porta dà su un’altra porta inclinata, il meccanismo si vede.

“Rabbits on Wall Street” incarna bene il metodo. La struttura in 9/4 e la scrittura polatonale accompagnano una meditazione sui conigli di porcellana e sull’illusione del denaro come magia. Frenetica, dissonante, persino danzabile: una borsa valori in cui anche gli oggetti decorativi hanno sviluppato ansia. “Mad World” gioca invece sul contrasto tra amaro e dolce, caos e groove, con un’ispirazione alle Bulgarian Voices Choir. Qui la composizione promette uno slancio più immediato, pur senza rinunciare alle curve.

Quando il disordine trova una misura

“Complicated Love Affair” offre una pausa dalla segnaletica impazzita. È una ballata in rubato, pensata come ritratto di dualità e contraddizione. Nel dialogo tra Dunér e Coleman emerge il punto di equilibrio che altrove il disco insegue: non una tregua convenzionale, ma un’interazione in cui l’imprevedibilità sembra nascere dall’ascolto reciproco.

“Watch Your Pitch, Bitch!” toglie gli strumenti ritmici e abbandona la scala blues a metà strada, entrando in un territorio atonale. Una porta aperta sul vuoto, con un titolo che si occupa già dell’accoglienza. “Mad Monk” sposta il gioco nello scat senza parole, tra l’ombra di Thelonious Monk e una segreta ispirazione a “In the Mood” di Glenn Miller. La trovata è buffa e deliberatamente scomoda. Non tutto ciò che fa sorridere, però, riesce anche a trattenere.

Le canzoni aggiungono altri fili al groviglio. “I Ain’t Takin’ Orders from No One” rielabora un brano registrato da Sophie Tucker con Ted Lewis nel 1927, trasformandolo in una dichiarazione di autonomia dalla posa talker-tone. “Post-Traumatic Ripoff” affronta il costo emotivo di sentirsi sfruttati. “Reharmonized Boyfriend” osserva invece il ritorno verso ciò che è familiare dopo una storia d’amore, come un pensiero che continua a girare su sé stesso. C’è una coerenza nei temi; la forma, invece, si diverte a sabotare la continuità.

Dati, ricezione e verdetto

Messed-Up Stride è previsto per l’11 novembre 2026 su Urlicht AudioVisual. La registrazione è avvenuta agli Atlantis Studios di Stoccolma; la copertina del CD è firmata da Sophie Dunér. Anthony Coleman è il collaboratore indicato per il disco. Non sono riportati crediti di mix o mastering.

La valutazione è meno celebrativa: le capacità vocali di Dunér sono indiscutibili; l’equilibrio del disco, meno. Gli arrangiamenti hanno idee, carattere e una certa allergia alla strada diritta. Ma l’accumulo di scarti può trasformare la varietà in dispersione. Per appassionati di jazz vocale d’avanguardia e ascoltatori esperti, è un oggetto curioso da seguire da vicino. Per chi cerca una melodia che resti in tasca, potrebbe servire una tasca molto grande.

Alla fine, lo stride resta storto, la voce impeccabile e il pianoforte probabilmente ha parcheggiato in diagonale.

Messed-Up Stride – Sophie Dunér
Messed-Up Stride
Sophie Dunér
👁 FIRST LISTEN
◉ NOT FOR EVERYONE
Label: Urlicht AudioVisual Year: 2026 Tracks: 9

Tracklist

1. Mad World
2. Rabbits on Wall Street
3. Better Get Hit in Your Soul
4. Complicated Love Affair
5. Watch Your Pitch, Bitch!
6. Mad Monk
7. I Ain’t Takin’ Orders from No One
8. Post-Traumatic Ripoff
9. Reharmonized Boyfriend

Artists & Instruments

Sophie Dunér — voce, composizioni
Anthony Coleman — pianoforte

Liner Notes

Messed-Up Stride
Release date: 11 novembre 2026.
Recorded at: Atlantis Studios, Stoccolma.
Recorded by: non specificato.
Mixed by: non specificato.
Mastered by: non specificato.
Cover design: Sophie Dunér.

Ogni riproduzione è vietata senza linkare la nostra fonte: Jazz in Family

JiF/CB


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