Marzo 2026 – Groove Bonanza:
la tua guida verso la musica migliore.
Dai un’occhiata alla nostra rubrica e alla playlist su Spotify per i ritmi più coinvolgenti e le melodie più avvincenti.
Cosa trovate e come dovete muovervi in questa pagina
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Groove Bonanza
Groove Bonanza è la tua bussola personale per navigare nel vasto oceano della musica indipendente, un territorio ricco di gemme nascoste lontane dalle correnti dominanti del mainstream. Questa guida ti condurrà verso artisti meno noti ma straordinariamente talentuosi, che creano musica autentica e innovativa, spesso non riconosciuta dal grande pubblico.
A partire da marzo 2024, abbiamo deciso di ampliare le nostre segnalazioni musicali per offrirti non solo brani nel tuo genere preferito, ma anche musica che pensiamo possa regalarti
Groove in Abbondanza
Qui puoi trovare, ascoltare, e qualche volta vedere, singoli brani o interi album per i quali qualcuno ci ha chiesto un semplice parere, indipendentemente dal genere musicale.
Questa musica non sempre rispecchia i nostri gusti personali, ma riteniamo sia importante dare spazio a tutte le diversità e tendenze stilistiche. Per questo motivo, scegliamo di pubblicare e condividere queste segnalazioni sul nostro sito.
Siamo sicuri che troverai qualcosa di adatto ai tuoi gusti musicali e speriamo che queste nuove aggiunte alla nostra selezione ti portino piacevoli scoperte.

la tua destinazione musicale per un’esperienza Musicale senza confini.
Segnalazione Groove Radar
Per chi ama il jazz intimo e le reinterpretazioni raffinate.
Kaiak: quando il jazz incontra la melodia pop
Nascosti nelle foreste della campagna svedese, i Kaiak creano una musica che è un ponte tra il calore di un jazz club, la dolcezza del soft rock e l’intelligenza dell’indie. Emil Gullhamn, voce e anima rock, e Marcos Ubeda, pianista e compositore dal cuore jazz, si incontrano in un progetto che unisce la immediatezza del pop alla profondità armonica del jazz. Otto anni di attività, 150 brani e oltre 80 milioni di stream nel mondo raccontano di una ricerca musicale che non si ferma mai, tra inediti e reinterpretazioni che ridisegnano i confini dei generi.
Il loro nuovo singolo, Sailing, è una versione jazzistica del classico di Rod Stewart, dove la voce di Gullhamn si libra su un trio pianistico e una chitarra acustica, arricchita da armonie che svelano nuove sfumature del brano. Una produzione intima e spaziosa, dove ogni nota sembra raccontare una storia personale, pur restando fedele allo spirito originale. È la magia di Kaiak: trasformare il familiare in qualcosa di inaspettatamente nuovo, ricordandoci che la musica, quando è vera, sa parlare a tutti, senza bisogno di parole.
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Ogni riproduzione è vietata senza linkare la nostra fonte: Jazz in Family
Segnalazione Groove Radar
Per chi cerca un’introspezione musicale tra Latin, Mediterraneo e jazz
Amelia Rivera – Quiero
Data di pubblicazione
20 marzo 2026
Amelia Rivera: “Quiero”, il desiderio che si fa canzone
Il 20 marzo, Amelia Rivera, cantautrice guatemalteca, regala al pubblico “Quiero”, un brano che esplora il desiderio con onestà e vulnerabilità, catturando l’intensità di un amore destinato a scadere. La canzone si muove tra influenze latine e mediterranee, arricchite da armonie che sfiorano il jazz, creando un’atmosfera intima in cui la voce di Amelia diventa il cuore pulsante dell’esperienza musicale.
Registrato in una sessione live presso i Phantom Records, “Quiero” è il frutto di una collaborazione artistica che vede Amelia affiancata da Mariano Delaire (chitarre, arrangiamento e co-scrittura), con la produzione e il mix curati da Antonio Monterroso agli Aura Recordings. Il brano si avvale di un ensemble di talento: Alejandro Álvarez al contrabbasso, Víctor Arriaza alle tastiere, Vicente Montes alle percussioni e Sergio Reyes al clarinetto, con il mastering affidato a Marco A. Ramírez presso il Britannia Road Studio.
Con questo lavoro, Amelia Rivera prosegue il suo percorso da solista, consolidando una voce autorevole all’interno della scena indipendente guatemalteca. “Quiero” non è solo una canzone, ma un invito a lasciarsi trasportare dall’intensità di un’emozione universale: il desiderio che, proprio perché effimero, diventa eterno.
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Segnalazione Groove Radar
Per chi cerca sonorità innovative e storie di crescita artistica
Tanya George: “Daffodils and Violet Skies” e la ricerca di un linguaggio musicale personale
Tanya George, artista australiana con una crescente presenza sulla scena internazionale, si sta facendo notare per il suo approccio originale alla musica. Dopo aver raggiunto il quarto posto al Gwangju Busking World Cup 2023 in Corea del Sud, Tanya sta costruendo passo dopo passo la sua identità artistica, portando la tecnica del vocal looping al centro delle sue performance. Questo metodo le permette di creare, dal vivo e in studio, stratificazioni sonore complesse utilizzando esclusivamente la voce, trasformandola in basso, batteria e armonie.
Il suo nuovo singolo, “Daffodils and Violet Skies”, realizzato in collaborazione con Blush’ko, rappresenta un ulteriore passo nel suo percorso. Il brano, tratto dal suo prossimo album di debutto “Contrast” (previsto per giugno 2026), riflette la sua volontà di esplorare nuove sonorità e fusioni culturali. Dopo aver calcato palchi in Europa, tra Italia, Berlino e Olanda, Tanya sta ora portando la sua musica in festival australiani come l’Airlie Beach Music Festival e il St Kilda Festival, con una tappa imminente al Chengdu International Sister Cities Youth Music Festival in Cina.
La sua musica, ancora in fase di definizione, si distingue per la capacità di fondere tecnica e spontaneità, offrendo uno spaccato di un’artista in divenire. “Daffodils and Violet Skies” è un esempio di come Tanya stia cercando di trovare la sua voce, sia letteralmente che metaforicamente, in un panorama musicale sempre più variegato.
In un mondo dove l’originalità è spesso una sfida, Tanya George rappresenta una delle tante voci emergenti che stanno cercando di ritagliarsi uno spazio, dimostrando che la musica è, prima di tutto, un viaggio di scoperta e condivisione.
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Segnalazione Groove Radar
Per chi cerca un dialogo tra tradizioni e modernità, dove il jazz si fonde con il folklore globale e ogni nota racconta una storia di incontro e scoperta.
“Manhã de Carnaval” come un abbraccio tra culture
C’è qualcosa di magico nel modo in cui Shreya Pujari interpreta Manhã de Carnaval, quel classico che Luíz Bonfá scrisse per Orfeu Negro e che, nelle sue mani, diventa un ponte tra continenti e tradizioni. Registrato in un unico, spontaneo take durante lo SMV Jazz Camp in Iowa, il brano cattura l’essenza stessa della musica come linguaggio universale: musicisti che si incontrano per la prima volta, ma che, attraverso le note, sembrano conoscersi da sempre. La voce di Shreya, calda e avvolgente, si muove con agilità tra le sfumature del bossa nova e le suggestioni del folk globale, creando un’atmosfera intima e vibrante.
Nata a San Francisco, formatasi al Berklee e oggi immersa nelle ricerche sulle tradizioni musicali indigene dell’Assam grazie a una borsa Fulbright-Nehru, Shreya incarna l’idea di musica come viaggio. Il suo lavoro non è solo un fusione di generi — jazz, world music, folk — ma una testimonianza di come la creatività possa nascere dall’incontro, dallo scambio, dalla curiosità. In Manhã de Carnaval, si sente tutta la sua esperienza: lo studio delle musiche mediterranee, la passione per artisti come A.R. Rahman o Anoushka Shankar, e quella capacità di trasformare ogni performance in un racconto.
Questo brano, supportato da un video di alta qualità e promosso da Bajaao, è più di una semplice reinterpretazione: è un invito a rallentare, ad ascoltare, a lasciarsi trasportare. In un mondo dove tutto sembra accelerare, Shreya ci ricorda che la bellezza spesso risiede nei momenti improvvisati, in quelli che nascono senza premeditazione, ma con il cuore aperto. La sua musica è un promemoria: le culture, come le note, possono incontrarsi e creare qualcosa di nuovo, di profondamente umano.
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Segnalazione Groove Radar
Per chi cerca un jazz elettronico-acustico che sfida le convenzioni e mescola energia tribale con sperimentazione urbana.
Floating Sheep: dove il jazz incontra il futuro e l’handpan diventa rivoluzione
In un panorama musicale spesso intrappolato tra la nostalgia e la ripetitività, i Floating Sheep irrompono con una proposta che è insieme radicale e ipnotica. Questo quartetto electro-acustico non si limita a suonare jazz: lo reinventa, fondendo influenze global con texture elettroniche e un’improvvisazione che sa di cerimonia e di strada. Al centro della loro identità sonora, un elemento inaspettato: l’handpan, uno strumento solitamente associato a sonorità meditative, che qui viene strappato alle sue radici new-age e catapultato in un universo Nu-Jazz grezzo, pulsante e senza compromessi.
Ascoltare Turkish Kawabanga significa lasciarsi travolgere da un groove turco viscerale, dove l’handpan di Bar Hadash si muove con agilità tra improvvisazioni virtuosistiche, mentre i sassofoni di Maayan Sherman urlano contro le distorsioni dei synth di Ofek Ram e la ritmica incalzante di Yair Ben Shalom. Il risultato? Un viaggio sonoro che oscilla tra l’energia esplosiva di un club notturno e le atmosfere ipnotiche di un rito antico, dove ogni performance è un’esperienza unica, mai uguale a se stessa.
I Floating Sheep non sono solo un gruppo: sono una dichiarazione d’intenti. Dimostrano che il jazz può essere sia cerebrale che fisico, sia intimo che travolgente, e che anche gli strumenti più “delicati” possono diventare armi di distruzione sonora. Se cercate una musica che sfida, emoziona e non chiede permesso, questo è il posto giusto. Preparatevi a dimenticare tutto ciò che pensavate di sapere sul jazz.
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Segnalazione Groove Radar
Per chi cerca groove elettrico e stratificato, dove il funk si fonde con l’energia globale e l’ironia diventa un manifesto sonoro.
Love It or Leave It Alone e l’attesa per l’album che ridefinirà il funk moderno
Ascoltare “Love It or Leave It Alone” dei The Next Movement è come entrare in una sala prove dove il groove non è solo suonato, ma vissuto. Il brano, con la sua ritmica serrata e le linee di basso che sembrano danzare tra le note acute della chitarra, è un assaggio perfetto di ciò che il trio svizzero sa fare meglio: trasformare il funk in un’esperienza fisica, quasi tattile. La voce, filtrata da un vocoder che ricorda i classici anni ’70 ma con una freschezza contemporanea, si intreccia a un ritmo che non chiede permesso, ma invita a muoversi. È musica che non si limita a riempire lo spazio, ma lo domina.
Il brano arriva in un momento cruciale per la band, che si prepara a lanciare il loro quarto album a ottobre 2026. Dopo l’EP More Cowbell — un tripudio di cowbell, ironia e groove che ha acceso i palchi europei — i The Next Movement sembrano pronti a consolidare il loro ruolo di pionieri di un funk che guarda al futuro senza dimenticare le radici. Con oltre 1.500 live alle spalle e una reputazione costruita su palchi come il Blue Note di Milano o il Black Sea Jazz Festival, il trio non si accontenta di suonare: vuole far vibrare l’aria, far sudare le pareti, e ricordarci che la musica, quando è vera, non si ascolta solo con le orecchie, ma con tutto il corpo.
E “Love It or Leave It Alone” è proprio questo: un invito a scegliere da che parte stare. O ti lasci travolgere, o resti a guardare. Ma, fidatevi, resistere sarà difficile.
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Segnalazione Groove Radar
Per chi cerca un equilibrio perfetto tra struttura e improvvisazione, jazz e alternative
Vanishing Point: dove il silenzio diventa suono
Ci sono formazioni che, con pochi elementi, sanno creare universi sonori vasti e avvolgenti. I Silent Frames sono una di queste. Questo trio strumentale — composto da musicisti britannici, austriaci e portoghesi — unisce chitarra, basso e batteria in un dialogo dove ogni nota conta, ogni spazio è pensato, e ogni improvvisazione nasce da un’ascolto profondo. Il loro EP Sonntag, registrato in una sessione live a Vienna, è un viaggio tra testure alternative moderne e un approccio jazzistico alla melodia e al ritmo, con un tocco rock che aggiunge energia e urgenza.
“Vanishing Point” è un brano che incarna perfettamente questa filosofia: un suono aperto e dinamico, lontano dalle sovrapproduzioni, dove la sezione centrale lascia spazio all’improvvisazione e alle linee di tastiera sovraincise, creando un contrasto affascinante tra intensità e leggerezza. I Silent Frames non cercano la virtuosità fine a sé stessa, ma piuttosto l’essenzialità, la ricerca del tono giusto, dell’interazione autentica e di quel silenzio che, tra una nota e l’altra, diventa parte integrante della musica.
In un panorama dove la musica strumentale spesso rischia di perdersi tra tecnicismi o ripetitività, i Silent Frames si distinguono per la loro capacità di bilanciare struttura e spontaneità, creando pezzi che respirano, si evolvono e catturano l’ascoltatore. Un progetto che, con solo quattro brani, sa dire molto più di tanti album sovraccarichi. Perché, a volte, meno è davvero di più.
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Segnalazione Groove Radar
Per chi cerca un viaggio intimo e senza confini tra jazz e musica classica contemporanea
Birds Shadows: il sassofono come diario di volo
C’è una magia particolare nel suono di un sassofono solo, quando le note si dispiegano nello spazio come ali in volo. “Birds Shadows”, tratto dall’album “Blue Birds” di Lenny Sendersky, è una di quelle miniature sonore che trasformano uno strumento in un universo emotivo. Nato a San Pietroburgo, formatosi in Danimarca e oggi radicato nella scena jazz israeliana, Sendersky è un musicista che ha fatto della contaminazione tra jazz e musica classica contemporanea la sua firma distintiva. Qui, il sassofono contralto diventa orchestra, voce e racconto, tutto in uno.
Il brano è un diario personale tradotto in suoni, dove la metafora del volo si fa esperienza intima e universale. Ogni nota sembra tracciare un movimento nell’aria, un’ombra che danza tra luce e ombra, tra memoria e desiderio. Non c’è bisogno di parole: la musica di Sendersky parla direttamente all’anima, creando un legame profondo con chi ascolta. È un invito a chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare in un mondo dove la libertà espressiva non ha confini.
Collaboratore di giganti come Randy Brecker, Joe Locke e Slava Ganelin, Sendersky dimostra ancora una volta che la vera grandezza sta nella capacità di emozionare con essenzialità. “Birds Shadows” non è solo una composizione: è un respiro, un momento di pura connessione tra l’artista e chi si lascia guidare dalle sue ali sonore. Perché, in fondo, la musica è questo: un volo che ci porta dove le parole non arrivano.
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Segnalazione Groove Radar
Per chi cerca un’analisi profonda delle dinamiche umane attraverso la musica
Fear Without a Name: il coraggio di guardare la paura negli occhi
Quando la musica diventa specchio delle nostre fragilità, il risultato è un’opera come “Fear Without a Name”, il nuovo singolo del collettivo Soul de Vienne, guidato dal pianista, compositore e produttore viennese Roman Schleischitz. Un brano che non si limita a suonare, ma che interroga, scuotendo le coscienze con una linea tagliente e inattesa: “Gli uomini hanno paura che le donne ridano di loro. Le donne hanno paura che gli uomini le uccidano”. Una frase che, come un fulmine, illumina l’abisso delle relazioni moderne, dove paura, potere e intimità si intrecciano in un equilibrio precario.
La voce potente e avvolgente di Gwen Rakotomalala, originaria del Madagascar, si fa portatrice di questa verità scomoda, mentre la tromba di Andrea Guerrini – italiano di nascita e raffinato interprete – aggiunge un tocco di drammaticità jazz, quasi a sottolineare l’urgenza del messaggio. Il sound, un ibridazione di R&B contemporaneo e art-pop alternativo, crea un’atmosfera che oscilla tra la sensualità e il disagio, riflettendo la complessità dei rapporti umani.
Soul de Vienne, con questo singolo, non propone solo una canzone, ma un manifesto sonoro che invita a riflettere sulle dinamiche di genere e sulle ombre che ancora avvolgono l’amore e il rispetto. In un’epoca in cui le relazioni sono spesso ridotte a superficiali scambi digitali, “Fear Without a Name” ci ricorda che la vera intimità richiede coraggio: il coraggio di affrontare le proprie paure e di guardare in faccia quelle altrui. Perché solo così, forse, potremo iniziare a dare un nome a ciò che ci spaventa.
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Segnalazione Groove Radar
Per chi cerca emozioni intense e storie d’amore che attraversano il tempo
Un diamante chiamato amore: la magia di “Cercando diamanti”
Nata in Italia ma con un’anima cosmopolita, questa artista si muove tra le scene con la grazia di chi sa che la musica è un ponte tra cuori e culture. Il suo progetto in duo, leopàrdvjolet, è un viaggio sonoro che unisce eleganza francese e passione mediterranea, ma è con il suo primo album, “Specchi ed altre riflessioni” (uscito il 6 febbraio 2026), che si rivela in tutta la sua profondità.
Tra i brani che brillano di luce propria, “Cercando diamanti” è una perla rara. Una canzone che racconta di un amore capace di resistere al logorio del tempo, tra delusioni, incontri sbagliati e persone che si rivelano solo apparenza. Fino a quel momento di consapevolezza: il vero tesoro era sempre lì, accanto a noi. Un messaggio universale, che trova voce nella delicatezza degli arrangiamenti e nella partecipazione straordinaria di due giganti come Fabrizio Bosso e Alfredo Golino, che arricchiscono il brano con la loro maestria.
E poi c’è “Blu Profondo”, un dialogo musicale con Irene Grandi, dove le voci si intrecciano in un abbraccio sonoro che profuma di mare e di nostalgia. Due anime artistiche che si incontrano per raccontare, ancora una volta, la complessità dei sentimenti.
La musica di questa artista non è solo suono: è un invito a guardarsi dentro, a riconoscere le proprie fragilità e a celebrare la bellezza di ciò che, spesso, diamo per scontato. Un viaggio che, tra una nota e l’altra, ci ricorda che le cose più preziose sono quelle che sappiamo già di avere. Basta solo fermarsi ad ascoltarle.
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Segnalazione Groove Radar
Per chi cerca un groove elettrico e stratificato, dove il jazz moderno incontra l’energia travolgente di una big band.
KRYPTONES: l’esplosione sonora che ridefinisce il palcoscenico
Quando dodici musicisti si uniscono sotto la guida dei sassofonisti Julian Ritter e Marcus Kesselbauer, nasce un progetto che è molto più della somma delle sue parti.
I KRYPTONES sono un ensemble che fonde l’urban groove con la complessità del jazz contemporaneo, arricchito da sette fiati, una sezione ritmica incalzante e tocchi vocali che aggiungono profondità.
Fondati nel 2022, raccolgono alcuni dei migliori talenti tra Germania e Paesi Bassi, come la cantante Donna Senders e il batterista Rick van Wort, per creare arrangiamenti maestosi che sembrano usciti da una colonna sonora cinematografica.
Ogni nota dei KRYPTONES racconta una storia: quella di una generazione che non ha paura di mescolare tradizioni e innovazione, di un suono che abbraccia il pubblico e lo trascina in un vortice di emozioni.
Hands Down non è solo un brano, ma un manifesto: un crescendo avvolgente che celebra la fine con la stessa intensità con cui accende l’inizio.
È musica che chiede di essere ascoltata, condivisa, vissuta.
In un mondo dove tutto sembra già sentito, i KRYPTONES ricordano che la vera magia sta nell’inatteso. E che, a volte, basta un groove per sentirsi parte di qualcosa di più grande.
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Segnalazione Groove Radar
Per chi cerca la voce del cuore, dove il jazz abbraccia l’anima
Jodi DiPiazza: “It’s So Clear”, quando la musica diventa confessione
Ascoltate bene: c’è un momento, in ogni grande canzone, in cui il tempo si ferma. È quel respiro tra una nota e l’altra, quel silenzio carico di attesa prima che la voce entri, sicura e calda come un abbraccio. Ecco, “It’s So Clear” di Jodi DiPiazza è tutto qui: una rivelazione intima, una verità sussurrata tra le dita che accarezzano i tasti del pianoforte e una voce che non chiede permesso per entrare dritta nel petto.
Questa è musica che sa di casa. Non la casa delle mura, ma quella dei ricordi: il profumo del caffè la mattina, il crepitio di un vinile sul giradischi, la luce dorata che filtra dalle persiane. Jodi, con la sua formazione classica e il suo cuore jazz, ci regala un brano che sembra scritto da sempre. Ogni frase vocale è un passo di danza lento, ogni armonia un invito a chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare. Non serve essere esperti per capirlo: basta ascoltare.
E poi c’è lei, Jodi. Una storia che parla di resilienza, di note che diventano ponti, di una ragazza che ha trasformato la sua differenza in un dono per tutti. It’s So Clear non è solo una canzone: è la promessa che, anche nelle giornate più grigie, c’è una melodia capace di dirci “Va tutto bene, sei esattamente dove devi essere”.
Per chi ama le voci che sembrano carezze, per chi cerca nel jazz un rifugio, per chi crede che la musica sia prima di tutto un sentimento. Jodi DiPiazza non canta: racconta. E in questo brano, ci ricorda che a volte la chiarezza non sta nelle parole, ma nelle note che vibrano nell’aria, leggere e indispensabili come il respiro.
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Segnalazione Groove Radar
Per chi cerca un jazz che unisce profondità emotiva e vitalità ritmica.
“Playing for Change”, un viaggio tra emozioni e groove
Con “Playing for Change”, il quintetto jazz di Bruxelles SH Group conferma la propria capacità di fondere contemplazione e energia, tra jazz contemporaneo, salsa e influenze latin. L’album, uscito a febbraio 2026, è un manifesto artistico e umano: sette tracce che raccontano momenti di vita, vulnerabilità e gioia, con una scrittura musicale che privilegia l’emozione alla tecnica. “Changement de regard”, singolo trainante, incarna questa filosofia: un dialogo tra trumpet, sassofono e chitarra che si snoda in oltre sei minuti di groove ipnotico e stratificato.
La formazione, guidata dal contrabbassista Sébastien Hugue, si arricchisce della collaborazione con l’Iguaran String Quartet, aggiungendo profondità cameristica a brani come “Guérison”. L’obiettivo è chiaro: creare musica che unisca, che sia accessibile senza rinunciare alla raffinatezza. Il disco, disponibile in digitale e in una pregiata edizione CD con artwork di Clément Vallery, è sostenuto da Sabam for Culture, a testimonianza del suo valore culturale.
“Playing for Change” non è solo un album, ma un invito a riscoprire la musica come linguaggio universale di condivisione e trasformazione. Un lavoro che, tra jazz e world music, ricorda come la bellezza nasca spesso dall’incontro tra diversità e autenticità.
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Segnalazione Groove Radar
Per chi cerca un jazz che sa di vita metropolitana, tra dolcezza e amaro, tra energia e riflessione.
“Grapefruit”, l’esplosione di un suono che racconta Londra
Con il loro EP d’esordio, “Grapefruit”, i Queenstown Collective si impongono all’attenzione come una delle voci più fresche e innovative del jazz moderno londinese. Nati da una jam session a Brixton e cresciuti tra collaborazioni con artisti del calibro di Joe Armon-Jones, Theon Cross e Nubiyan Twist, il collettivo trasforma le esperienze urbane in musica: un mix di gioia, sfide e pura vitalità.
Il brano che dà il titolo all’EP, “Grapefruit (ft. JSPHYNX)”, è un manifesto sonoro: un groove travolgente, una melodia esplosiva e un assolo di JSPHYNX (volto noto anche nella band di Alfa Mist) che cattura l’ascoltatore fin dalle prime note. A seguire, l’intervento al pianoforte di Eddie Lee chiude il cerchio, come un ritorno a casa. “Grapefruit” è un viaggio tra sapori contrastanti, proprio come la vita nella capitale: dolce, amaro, complesso. Il collettivo, guidato dal batterista James Morgan, dimostra una maturità compositiva e una coesione tecnica che li collocano tra i protagonisti della scena jazz contemporanea. Dopo i riconoscimenti di Jazz FM, BBC Radio 3 e le recenti esibizioni al Ronnie Scott’s e al Love Supreme Festival, questo EP non è solo un debutto, ma una dichiarazione d’intenti: il Queenstown Collective è qui per restare.
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Segnalazione Groove Radar
Per chi cerca un viaggio sonoro tra jazz fusion, rock e drum n’ bass
“Neon Dream”, un sogno elettrico tra groove e lava musicale
Con “Neon Dream”, secondo singolo tratto da Volcanic, Chris Aschman conferma la sua capacità di fondere generi e culture in un linguaggio musicale unico. Trombettista e suonatore di steelpan, Aschman — già collaboratore di giganti come Paquito D’Rivera, Stanley Clarke e Chaka Khan — trasforma l’ascolto in un’esperienza psichedelica, dove il jazz fusion si intreccia con il rock e il drum n’ bass, creando un paesaggio sonoro molten, ipnotico e ricco di improvvisazioni incandescenti.
Il brano, come tutto l’album, riflette la sua ricerca di una “architettura ritmica” originale: groove funky, metri dispari e un’influenza caraibica che dà a ogni nota un’impronta inconfondibile. “Neon Dream” è un viaggio notturno, un sogno al neon che accende la fantasia e riscalda l’anima, guidato dalla tromba di Aschman e da una sezione ritmica che sembra eruttare energia pura.
Un lavoro che merita di essere scoperto, condiviso e celebrato, per chi crede che la musica sia un ponte tra mondi e emozioni.
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Segnalazione Groove Radar
Per chi cerca l’anima del jazz nordico, dove la tradizione abbraccia l’innovazione
Bjarke Falgren: “Il Posto del Padre”, un dialogo tra passato e futuro
C’è un momento, nella vita di ogni musicista, in cui il peso della storia si fa leggerezza.
Bjarke Falgren, erede spirituale di Svend Asmussen, lo sa bene: da quando, a sette anni, ha stretto tra le mani quel violino di quasi trecento anni, non ha mai smesso di ascoltare le storie che vibravano nelle sue fibre.
“Il Posto del Padre” non è un semplice brano: è una conversazione intima, un omaggio e una promessa. Il suono è caldo, avvolgente, come una mano posata sulla spalla; le note danzano tra la malinconia del jazz nordico e la vitalità di chi sa che la tradizione non è un museo, ma un sentiero ancora da percorrere.
Falgren non suona per il passato, suona con il passato. E in questo pezzo, tratto dal prossimo album “Turkis”, si sente tutta la saggezza di chi ha imparato a stare in silenzio prima di parlare.
La musica di Bjarke è essenziale. Non chiede attenzione, la merita.
E mentre le ultime note si dissolvono nell’aria, resta una certezza: alcuni posti non si occupano, si eredita il diritto di renderli vivi. Falgren lo sta facendo, una nota alla volta.
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