IN.SIGHT di Fabia Mantwill: un viaggio orchestrale nell’interiorità

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Intervista a Fabia Mantwill sull’album IN.SIGHT

Momenti rivelatori nella creazione

  • Fabia, IN.SIGHT è un lavoro profondamente introspettivo, costruito sull’intuizione e sulla fiducia nel processo creativo. Quali sono stati i momenti più rivelatori o trasformativi durante la realizzazione di questo album?

Il momento in cui ho smesso di aggrapparmi a qualcosa di costruito, ho sentito la libertà di seguire la mia intuizione. È successo proprio all’inizio del progetto. Inizialmente, il disco era ispirato all’idea di speranza: cosa significa per ciascuno di noi, cosa ci dà, il suo impatto e la sua importanza. Ma mentre approfondivo e ne parlavo con amici e altri artisti, mi sono resa conto che la speranza è qualcosa di molto personale. Non volevo che l’intero album ruotasse attorno a un unico tema. Così ho lasciato andare e ho cominciato a raccogliere piccoli “semi musicali”. Questa decisione mi ha aperto la porta per immergermi nel nuovo progetto con una mentalità di abbandono, fidandomi sia del viaggio creativo sia della mia capacità di trasformare queste idee in musica.

La forza della collaborazione compositiva

  • Il disco nasce da una collaborazione unica con Michael League e Magdalini Giannikou. Com’è stato condividere la fase iniziale di scrittura con altri due compositori, e in che modo ha influenzato il tuo approccio orchestrale?

Per questo disco, volevo invitare altri artisti nella fase più vulnerabile del mio processo: quella della scrittura. Quando sono ancora alla ricerca di idee, butto giù appunti senza sapere se diventeranno una canzone, mi sento più esposta. Ma ero curiosa di vedere dove mi avrebbe portata la collaborazione, e si è rivelata un’esperienza autentica e arricchente.

Conoscevo Michael da anni, anche se non avevamo mai lavorato insieme, e non avevo mai collaborato con Magda. Tuttavia, il mio istinto mi diceva che erano le persone giuste: il nostro modo di ascoltare e affrontare la musica ha una certa affinità, pur portando ciascuno competenze e prospettive diverse.

Ci siamo incontrati in Spagna per tre giorni e mezzo, portando i nostri “semi” musicali. Poi ognuno lavorava su brani diversi, ci riunivamo dopo qualche ora e ci scambiavamo i pezzi, aggiungendo idee e direzioni. A volte scrivevamo anche in coppia. È stato ispiratore: invece di perdere autenticità, le canzoni sono diventate più ricche, prendendo strade che da sola forse non avrei esplorato. Questo ha aperto nuove possibilità per la mia scrittura e ha influenzato ciò che immaginavo durante l’orchestrazione.

Solisti come protagonisti narrativi

  • Ogni brano sembra pensato su misura per i solisti coinvolti. Come hai scelto i sei ospiti (Rosenwinkel, Cohen, Maiga, Collier, Stevanovich, Kliphuis) e in che modo hai cucito loro addosso le parti musicali?

È stato diverso per ogni brano.

Per Circular, volevo il suono del kora, ma non avevo nessuno in mente. Ho chiesto in giro e mi hanno consigliato Momi. L’ho fatto venire da Barcellona per le registrazioni a Berlino, e ci siamo divertiti moltissimo.

Per Fairy Glen, inizialmente pensavo a un’arpa, ma man mano che il pezzo prendeva forma, ho sentito la voce di Kurt. Lo conosco dai miei studi jazz a Berlino nel 2011, e avendoci già lavorato nel 2021 per il mio esordio EM.PERIENCE, sapevo che era la persona giusta. Avevo visto Roosevelt esibirsi dal vivo e amavo il suo modo di raccontare storie con la lap steel guitar. Mi dicevo: «Un giorno voglio suonare con lui». Quando Whirl the Whirl ha iniziato a prendere forma, gli ho mandato il brano e gli ho chiesto di unirsi: ha detto di sì.

Per Olhos, ho pensato subito ad Anat e al suono del suo clarinetto: quella scelta è stata chiara fin dall’inizio. Con Sleeping Giant, avevo conosciuto Morris poche settimane prima delle registrazioni e abbiamo subito connesso. È uno dei pochi cornisti che improvvisa con una tale bellezza e un timbro incredibile, così ho deciso di includerlo.

Goran, invece, l’ho incontrato durante una residenza artistica: il suo modo di suonare la fisarmonica mi ha profondamente toccata, per questo l’ho invitato. Per tutti i solisti ho preparato uno spartito, ma ho condiviso anche la storia o lo sfondo del brano: a volte immagini, altre una poesia, aggettivi o emozioni. Poi ho chiesto loro di interpretarlo a modo loro, di suonare ciò che sentivano, in libertà.

Uno sguardo interiore e nuove prospettive

  • Il titolo IN.SIGHT suggerisce uno sguardo interiore, ma anche una nuova prospettiva. Cosa hai scoperto di te stessa durante questo viaggio musicale, e in che modo questa scoperta si riflette nel suono dell’album?

Ho imparato il coraggio di condividere di più il mio io grezzo come artista. Essere vulnerabili è una forma di forza. Ogni composizione porta un tono che afferma la vita, anche se a livelli diversi. Anche Sleeping Giant, che può sembrare sognante, distante o un po’ malinconico, contiene un messaggio forte e bello. L’idea mi è venuta durante un’escursione in Irlanda tre anni fa: seduta vicino al mare, guardavo un’isola a forma di gigante addormentato. Era stato un anno difficile, ma in quel silenzio qualcosa si è sollevato. Ho sentito un addio personale, seguito da una sensazione travolgente di leggerezza. Mentre camminavo, ho registrato una melodia sul telefono: quella nota vocale è diventata il seme di questo pezzo.

Identità musicale oltre i generi

  • Il tuo lavoro si muove con naturalezza tra jazz, folklore, musica da film, pop e classica, senza perdere coerenza. Come riesci a mantenere un’identità musicale così forte e riconoscibile in mezzo a una tale varietà di linguaggi?

Spesso si sente il bisogno di categorizzare la musica in generi. Per me è semplice: c’è musica che mi risuona e musica che no, e questo dipende da ciò che abbiamo assorbito crescendo e da ciò che amiamo oggi. Per molto tempo ho pensato di dovermi adattare a un genere. Poi ho smesso e ho deciso di creare il mio mondo musicale, un linguaggio che unisce le influenze che mi hanno formata: la musica classica (ho iniziato il pianoforte a sei anni), il jazz (ho suonato il sassofono dai dieci anni e poi l’ho studiato), l’onestà del folk e la vulnerabilità dei cantautori. Credo che tutto abbia valore, e amo esplorare «lo spazio tra».

Le esperienze con i grandi maestri

  • In passato hai collaborato con realtà prestigiose come la Metropole Orkest, Vince Mendoza e Becca Stevens. In che modo queste esperienze hanno contribuito alla visione sonora che ritroviamo in IN.SIGHT?

Nel 2016 sono entrata nel Young Metropole Orkest e mi sono innamorata del suono di un’orchestra sinfonica accoppiata a una big band. È stato travolgente, nel senso migliore. Mi sono promessa che un giorno avrei scritto per un ensemble così.

Tornata a Berlino, sapendo che non esisteva un’orchestra del genere, ne ho creata una mia a fine 2016: la Fabia Mantwill Orchestra. Abbiamo tenuto i primi concerti a febbraio 2017. Nel 2018, al workshop con Vince Mendoza, ho arrangiato Ophelia di Becca Stevens. Ho imparato tantissimo osservando Vince alle prove, ascoltando i suoi consigli. Ci ha anche fatto scrivere un arrangiamento di due minuti in tre notti: una sfida incredibile, nonostante il poco sonno.

Da allora ho lavorato con ensemble come la Scottish National Jazz Orchestra, Kurt Elling, l’Amsterdam Sinfonietta e i Radiojazzgruppen di Stoccolma. Ogni progetto arricchisce la mia visione sonora: imparo ed esploro ogni giorno.

L’orchestra come organismo vivo

  • L’orchestra che dirigi e per cui componi è un organismo vivo, capace di raccontare storie e creare paesaggi sonori molto densi. Come descriveresti il ruolo dell’orchestra in questo progetto, rispetto a quello del singolo strumento o solista?

La mia orchestra è il cuore sonoro della mia musica. Adoro ripensare i ruoli tradizionali degli strumenti, sfidandoli a rompere gli schemi e ampliare il mondo del suono. Ogni musicista è essenziale: la maggior parte sono cari amici e artisti che ammiro profondamente. C’è molto rispetto reciproco. I solisti ospiti portano la loro voce e visione, plasmando la direzione di ogni brano. È un equilibrio costante di dare e avere: l’uno non potrebbe esistere senza l’altro.

La speranza come filo invisibile

  • Il tema della speranza emerge come filo conduttore dell’album, anche se non in modo dichiarato. Come riesci a comunicare emozioni così profonde senza farne un manifesto esplicito?

Credo che la musica che facciamo porti l’essenza di chi siamo. Nella vita cerco di concentrarmi sul positivo, anche nei momenti difficili. Non è sempre facile, ma una volta che inizi a cercarlo e a credere nel bene, lo trovi e ne senti il potere incredibile. Per me, questo è anche il significato della speranza.

Un’opera da ascoltare senza fretta

  • In un’epoca dominata da playlist e consumo veloce, IN.SIGHT appare come un’opera completa, da ascoltare con attenzione. Cosa speri che il pubblico colga da un ascolto immersivo dell’album?

Di fermarsi e abbandonarsi. Con IN.SIGHT – e con la mia musica in generale – voglio invitare gli ascoltatrici e gli ascoltatori in uno spazio dove possano semplicemente essere e ascoltare: la musica e se stessi. Lasciare vagare i pensieri e fluire le emozioni, positive o negative. In un mondo che accelera sempre di più, questo è un invito a rallentare.

Uno sguardo finale

Parlare con Fabia Mantwill significa attraversare lo stesso territorio che la sua musica evoca: un paesaggio fatto di profondità interiori e aperture improvvise. Le sue parole, come le sue composizioni, non cercano definizioni ma creano connessioni, lasciano sospese immagini e intuizioni. Non c’è la volontà di fissare un senso univoco, quanto piuttosto di invitare all’ascolto attento, a lasciarsi sorprendere dai dettagli, a scoprire che la speranza può abitare anche nelle pause, nei silenzi, nei respiri di un’orchestra.

L’intervista, come l’album IN.SIGHT, non chiude ma apre. È un invito a tornare alla musica con orecchie diverse, ad abitare quello spazio fragile e potente che Fabia Mantwill costruisce, brano dopo brano, con la naturalezza di chi sa che l’arte non è mai una risposta definitiva, ma una domanda che continua a vibrare.

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