Introduzione all’intervista
Come spesso accade a Jazz in Family, la recensione non esaurisce il racconto. Dopo aver attraversato Hard Bop Tango dal punto di vista critico, lasciamo spazio alla voce diretta dei Lexingtone, protagonisti di un’intervista che accompagna il disco senza sovrapporsi ad esso.
Nel dialogo che segue, il quartetto approfondisce alcuni snodi centrali del progetto: il legame con l’estetica Blue Note, l’incontro tra hard bop, tango e jazz latino, il lavoro sul suono e sull’immagine. Ne emerge un racconto concreto, mai autocelebrativo, che restituisce il senso di un percorso condiviso e di una musica pensata per vivere nel tempo.
L’intervista va letta come una seconda parte naturale dell’articolo: non una spiegazione definitiva, ma una prospettiva interna che arricchisce l’ascolto.
Il concetto e l’identità
1. Il vostro nome è un omaggio all’indirizzo storico della Blue Note a New York. In che modo l’atmosfera di quel “767” influenza oggi il vostro modo di scrivere musica, a distanza di decenni?
Siamo sempre stati affascinati dalla musica e dall’atmosfera che circondavano l’etichetta Blue Note. Quelle registrazioni hanno ancora oggi una freschezza incredibile ed è naturale lasciarsene ispirare. Quando abbiamo fondato i Lexingtone, circa dieci anni fa, suonavamo anche alcuni brani di quel repertorio, ma oggi eseguiamo esclusivamente composizioni originali scritte dai membri del gruppo. Nonostante questo, continuiamo a trarre ispirazione dai groove e dalle melodie di quell’epoca.
— Martin
2. Il titolo dell’album unisce due mondi: hard bop e tango. Come siete riusciti a fondere il rigore del jazz anni Sessanta con la passione e i ritmi della musica latina?
Il latin jazz con elementi bebop è stato una parte fondamentale del catalogo e dell’identità Blue Note. Personalmente amo molto la componente latin del bebop, e anche gli altri membri dei Lexingtone condividono questa passione. La composizione di Joona, ispirata al tango, è un originale interessante perché contiene questi elementi ma li declina in una forma moderna.
— Erik
3. Nell’album c’è un brano, “Tango En Botas Demasiado Grandes”, che sembra quasi un manifesto ironico. Qual è la storia dietro questo pezzo?
Il brano è stato scritto dal nostro pianista Joona Toivanen, che è finlandese e proviene da un paese con una forte tradizione legata al tango. Come spiega Joona: “Volevo scrivere un tango finlandese malinconico per il gruppo. Allo stesso tempo avevo in mente un groove in 5/4, e sono riuscito a combinare questi due elementi nel tema principale. Durante l’assolo di batteria c’è anche una figura ripetuta, quasi come un montuno cubano, ma sempre in 5/4. Alla fine il brano ha finito per contenere diversi elementi piuttosto insoliti per un tango finlandese, ed è per questo che ho scelto il titolo ‘Tango in scarpe troppo grandi da riempire’.”
— Joona / Martin
La sinergia del gruppo
4. Spesso venite descritti come un’unità coesa più che come un leader accompagnato da una sezione ritmica. In che modo i vostri diversi percorsi — dal pop internazionale al folk-rock — influenzano il “suono Lexingtone”?
Ottima domanda! Credo che la risposta più semplice sia nella musica stessa.
— Erik
5. Joona, oltre a essere il pianista, ti sei occupato anche di mixaggio, mastering e grafica dell’album. Com’è stato gestire l’intero processo creativo “dall’interno” della band?
Tutti questi elementi — ingegneria del suono, mix, mastering e grafica — hanno fatto parte in modi diversi del mio percorso nel corso degli anni. Ho passato molto tempo in studio lavorando a stretto contatto con tecnici del suono, partecipando alle sessioni di mixaggio e contribuendo a modellare i dischi insieme a loro. Ho anche mixato e masterizzato diversi progetti in prima persona.
Per questo album è stato naturale rimanere fedeli alle take registrate e guidare la musica verso un suono che noi, come band, sentivamo davvero nostro.
Per quanto riguarda l’aspetto visivo, la fotografia è stata una parte importante della mia vita fin dall’adolescenza, e ho realizzato copertine per diversi album. Con questa uscita volevamo un’espressione grafica forte, con una palette di colori limitata, che richiamasse in modo sottile l’estetica dei dischi jazz classici. Ho stampato le foto della band, le ho ritagliate, ricomposte e poi nuovamente scannerizzate. È stato un processo molto manuale e allo stesso tempo estremamente gratificante.
Vedo tutti questi aspetti — composizione, improvvisazione, pianoforte, lavoro sul suono e costruzione dell’identità visiva — come parti strettamente connesse di un unico processo creativo. Poterli gestire dall’interno della band ha contribuito a mantenere il progetto focalizzato e coerente dall’inizio alla fine.
— Joona
Tecnica e prospettive future
6. L’album spazia da brani molto energici come “Alcanzar” a ballad introspettive come “Portrait in F Minor”. Come riuscite a mantenere una forte identità sonora attraversando registri emotivi così diversi?
Credo che tutti noi abbiamo un bagaglio enorme di riferimenti musicali che risuonano naturalmente in questo tipo di brani. Per questo il passaggio tra atmosfere diverse risulta organico, anche grazie ai nostri percorsi differenti.
— Erik
7. Il vostro jazz viene spesso definito “groovy” e melodico, in contrasto con lo stereotipo di un jazz scandinavo più freddo. È una scelta consapevole per rendere la vostra musica più accessibile?
Sì, hai assolutamente ragione. Non abbiamo quell’aura tipicamente scandinava associata a molta musica jazz del Nord. Sentivamo che il nostro modo di scrivere e suonare mancava nella scena jazz scandinava, e proprio per colmare questo vuoto siamo riusciti a diventare una presenza vitale nel panorama jazz del Nord Europa.
— Martin
8. L’album uscirà sia in CD sia in una edizione in vinile di alta qualità. Quanto è importante per voi il supporto fisico nell’era dello streaming?
Per noi è molto importante pubblicare prodotti fisici quando realizziamo un album. È qualcosa che viene molto apprezzato dal pubblico ai concerti, ma anche da noi stessi: avere una discografia tangibile di ciò che abbiamo costruito negli anni ha un valore speciale. E, a essere sinceri, sentiamo che la nostra musica suona meglio su vinile rispetto alle piattaforme di streaming.
— Martin
Conclusione all’intervista
Chiudendo questa conversazione con i Lexingtone, torna evidente un tratto che Hard Bop Tango lascia emergere fin dal primo ascolto: la centralità del gruppo, prima ancora delle singole firme. Le risposte confermano un’idea di jazz come pratica collettiva, fondata sull’ascolto reciproco e su una relazione viva con la tradizione.
Riletto alla luce dell’intervista, il disco appare ancora più coerente nel suo equilibrio tra energia e misura, tra rispetto della forma e desiderio di movimento. Non c’è nostalgia, né volontà di rottura: c’è piuttosto la scelta di abitare un linguaggio, di farlo risuonare nel presente.
È lo stesso spirito che anima Jazz in Family: raccontare il jazz come musica viva, fatta da persone reali, in dialogo continuo con chi ascolta. In questo senso, Hard Bop Tango non è solo un nuovo capitolo discografico, ma una tappa significativa di un percorso che merita tempo, attenzione e ritorni.

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