Dentro Echoes from Home: voce, identità e jazz contemporaneo
In Echoes from Home, Clarissa Colucci esplora il jazz come spazio interiore, più che come forma codificata. In questa intervista racconta il percorso che ha trasformato la voce in una bussola compositiva, il dialogo profondo con l’ensemble e le scelte sonore che privilegiano autenticità, ascolto e human feel. Un confronto che illumina il cuore emotivo del disco e il suo linguaggio di jazz vocale contemporaneo.
Sulla carriera e l’identità artistica
Dalla tradizione jazz alla maturità artistica: la voce come bussola compositiva
- Dal trionfo al Premio Bettinardi nel 2019 alla maturità di oggi: in che modo la sua “naturale predisposizione per la sperimentazione” ha trasformato la sua voce da semplice strumento a vera e propria bussola compositiva per questo progetto?
R : Dal Premio Bettinardi del 2019 a oggi il mio percorso è stato soprattutto un lavoro di consapevolezza. Ho sempre sentito la voce non come un semplice veicolo del testo o come elemento frontale, ma come materia sonora, uno strumento a tutti gli effetti, con le sue possibilità timbriche, ritmiche e dinamiche, al pari degli altri strumenti dell’ensemble.
Negli anni della vittoria del Bettinardi il mio punto di partenza era un amore profondo per la tradizione jazzistica: lo studio del linguaggio, del fraseggio, delle grandi voci del jazz e della sua storia. La sperimentazione, in quella fase, passava soprattutto attraverso l’improvvisazione vocale, la ricerca di libertà all’interno di un codice ben definito.
Con Echoes from Home questa ricerca si è spostata e ampliata. Il progetto nasce in un momento in cui sento di voler esprimere una identità musicale personale, capace di tenere insieme il richiamo alla tradizione e il desiderio di esplorare nuove sonorità. Riprendendo le sue parole, “la voce diventa una vera e propria bussola compositiva”: non guida il progetto dall’alto, ma ne orienta la scrittura dall’interno, dialogando costantemente con fiati e sezione ritmica.
La sperimentazione oggi passa soprattutto dalla scrittura: linee melodiche vocali pensate come temi strumentali, intrecci, contrappunti e sovrapposizioni che costruiscono un dialogo collettivo. In questo modo la voce non è più solo interprete, ma parte strutturale dell’architettura musicale, contribuendo a definire l’identità sonora dell’ensemble e il racconto emotivo del progetto.
Collaborazioni e influenze nel contemporary jazz: tra libertà espressiva e forma
- Ha collaborato con giganti dai linguaggi diversissimi, come Jamaaladeen Tacuma e Giuseppe Bassi: quale “eco” di questi incontri così distanti tra loro risuona più forte nel suo attuale modo di intendere il contemporary jazz?
R : Entrambi questi incontri hanno avuto un peso fondamentale nel mio percorso, e li vivo ancora oggi come echi molto presenti nel mio modo di intendere il contemporary jazz. Si tratta di due artisti dai linguaggi apparentemente lontani, ma proprio per questo estremamente formativi.
Da Jamaaladeen Tacuma ho imparato il valore della libertà radicale, la capacità di uscire dagli schemi senza timore, di abitare il suono come spazio aperto e in continua trasformazione. La sua visione mi ha insegnato che la sperimentazione non è mai fine a sé stessa, ma nasce da una profonda urgenza espressiva e da un ascolto istintivo e totale del momento.
Da Giuseppe Bassi, invece, porto con me una lezione altrettanto preziosa, fatta di sensibilità musicale, profondità del suono e rispetto per la forma. Il suo modo di intendere la musica come racconto, come equilibrio tra tradizione e presente, ha inciso profondamente sul mio approccio alla scrittura e al dialogo con l’ensemble.
Nutro una grande devozione artistica per entrambi: due maestri che, pur parlando linguaggi diversi, mi hanno insegnato la stessa cosa fondamentale: che il jazz contemporaneo vive nella tensione costante tra libertà e consapevolezza, tra apertura totale e ascolto profondo.
Sul disco “Echoes from Home”

Echoes from Home e il viaggio interiore: smarrimento, identità e scrittura musicale
- L’album descrive una “Home” che non è un luogo fisico, ma un viaggio interiore senza mappe: quanto è stato difficile tradurre in musica questo “andare e tornare” tra frammenti di pace e momenti di smarrimento?
R: È stato probabilmente l’aspetto più difficile di tutto il processo, soprattutto nella fase di scrittura. Mi sono ritrovata faccia a faccia con me stessa, senza filtri. All’inizio non c’era un’intenzione consapevole di raccontare un viaggio o uno smarrimento: anzi, per un periodo ho persino rifiutato alcune idee che stavano emergendo, perché sembravano portarmi in una direzione diversa da quella che pensavo di voler seguire.
Col tempo mi sono resa conto che quella sensazione di smarrimento era invece preponderante, quasi inevitabile, e che a essa era legato anche il bisogno di un approdo, di un’idea di “casa” molto astratta, non fisica. In quel momento ho deciso di lasciar andare il controllo e di cavalcare quell’onda, affidandomi all’istinto.
Questo processo si è tradotto naturalmente nella musica: strutture composte che non seguono un andamento lineare, brani suddivisi in più momenti, con cambi di ritmo, di densità e di tensione. L’ “andare e tornare” di cui parlo non è solo concettuale, ma è inscritto nella forma stessa dei brani. È stato un percorso emotivamente impegnativo, ma necessario, perché solo attraversando quello smarrimento ho sentito di poter arrivare a una dimensione autentica di “casa”.
Odysseus e il rubato nel jazz: interplay, ascolto e tensione espressiva
- In Odysseus, l’inizio in rubato espone la nudità del clarinetto e della voce: come avete gestito, a livello di ensemble, la tensione di muovervi fuori da una griglia ritmica rigida per seguire solo l’espressività del momento?
R: In Odysseus l’interplay è stato assolutamente fondamentale.
In assenza di una griglia ritmica rigida, l’unico vero riferimento diventa l’ascolto reciproco.
A livello di ensemble abbiamo lavorato molto sulla fiducia e sulla capacità di respirare insieme. Ogni gesto musicale, ogni micro-variazione di tempo o di intensità, è guidata dall’attenzione costante all’altro. Non si tratta di seguire un’idea individuale, ma di costruire collettivamente una tensione che nasce e si sviluppa nel momento. Questo tipo di approccio richiede una grande consapevolezza del suono e dello spazio, ma anche la disponibilità a lasciare andare il controllo. È proprio in quel vuoto iniziale, privo di riferimenti metrici, che si crea una tensione molto forte, che poi trova senso e direzione quando la struttura ritmica entra in gioco. In questo passaggio, l’ensemble agisce come un unico organismo, trasformando l’instabilità iniziale in un movimento condiviso.
Send in the Clowns di Stephen Sondheim: teatro, scat e jazz vocale contemporaneo
- Per l’unica cover del disco, Send in the Clowns, ha scelto un approccio teatrale inserendo però sezioni di scat: è stata una sfida voluta per “jazzare” la drammaticità del testo di Sondheim o un modo per rivendicare la sua libertà improvvisativa?
R: Non è stata una scelta dettata dal desiderio di “jazzare” o alleggerire la drammaticità di un testo così profondo e raffinato come quello di Sondheim. Al contrario, il rispetto per la sua scrittura è stato il punto di partenza. Send in the Clowns ha una complessità emotiva e teatrale che ho voluto preservare, mantenendo intatta la sua dimensione narrativa.
L’inserimento delle sezioni di improvvisazione nasce piuttosto dall’esigenza di creare uno spazio di libertà all’interno della forma, un luogo in cui la musica potesse respirare e muoversi su un altro piano espressivo. In questo senso, la scelta dialoga anche con il titolo del brano: quel confine sottile tra il prendersi profondamente sul serio e il saper affrontare le cose con una dimensione più giocosa, quasi ironica.
L’improvvisazione diventa così un elemento teatrale a sua volta, non in contrasto con il testo, ma in continuità con il suo significato più sottile. È un modo per esplorare quella tensione tra dramma e leggerezza, tra controllo e libertà, che è uno dei nuclei emotivi del brano e, più in generale, del mio modo di intendere il jazz.
Human feel e produzione audiophile: respiro, micro-dinamiche e autenticità sonora
- Le analisi tecniche evidenziano una produzione audiophile che rifiuta correzioni digitali come l’Autotune per preservare lo “human feel”: in un’epoca di perfezione sintetica, quanto è importante per lei che l’ascoltatore percepisca anche il respiro e le micro-dinamiche naturali dell’esecuzione?
R: Per me è fondamentale che l’ascoltatore possa percepire tutte quelle componenti che rendono autentica un’esecuzione musicale: il respiro, le micro-dinamiche, le imperfezioni naturali che fanno parte del gesto sonoro. Non le considero elementi da correggere, ma tracce vitali della presenza umana nella musica. Questo aspetto è particolarmente centrale nel jazz, dove l’esecuzione è sempre un atto irripetibile e profondamente legato al momento.
Credo che siano proprio questi dettagli a costruire la dimensione emotiva dell’ascolto e a permettere una vera immersione musicale. In un’epoca in cui la perfezione sintetica rischia di appiattire l’esperienza, sento il bisogno di restituire un suono che mantenga il contatto con il corpo, con il tempo reale dell’esecuzione, con il momento in cui la musica accade.
Questo approccio è importante tanto per chi fa musica quanto per chi la ascolta:da una parte c’è la responsabilità di essere sinceri nel gesto espressivo, dall’altra la possibilità, per l’ascoltatore, di entrare in relazione con qualcosa di vivo, fragile e irripetibile.
Il clarinetto nel jazz vocale: timbro narrante, nostalgia e dialogo strumentale
- Il disco si distingue per un uso particolare delle medie frequenze e per il timbro “legnoso” del clarinetto: come ha lavorato con Matteo Serra per far sì che lo strumento non fosse un semplice accompagnamento, ma una seconda voce narrante capace di evocare nostalgia?
R: Con Matteo Serra il lavoro è stato molto mirato fin dall’inizio. L’idea non era quella di utilizzare il clarinetto come semplice elemento di accompagnamento, ma di farne una seconda voce narrante, capace di muoversi sullo stesso piano espressivo della voce.
Abbiamo cercato consapevolmente un suono profondo, non troppo nitido, quasi opaco, che potesse evocare una dimensione intima e nostalgica: un timbro che assomiglia più a un sospiro. Questo risultato è passato sia da scelte timbriche e di emissione, sia da un lavoro molto preciso sulla scrittura.
Le linee melodiche del clarinetto sono spesso costruite in modo contrappuntistico rispetto alla voce, creando un intreccio che non è mai ridondante ma dialogante. L’obiettivo era raggiungere una tessitura coerente a livello armonico, in cui i due strumenti potessero sostenersi e rispondersi, lasciando spazio al silenzio e alla risonanza.
In questo dialogo continuo tra voce e clarinetto si costruisce gran parte del racconto emotivo del disco: una narrazione fatta di sfumature, di attese e di memoria.
Armonie sospese e ricerca interiore: la “casa” emotiva nel jazz contemporaneo
- Le fonti parlano spesso di “sospensione emotiva” e di accordi che non risolvono mai del tutto: questa scelta armonica è il suo modo di suggerire che la ricerca della propria “casa” interiore è, per definizione, un percorso destinato a non concludersi mai?
R: Probabilmente sì. Credo che la ricerca di una propria “casa” interiore sia un percorso destinato a non concludersi mai. Non si tratta di un obiettivo fisso o definito, ma di un viaggio che attraversa diverse fasi della vita, in cui la percezione di “casa” si modifica, prende altre forme, si ridefinisce continuamente.
La non risolutezza armonica nei brani è proprio l’espressione di questa ricerca: un momento specifico che racconta ciò che sento e chi sono in questo preciso istante. Allo stesso tempo, essendo tutto in continua evoluzione, le mie scelte musicali future potrebbero riflettere altre prospettive, altri approdi: la musica resta sempre lo specchio del percorso interiore e delle emozioni che lo accompagnano.
Vi ringrazio molto per le interessanti domande, mi hanno dato l’occasione di raccontare con maggiore profondità le intenzioni e le emozioni che hanno guidato Echoes from Home.
Clarissa Colucci
Con gratitudine e un caro saluto,
Una casa che resta aperta: il jazz come ricerca interiore
Dalle parole di Clarissa Colucci emerge un’idea di jazz come ricerca continua, fatta di equilibrio tra libertà e consapevolezza. Echoes from Home si conferma così un progetto aperto, intimo e profondamente umano, che invita l’ascoltatore a sostare nell’ascolto e a riconoscersi in una musica che non cerca risposte, ma presenza.
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