Jazz in Family - Il luogo dove le varie anime del jazz si ritrovano in famiglia

Jessica Benfatto

With Love: il nuovo album di Greta Panettieri

With Love: il nuovo album di Greta Panettieri
Si intitola With Love il nuovo album della cantante Greta Panettieri, un disco da interprete in cui la cantante dona ai propri fans una vera e propria playlist dei ricordi più cari. 
È il tuo quarto album firmato Greta Panettieri, vieni da pubblicazioni anche a nome Greta’s Bakery destinate al mercato americano. Cos’è cambiato rispetto a prima nella tua identità musicale?
Più che di un cambiamento parlerei di un’evoluzione. Il cuore e l’anima musicale sono difficili da modificare ma sicuramente l’esperienza, la conoscenza, lo studio e il tempo possono aiutarci ad ampliare in modo sostanziale la nostra visione di partenza, così tanto da portarci anche molto lontani dal punto di inizio. Nel mio piccolo ho sempre cercato di stupire me stessa, soffro la noia il che forse mi ha spinto e mi spinge tuttora  a cercare sempre note e sonorità diverse. In questo ultimo disco ho cercato ad esempio la calma e la rilassatezza, per la prima volta ho tentato di addolcire quella spinta all’estremo che caratterizza il mio approccio alla vocalità. Devo dire che è stata una bella sfida. Dall’altra parte ha giocato il fascino dell’interpretazione. Interpretare una canzone già famosa e riuscire a interiorizzarla per darle qualcosa di tuo è molto affascinante e divertente, per niente facile.
La scelta dei brani comunica qualcosa di assolutamente intimo e personale. Si ha l’impressione che siano brani legati con affetto alla memoria. Da dove hai tratto l’ispirazione per sceglierli?
In realtà ho scelto in base a emozioni davvero nascoste nel passato; la maggioranza delle canzoni sono state scelte dopo giorni e giorni passati ad ascoltare pezzi su Spotify e solo quelle che facevano suonare il campanello della memoria sono entrate; come ad esempio  Vivere (banchi di scuola-liceo), Goodbye Stranger, Easy, Se io Fossi un Angelo, ma anche quelle canzoni a cui non sapevi di essere legato, come per esempio Against all Odds. Non sono mai stata una fan sfegatata di Phil Collins, eppure incrociando i suoi brani di quegli anni ho sentito un forte richiamo emotivo; la musica ha il potere di entrarti dentro e rimanere li senza che tu te ne accorga, come gli odori dei vecchi cassetti basta un secondo per riportarci indietro nel tempo e farci rivivere esattamente determinati momenti… e cosi’ l’ho inserito. Poi ci sono un paio di outsiders tipo Attimo per Attimo e Anonimo Veneziano su cui c’è stato un altro tipo di scelta più legata al voler ricordare e omaggiare gli autori dando a questi brani un abito completamente nuovo.
Ascoltando il disco emerge molto il feeling che c’è tra i musicisti. Ci racconti la scelta della formazione? 
La formazione è davvero speciale per me. Ci sono: Andrea Sammartino al piano e arrangiamenti che è non solo mio compagno nella musica ma anche nella vita da ormai 15 anni, Daniele Mencarelli al basso con cui sono praticamente cresciuta, suonavamo insieme già da ragazzini a Perugia, Alessandro Paternesi anche lui conosciuto nel ricco sottobosco musicale perugino anche se qualche anno più tardi data la sua giovane età. A loro si sono poi aggiunti Flavio Boltro con cui è scattata una grande sintonia e amicizia nata negli ultimi due anni dopo una serie di concerti fatti insieme, e Itaiguara Brandao altro carissimo amico e compagno di tante avventure musicali newyorkesi. Credo che l’amicizia sia uno degli ingredienti più importanti nella riuscita dell’album; in un certo senso lo scopo era ricreare (in maniera magari più raffinata) quelle sensazioni che si hanno suonando tra amici una sera davanti al caminetto rispolverando vecchie canzoni. Anche il repertorio ha un po’ questo senso; dopo tutto gli anni 80 e 90 sono stati abbastanza sereni se confrontati con gli ultimi vent’anni.
Molti jazzisti guardano al mercato musicale americano come a un traguardo destinato a pochi. Tu sei tornata in Italia per avere maggiore libertà artistica. L’hai trovata? 
Sicuramente l’esperienza in America mi fatto capire che la libertà è la cosa più preziosa per un artista – e non solo -. Negli Stati uniti l’ho trovata, soprattutto nelle collaborazioni con artisti molti interessanti di molte provenienze geografiche. Diversa è stata l’esperienza con la major che, se mi ha insegnato molto, mi ha un po’ costretto e limitato dal punto di vista espressivo e delle scelte. Cerco di essere libera e sincera in ogni luogo e contesto; innegabilmente in America ho trovato quello che cercavo in quel momento che era appunto la conferma che per fare jazz o per fare musica più in generale non ci vuole il permesso di nessuno, basta solo farlo.
A quale pubblico è rivolto il disco, agli amanti della musica leggera per invitarli a un ascolto jazz, o viceversa?
L’invito è esteso a tutti; una delle cose che più apprezzo in molti dei miei idoli tra cui Ella Fitzgerald, Quincy Jones,  Herbie Hanckok, Miles Davis, ma anche David Bowie e tantissimi altri, è la capacità di riuscire a coinvolgere audience variegate e distanti tra loro, mescolando le carte in tavola, mettendosi in gioco, e magari rischiando di scontentare qualcuno facendo una scelta non conforme alle aspettative del pubblico abituale. Per un cantante l’esperienza del jazz è incredibilmente stimolante. La ricerca delle note, del suono, del particolare, ma ache cantare una canzone pop con la sua forza emotiva e coinvolgente sono esperienze molto appaganti.
Trovi che ci siano delle differenze , d’ascolto,  fra il pubblico americano e quello italiano? 
Sicuramente moltissime e nessuna, credo che la differenza più grande sia come noi ci poniamo; se si riesce a trovare la chiave per aprire i cuori di chi ti ascolta ogni paese può essere “l’America”.
Progetti futuri? 
Tanti, sicuramente è ora di fare un bel disco di jazz, ma dopo l’esperienza con Toquinho sento anche un forte richiamo dalle zone più a sud… vedremo.
Vi ricordo che potete acquistare With Love di Greta Panettieri nei migliori negozi di dischi e digital stores! 

With Love - Greta Panettieri: Approved

“Wu Way” Il nuovo album di Francesco Mascio

“Wu Way” Il nuovo album di Francesco Mascio
Edito per Filibusta Records, Wu Way  è il nuovo album del chitarrista e compositore Francesco Mascio. 
Wu Way è un gioco di parole che nasconde un principio fondamentale del taoismo. Ci racconti com’è nato il titolo dell’album?
Quando ho pensato a dare il nome al mio ultimo album, volevo un titolo che ne rappresentasse il concept. Così ho accostato il termine cinese Wu (vuoto) al termine inglese Way (via), per dare un idea di contaminazione.
Wu Way é infatti un disco di matrice jazz, ma si ispira alla musica tradizionale cinese e alle filosofie orientali anche se con un approccio volutamente non filologico.
Foto di Antonio Di Paola
Qual è il processo creativo che c’è dietro le tue composizioni? C’è un brano  dell’album a cui sei più legato? 
Il processo creativo varia ogni volta da composizione a composizione. Un brano che mi ha coinvolto molto dal punto di vista emotivo é sicuramente “Tiziano Terzani”. Stavo leggendo un suo bellissimo libro e appena terminata la lettura, sono stato pervaso da una forte emozione che mi ha indotto a prendere la chitarra e a iniziare a suonare. Le mie emozioni sono fluite fino a trasformarsi in quella che è diventata la seconda traccia del disco. 
Come hai scelto i tuoi collaboratori? Avete condiviso insieme un percorso di ricerca?
Già varie volte in passato avevo avuto il piacere di collaborare con i musicisti che hanno preso parte alla realizzazione di “Wu Way” e quando è arrivato il momento di scegliere gli ospiti per il disco, le tabla mi sembravano perfette per il sound che avevo in mente per “Balla Con Buddha”, così ho invitato a suonare Sanjay Kansa Banik, un vero maestro di questo strumento. Nella ballad “Tiziano Terzani” volevo invece che fosse il sax di Gabriele Coen ad impreziosirne la melodia, mentre per “Arpeggio Elementale” mi sono avvalso della bellissima voce di Susanna Stivali

Siamo lontani dalle sonorità del jazz tradizionale, ma ricchi di sperimentazione. Qual è il tuo rapporto con l’improvvisazione?
Sono sempre stato attratto dall’arte dell’ improvvisazione. Quando ero agli inizi dei miei studi musicali, il sogno ricorrente era: riuscire un giorno ad improvvisare in modo soddisfacente. Non é infatti un caso che generi come il blues, il jazz e la musica etnica, dove l’improvvisazione ha un ruolo centrale, hanno sempre suscitano la mia attenzione. Ritengo che la bellezza dell’improvvisazione risieda nella sua stessa natura di saper creare ogni volta qualcosa di nuovo. Tale caratteristica ha il potere di emozionare in primis chi si appresta ad improvvisare e di conseguenza l’ascoltatore finale.
Progetti futuri? 
Da diversi mesi ho iniziato a lavorare su due nuovi progetti: “I thálassa mas”, che é incentrato su composizioni originali mie e del sassofonista Alberto La Neve e ispirato dalle musiche del Mediterraneo. Thawīd invece é completamente strutturato sul concetto dell’ improvvisazione radicale anche se con una forte connotazione world music. Oltre a questi due progetti in fase di realizzazione, ce ne sono altri che sono in fase progettuale, ma ciò che mi preme maggiormente in questo momento é riuscire a concentrare la mia attenzione sul nuovo disco“Wu Way”.
Vi ricordo che potete acquistare Wu Way nei migliori negozi di dischi e digital stores! 

Home Feeling, il nuovo album di Massimiliano Rolff

Home Feeling, il nuovo album di Massimiliano Rolff
Ecco Home Feeling, il nuovo album di Massimiliano Rolff, prodotto da Rosario Moreno per BlueArt. Un album con bellissime nuances dalle atmosfere ed i toni caldi, che uniscono il jazz europeo alle note, sudamericane, di Hector Martignon al piano. 
Foto di Paolo Zeggio
Da dove viene home feeling? Ci parli del concept dell’album?
Negli ultimi due anni ho avuto la fortuna di viaggiare molto per questioni musicali. Io la definisco una fortuna, poiché trovo che la dimensione del viaggio, per quanto spesso faticosa, avendo nel mio caso come destinazioni grandi e piccole città, riesca ad offrirmi sempre nuovi punti di vista, sulla gente e sulle loro abitudini, indicandomi con più chiarezza la direzione che la nostra società sta prendendo. Io suono per la gente, quindi questo aspetto non è per niente secondario. Il viaggio, nel mio caso, è un movimento circolare, ti porta lontano e ritorna a casa, al punto di partenza. Questa sicurezza, ti permette in qualche modo di portarti dietro un po’ di casa… sapere di avere un luogo sicuro dove poter tornare, è diventato per me un elemento essenziale. Il luogo dove ho i miei affetti, e dove riesco a trovare me stesso insieme alla musica: la Liguria. Ecco quindi ‘Home Feeling’. Un album in cui cerco di raccontare questo nuovo sentimento di radicamento nella mia terra, una sensazione nuova, che non provavo fino a poco tempo fa. Siccome credo che questa sia una buona novità per me, ho voluto raccontare tutto questo cercando di costruire un suono positivo, energico e allegro, colorato … mescolando elementi tipici del linguaggio jazzistico con i ritmi gioiosi della musica afro-cubana.
Ascoltando Home Feeling si ha come l’impressione di leggere un diario di bordo, dove sono appuntate riflessioni, spunti e visioni ricche di suggestioni. Quando hai capito che era il momento di trascrivere tutto in musica? 
La scrittura per me è solo una parte del mio mondo musicale. Ho capito negli anni che esiste un momento in cui varco una certa soglia, scosto una tenda… e comincio a scrivere qualcosa di nuovo. A volte sto mesi senza neanche scrivere una nota, poi succede … in un giorno qualsiasi. Ma dopo quel giorno nulla è più come prima. Inizia una specie di trambusto interiore. Da quel momento ogni giorno scrivo qualcosa, senza sapere ancora bene che forma e che direzione prenderà la musica, cerco di farla scorrere il più possibile senza alterarne la natura spontanea con sovrastrutture di genere e stili. Ogni idea musicale, se nasce facile e spontanea, pesca sicuramente in qualche sensazione vissuta, in qualche storia ascoltata, nel volto di qualche persona incontrata … perché poi alla fine, sì, succede che messa bene in fila … una nota dopo l’altra, un brano dopo l’altro, la musica racconta uno stato d’animo, o quanto meno un pezzo di vita che ho vissuto.

C’è un interplay straordinario fra i membri della formazione, ci parli dell’incontro con i musicisti che hai scelto per questo disco?
Ho conosciuto Hector Martignon almeno una decina di anni fa, a Genova. Lui è colombiano e vive a New York, ma la sua mamma era genovese, quindi lui da buon figlio veniva a Genova spesso per stare un po’ con lei. Per molti anni ci siamo incontrati per parlare e bere insieme, piano piano come due amici, senza suonare. Poi irrimediabilmente è successo… qualche concerto e poi questo disco. Mario Principato è un giovane percussionista genovese che ha trascorso molti periodi della sua vita a Cuba, un musicista molto colto nel suo settore, che affronta la musica con grande amore e passione. Nicola Angelucci è invece stato mio compagno di numerosi tour e viaggi negli ultimi anni. Con lui ci si vede per suonare… non credo che abbiamo addirittura mai fatto una prova insieme… solo concerti. E’ sicuramente un batterista e un professionista straordinario, e ha il grande pregio che mi mette sempre di buon umore.
L’incontro di questa band è avvenuto direttamente in studio di registrazione. Beh … non sempre accade, è un po’ un rischio alle volte, ma quando tutto fa “click” e si incastra perfettamente, la freschezza del nuovo incontro, direttamente prima di registrare, in genere rende la musica più viva e radiosa.
Ritorni dall’America Latina, un tour in duo, con il chitarrista Alessio Menconi. Quali sono state le tue nuove suggestioni dopo aver “inciso” un viaggio in Sud America?
Abbiamo tenuto alcuni concerti in Argentina e Uruguay. I teatri e il pubblico sono stati meravigliosi, un’accoglienza davvero straordinaria. Sono stati dieci giorni intensi, in un luogo così lontano, ma di fatto molto vicino a noi italiani. Buenos Aires e Montevideo sono come una versione 2.0 delle città italiane … decadenti, allegre e disperate allo stesso tempo. Attraversare la pampa sotto la luce dei cieli del sud, è stato il momento più esotico di questo breve tour, dal quale, grazie alla musica, ho riportato con me a casa nuove amicizie e un gran senso di umanità.
Il jazz italiano è spesso aperto a contaminazioni sonore di culture musicali lontane dalla nostra. Quanto viene percepita, all’estero, la nostra cultura jazzistica? Secondo te c’è, ad oggi, un’ identità del jazz italiano?
Con rammarico devo dire di no. I musicisti italiani di jazz non sono molto conosciuti all’estero. In Europa ci sono certamente quattro o cinque nomi che sono riconosciuti come musicisti di riferimento del proprio strumento… ma nulla di più. In Asia e in America ancora meno…
Quello che noi definiamo jazz italiano è in realtà un momento musicale che si è affermato con alcune caratteristiche ben precise tra gli anni 80 e 90 del secolo scorso, ma mi duole affermare che non ha avuto lo sbocco internazionale che avrebbe probabilmente meritato. Al momento, ma potrei certamente sbagliarmi, non vedo un’identità musicale forte ed univoca che si possa definire come uno stile o un linguaggio tipico del jazz italiano.
Tuttavia, questa mancanza di identità non è solo un problema italiano. La rivoluzione dell’editoria digitale ha sconquassato tutti i punti di riferimento, l’aumento delle possibilità di movimento dei musicisti nel mondo ha drasticamente modificato i palinsesti di tutti i festival di jazz. Sembrerebbe che la scena jazzistica internazionale si stia ancora domandando quale direzione deve prendere, e quella italiana appare altresì un po’ disorientata.
Progetti futuri?
No. Non ne ho al momento. Ho un po’ di concerti in programma nei primi mesi del 2019, anche per la promozione di ‘Home Feeling’, in Italia e in Spagna, e probabilmente si concretizzerà in maggio una nuova tournée in Cina e Giappone. Niente di più. Voglio godermi un po’ l’evoluzione di questo nuovo album, e dedicare tempo allo studio della musica, per cercare il più possibile di tirare fuori la voce che ho dentro.
Vi ricordo che potete ascoltare Home Feeling di Massimiliano Rolff in tutti i migliori siti di streaming e digital stores! 

Relativamente, il nuovo album di Paolo Russo

Relativamente, il nuovo album di Paolo Russo

Abbiamo intervistato il pianista e cantautore Paolo Russo a proposito del suo ultimo lavoro discografico Relativamente

Relativamente è il primo album interamente composto da te. Da dove nasce il titolo, da cosa è stato ispirato?
Relativamente penso sia la traccia più rappresentativa dell’album. E’ un omaggio alla relatività, tra le tante sfumature del testo il concetto della relatività trasferito sul piano delle relazioni diventa un modo per  sfatare i pregiudizi… spesso  si hanno delle certezze che possono essere opinabili a seconda del punto di vista in cui si guardano le cose.
Interessante la scelta di utilizzare il siciliano regionale per alcuni brani. Ci racconti il perché di questa scelta stilistica?
Nell’album ci sono diverse tracce in dialetto siciliano perché è un tassello del mio percorso artistico che non poteva mancare.  Infatti  “U Friscu”  e  “Sicilitudine” sono state le due tracce che hanno anticipato l’uscita dell’album con dei videoclip che valorizzano la bellezza del territorio siciliano.
Nasci come pianista ed hai una gran tecnica. Quando hai sentito di volerti esprimere anche attraverso la voce?
Si, in realtà da bambino e ragazzino sognavo di diventare un grande pianista, ma ho sempre avuto la passione per la poesia e mi è sempre piaciuto scrivere. Ad un certo punto ho unito le due cose, cioè ho iniziato a cantare i testi. Inoltre, il periodo in cui studiavo direzione corale e composizione, è stata una buona palestra. Molto spesso mi venivano assegnanti dei testi sui quali costruire delle composizioni vocali.

Ogni tuo brano narra una storia. Come nascono i tuoi brani? Ci racconti il processo creativo?
Essendo un album vario dal punto di vista compositivo, è un po’ difficile dare dei riferimenti precisi a proposito dell’ispirazione, ogni canzone nasce da imput diversi, ad esempio immagini, sensazioni , esperienze di vita che poi prendono forma nei testi e nella musica. Nel caso di “Relativamente”  il brano nasce da uno scioglilingua che ho composto suonando, accompagnandomi con la chitarra ed in un secondo momento l’ho arrangiato al pianoforte. In alcuni casi l’idea parte da uno spunto musicale, in altri da un testo che cerco di musicare in un secondo momento. Nel processo creativo è importante l’improvvisazione, è mia abitudine registrare di continuo per meglio fissare le idee migliori o comunque che mi emozionano di più.
I musicisti che hai scelto per incidere relativamente fanno parte della tua formazione abituale o li hai scelti appositamente per il disco?
Prima di registrare il disco suonavo già in trio con Francesco Casale, batteria, e Martino De Franceschi, contrabbasso, che ho conosciuto casualmente in diverse Jam Session di Verona; per cui quando ho deciso di registrare è stata una scelta molto naturale portare a termine il lavoro con loro. In un secondo momento ho avuto il piacere di coinvolgere Titti Castrini, fisarmonica, Fabrizio Gaudino, tromba e flicorno, e Pier Brigo, contrabbasso.
Ti senti più a tu agio nei panni del jazzista o del cantautore? 
Diciamo che in questo periodo sento di aver trovato un equilibrio tra le due cose, nel senso che sono riuscito a dar forma all’album come meglio desideravo e durante le performance da cantautore non mancano gli sviluppi strumentali e di improvvisazione Jazz e di contaminazioni stilistiche varie grazie anche alla condivisione con i bravissimi musicisti con i quali ho la fortuna di suonare.
Progetti Futuri? 
Per ora sono impegnato nei live ma sto pensando molto alla realizzazione del prossimo album e lavorando a nuove idee!
Consigliato l’ascolto di quest’ album che fluttua tra realismo e surrealismo in equilibrio fra incanti mediterranei e storie ordinarie,  un piccolo concentrato di poesia. 
Vi ricordo che potete ascoltare Relativamente di Paolo Russo in tutti i migliori siti di streaming e stores digitali!

Colpo di Testa – Il nuovo album della Four on Six Band

Colpo di Testa –  Il nuovo album della Four on Six Band
Si intitola Colpo di Testa ed è il secondo album dell’ ensamble milanese Four on Six, pubblicato per la label Irma Records. Abbiamo intervistato Fausto Savatteri, chitarra manouche della formazione. 
Fausto Savatteri ed Alessandro Centolanza alle chitarre manouche, Matteo Prina al contrabbasso, Martino Pellegrini al violino e Arturo Garra al clarinetto.
Domanda di rito, ci racconti il titolo dell’album? 
Il concetto di “Colpo di Testa” inteso come cambio direzionale e controcorrente era un qualcosa che ci accomunava molto, specie durante la fase di composizione dei brani.  Tra figli in arrivo, licenziamenti dal posto fisso, nuove collaborazioni e brani originali (non i soliti standard manouche) ritenevamo fosse il titolo giusto.  L’illustrazione grafica dell’album con Django che si taglia il baffo (icona dei manouchari sfegatati) un modo per provare ad esprimerne il concetto.
L’ eleganza di Rossini. Un pomeriggio a Belleville, seduti ad un bistrot parlando di una notte greca. Un colpo di testa purista, squisitamente gitano. Un salto in brasile ed uno in America. Un giro intorno al mondo in chiave manouche?
Si, sperando che per l’ascoltatore sia un giro del mondo piacevole e non faticoso!  L’omaggio a Rossini vuole essere un tributo alla tradizione classica in occasione del 150°anniversario dalla sua morte, le composizioni sono nate in momenti e luoghi diversi creando dunque sonorità e ritmi non per forza uniformi.
La commistione di generi differenti ha a che vedere con le influenze musicali dei singoli componenti della band o è una scelta stilistica?  
Direi entrambe, ciascuno di noi ha avuto esperienze diverse, ciascuno di noi ha gusti musicali diversi ma quando suoniamo insieme proviamo a trovare un punto comune, proviamo a influenzarci a vicenda.
Quanto c’è delle influenze classiche del gipsy jazz nelle vostre composizioni e negli arrangiamenti?  L’eredità di Django è ancora viva nel manouche contemporaneo? 
Django rappresenta una fonte di ispirazione quotidiana per la capacità e semplicità con cui ha saputo essere virtuoso e melodico allo stesso tempo. Non da meno l’Italia con le melodie cantate che tutti ci invidiano, la musica classica o i grandi maestri contemporanei, come per esempio Nino Rota. Quando suoniamo soprattutto  all’estero, ed in francia, non vogliamo copiare le tradizioni, piuttosto portare un po’ di noi stessi, la nostra italianità ed il nostro essere al centro del mediterraneo.
Da qualche anno quasi tutti i più importanti jazz festival europei dedicano almeno un appuntamento della programmazione al concerto manouche. Secondo voi la risalita in auge di questo particolare genere jazzistico è un fenomeno del momento o si sta consolidando una reale sensibilità destinata a durare nel tempo?
Forse bisogna dire grazie all’eletcro swing, oggi un po’ fuori moda, ed un domani ci sarà l’autotune con il mix di manouche e Trap! A parte gli scherzi facendo rock da ragazzino il noise e l’indie rock erano meno orecchiabili dello swing.  Il jazz manouche mette d’accordo tutti, anche i meno colti; dubito possa riempire gli stadi ma rimane sempre un genere di nicchia che si è fatto spazio nel mondo del jazz fatto solo di BeBop alla parker o fusion.  Di musicisti ed ex metallari passati al manouche ce ne sono molti (qualcuno anche dalla fusion), le formazioni sono spesso in Trio formate da due chitarre e contrabbasso. Di gruppi con strumenti solisti come  fiati, violino ce ne sono molti meno, si fa ancora fatica a trovare violinisti jazz o appassionati al genere. A mio modesto avviso quasi nessuno riesce a suonare davvero in stile, seppur vi sia la tendenza di emulare troppo i veri Maestri come Bireli, Stochelo, Schmitt ecc. che sono cresciuti facendo solo quello.  Ma emulare non è un grosso problema, il punto è che in pochissimi mettono in scena uno spettacolo coinvolgente. Io stesso sono il primo ad annoiarmi se vado a vedere un concerto manouche fatto di soli standard alla Django, scambi e assoli…salire sul palco non dovrebbe essere lo stesso di fare una jam session a Samois. Per i neofiti il ritmo incalzante fa si che possa comunque essere più apprezzato rispetto a un concerto di sole ballad jazz. Penso che i Les Doigts de l’Homme, per me uno dei gruppi di maggiore riferimento, siano gli unici capaci di stravolgere il genere e creare qualcosa di nuovo. 
Progetti futuri?
Dicembre è alle porte e saremo impegnati con il nostro primo tour asiatico tra Corea del Sud e Giappone!  vedremo cosa accadrà, vedremo se io e Matteo, il contrabbassista, entreremo nel letto per intero. Nel 2019 sarebbe bello proseguire sul cammino intrapreso quest’anno… portare in giro la nostra musica e il nostro spettacolo dal vivo in festival e luoghi in cui la gente va per ascoltare la musica , che di questi tempi non è cosa da poco. 
Un album interessante, una fresca ironia che niente toglie alla composizione, curatissima negli arrangiamenti. Gipsy jazz che arriva, immediato, a tutti gli ascoltatori e non solo agli amanti del genere, uno stile davvero personale, un piacevole e assolutamente consigliato ascolto.
Vi ricordo che potete acquistare “Colpo di testa” in tutti i migliori negozi di dischi e stores digitali! 

Red & Blue – Il primo album firmato S.d.B Project

Red & Blue – Il primo album firmato S.d.B Project
Simone Di Benedetto è un giovane compositore e contrabbassista italiano, improvvisatore, narratore d’ immagini sonore. 
Lo abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del suo primo album,  Red & Blue, edito per la label Improvvisatore Involontario.
Red & Blue, il tuo primo album da compositore, da dove nasce il titolo, quali sono le suggestioni che hanno ispirato la stesura dei brani?
Grazie a Red & Blue ho avuto l’occasione di confrontarmi con la mia visione del jazz e la tradizione jazzistica, e questo per me è stato molto importante. Quando si parla di tradizione in ambito jazzistico, si è sempre su un terreno scivoloso: da un lato si rischia di passare per “nostalgici”, dall’altro per musicisti che fanno “altro” perché non conoscono abbastanza le origini del jazz. Talvolta si dà più importanza al voler dimostrare di conoscere un linguaggio, che al proporre qualcosa di proprio.
 Penso che il disco si divida in due facce, una “Red” ed una “Blue”. Da un lato la tradizione del jazz europeo ed in particolare scandinavo, in brani come Ballata scandinava, Fiordi, Homage a Haydn o ancora Shardik; dall’altro al free jazz e le sue derivazioni, con autori come Ornette Coleman, Keith Jarrett o l’Art Ensmble di Chicago per brani quali Bei denti sto demone, The big wuedra in the sky, Red&blue e Just say it.
In quest’ultimo brano, ad esempio, l’ispirazione è stata il blues arcaico, di cui Ornette aveva riportato alla luce sonorità che durante l’era be-bop erano passate in secondo piano.
Quali brani, secondo te, meritano attenzione speciale e perché?
Non saprei dire quali meritano un’attenzione particolare, posso dire a quali sono più legato.
Ballata Scandinava è un brano molto vecchio, che scrissi dopo un primo viaggio in Svezia diversi anni fa: è una melodia popolare svedese, di cui avevo trovato una registrazione che mi aveva affascinato, e che ho deciso di ri-armonizzare seguendo i molteplici spunti che una melodia così semplice forniva.
The Big wuedra in the sky è un omaggio a Jarrett e alla mia adolescenza, un brano che mi rende felice tutte le volte che viene suonato.
Un altro brano a cui sono molto legato, l’unico non originale del disco, è Vashkar di Carla Bley: ricordo che comprai il disco Jaco quando avevo circa 14 anni, all’epoca suonavo il basso elettrico ed ovviamente… stravedevo per Pastorius! rimasi molto colpito dalla traccia, la prima del disco. Negli anni ne ho riscoperte molte versioni, lo ho studiato a fondo e ho deciso, dopo averlo sentito dal vivo suonato dalla stessa Carla Bley, di provare a darne una mia versione, partendo dalle tante che avevo trovato negli anni.
Ci parli dell’incontro con gli altri musicisti?
Achille Succi e Andrea Burani sono musicisti più grandi di me e ho pensato di coinvolgerli per imparare dalla loro esperienza.  Achille è un musicista formidabile e poliedrico, affermato a livello internazionale, e Andrea per me è sempre stato un po’ un mito. E’ stato il batterista del mio primo insegnante che da ragazzo vedevo come “inarrivabile”! oltre ad essere un grande conoscitore della tradizione a 360 gradi, e sapevo che poteva aiutarmi nello studio che stavo affrontando.
Giulio Stermieri, che ormai si sta affermando nella scena nazionale come uno dei migliori giovani pianisti in circolazione, è in realtà un amico di vecchia data. Ci siamo conosciuti alle superiori ed è stato il primo musicista con cui ho cominciato a suonare jazz. Negli anni abbiamo sempre affrontato tanti repertori e sfide nuove insieme, per cui non avevo dubbi sul fatto che un musicista e una persona come lui avrebbe saputo cosa stavo cercando musicalmente in quel momento.
Un giovane musicista come vive oggi la scena jazz italiana? 
Bianco e nero.
Da un lato c’è una scena molto viva e ricca, piena di stimoli e di musicisti interessanti con cui lavorare.
Dall’altro, per motivi culturali, economici e forse anche politici, temo non ci sia la giusta attenzione e il giusto spazio. Le opportunità non mancano, ma a volte sono poche, soprattutto per una piazza così ricca di proposte.
Da compositore, qual è il tuo rapporto con l’improvvisazione?
Penso che la risposta migliore a questa domanda sia la mia tesi di laurea, che ho intitolato appunto, “Composizione e improvvisazione – due facce della stessa medaglia”.
Personalmente, credo che l’improvvisazione e la composizione siano la stessa cosa, fatto salvo per il fattore tempo: un compositore può impiegare settimane o mesi (nel caso di Beethoven, sappiamo anni) per comporre anche pochi secondi di musica; l’improvvisatore deve comporre in tempo reale.
 Quando scrivo e quando improvviso non penso in maniera diversa, cerco semplicemente di sfruttare il fattore tempo a mio vantaggio in entrambe le situazioni, “ragionando” di più quando scrivo e seguendo di più “la pancia” quando improvviso.   Ovviamente il fattore tempo non è irrilevante e condiziona fortemente le scelte operate, ma le tecniche che si utilizzano sono spesso simili se non identiche.  Il principio intervallare che guida improvvisatori come Ornette Coleman o Wayne Shorter non è per esempio lontano dal modo di pensare una serie dodecafonica, specie nel caso di Webern. 
 Un altro aspetto importante risiede nel fatto che, nel jazz, compositore ed esecutore coincidono in un’unica figura, mentre nell’ambiente classico queste spesso sono divise. Non bisogna dimenticare che molti grandi compositori del passato erano formidabili improvvisatori come Bach, Mozart, Chopin o Liszt.  Nel ‘900 molti compositori “classici” si sono avvalsi di tecniche improvvisative. Cage nella scelta del materiale (aleatorietà), Boulez o Stockhausen lasciando agli esecutori un margine di manovra arbitrario. Molto spesso l’universo sonoro che si andava a creare era simile a quello dei musicisti della New Thing che stava prendendo vita a New York. 
Una parte consistente del tuo lavoro artistico è rappresentata da collaborazioni con attori, narratori e festival delle parole. Come coniughi questi due mondi? 
Musica e parola sono sempre state unite, la musica nasceva come accompagnamento alla danza ed alla poesia, per cui, da un certo punto di vista, per me è qualcosa di abbastanza “ancestrale e naturale”. Lavorare con attori poi mi dà spunti che difficilmente troverei lavorando solo con musicisti, e anche questo è un aspetto molto affascinante delle collaborazioni che sto portando avanti.
Molto spesso ho grande libertà nella scelta dei materiali da utilizzare. Questo mi permette di muovermi tra l’improvvisazione e la scrittura. Con alcuni attori scrivo da zero le musiche per gli spettacoli; con altri, invece, avendo concordato già prima le linee generali della narrazione, creiamo performance in cui improvviso liberamente. È un lavoro che mi piace molto a cui mi dedico da già 5 anni, e che spero possa durare ancora a lungo.
Progetti futuri?
Sono molto felice perchè in questo momento ho la possibilità di suonare tanta musica, differente e con vari artisti, che mi permette di avere sempre stimoli nuovi. A novembre uscirà il primo disco di un altro quartetto di cui faccio parte, Archipelagos, per l’etichetta UR records.  A febbraio 2019 uscirà il disco in solo, registrato quest’estate in Danimarca, e per ultima la registrazione del secondo disco del progetto DST, in duo col clarinettista Alberto Collodel. Inoltre, ci sono alcuni progetti giovani che spero possano vedere la luce l’anno prossimo, tutti con musicisti stimolanti e con cui sono felice di poter condividere idee ed esperienze.
Vi ricordo che potete acquistare l’album Red & Blue in tutti i migliori negozi di dischi e store digitali. 
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